
CLEMENTE VII - Giulio de' Medici
(1478-1534)
(Pontificato 1523-1534)
GIULIO
nacque il 26 maggio 1478 dalla nobile casata fiorentina
DE' MEDICI, figlio naturale, in seguito legittimato, di
quel Giuliano (di Cosimo il Vecchio) che era stato
ucciso nella Congiura dei Pazzi un mese prima della sua
nascita. Nei primi anni di vita fu affidato dallo zio
Lorenzo il Magnifico alle cure di Antonio da Sangallo,
per poi prenderlo direttamente sotto la sua protezione.
Si preoccupò della sua educazione e, nel 1488, si
prodigò per fargli avere, da Ferdinando I d'Aragona, il
possesso di un beneficio prestigioso ed economicamente
rilevante come il priorato di Capua dell'Ordine
Cavalleresco di san Giovanni; successivamente fu anche
nominato Cavaliere di Rodi.
Nel 1495, a causa delle insurrezioni dei fiorentini
contro il cugino Piero, fu costretto a fuggire da
Firenze e a rifugiarsi a Bologna, Pitigliano, Città di
Castello e, soprattutto, a Roma, dove visse per molto
tempo all'ombra del cugino cardinale Giovanni, poi papa
Leone X dal marzo 1513.
Questa elezione fu determinante per la vita di Giulio
come testimonia uno dei primi atti del pontificato
mediceo: la concessione a Giulio dell'arcidiocesi di
Firenze che faceva presagire una imminente nomina al
cardinalato che arrivò il 29 settembre 1513, dopo una
serie di procedure e dispense per superare i problemi
derivanti dalla sua nascita illegittima. Da questo
momento la sua carriera curiale è contrassegnata da una
grande ricchezza di benefici ecclesiastici e da un ruolo
molto delicato all'interno della politica papale. Cercò,
ad esempio, di costruire una salda alleanza con
l'Inghilterra che potesse aiutare Leone X a contrastare
le mire egemoniche sia della Francia che della Spagna;
fu nominato così cardinal protettore d'Inghilterra.
Questi anni sono caratterizzati da manovre diplomatiche
per mantenere il pontificato di Leone X in equilibrio
tra i principi cristiani, e da importanti iniziative
ecclesiastiche come il Concilio Lateranense V
(1512-1517) durante il quale Giulio si interessò
particolarmente alla lotta contro le eresie.
Il 9 marzo 1517 fu nominato Vicecancelliere della Chiesa
di Roma, incarico che gli offrì la possibilità di
mettere in mostra le sue ottime qualità diplomatiche,
con un comportamento serio e apparentemente illibato in
confronto a quello mondano e dissoluto del cugino.
Mentre cercava di risolvere la questione di una crociata
contro i turchi che Leone X vedeva come assolutamente
necessaria, gli si pararono di fronte due enormi
problemi: da una parte la protesta luterana, dall'altra
la successione dell'Impero che, dopo Massimiliano I,
toccò al nipote Carlo, già re di Napoli. Nel corso
dell'anno 1521 la delicata situazione di Firenze (di cui
era stato nominato anche Governatore cittadino) lo
costrinse ad allontanarsi di frequente da Roma, ma
l'improvvisa morte del cugino pontefice (1521) l'obbligò
a tornare di corsa a Roma per preparare il futuro
conclave dal quale fu eletto Adriano VI, di cui aveva
sostenuto la candidatura per ingraziarsi l'imperatore
Carlo V. La situazione fiorentina rischiava però di
esplodere e la presenza di un Medici si faceva sempre
più necessaria; lo testimonia una congiura ordita contro
Giulio nel 1522, maturata negli ambienti repubblicani.
Il 3 agosto 1523 venne finalmente ratificata l'alleanza
tra il papa e Carlo V alla quale il cardinale de' Medici
aveva lungamente lavorato. La prematura morte di Adriano
VI nel settembre 1523 gli apriva la strada verso
l'elezione pontificia che, con l'appoggio
dell'imperatore e malgrado un conclave lungo e
difficoltoso durato cinquanta giorni, giunse il 19
novembre. Il neoeletto assunse il nome di CLEMENTE VII.
La sua elezione venne salutata con entusiasmo, anche se
certe aspettative si dimostrarono ben presto mal
riposte, perché all'atto pratico Giulio de' Medici
risultò incapace di risolvere con decisione i difficili
problemi che dovette affrontare.
Non fu da lui rinnegata la sua politica di neutralità,
ma l'equilibrio tra i due contendenti, Carlo V e
Francesco I di Valois, per il predominio dell'Italia e
dell'Europa, era davvero difficile da mantenere. Carlo
V, infatti, intendeva restaurare l'Impero dando
carattere moderno alle sue strutture amministrative e
accentuando sempre più una poltica espansionistica che
non poteva non creare scontri con il re di Francia. Il
delicato e precario congegno diplomatico di Clemente VII
in nome della 'libertà d'Italia' si inceppò proprio
quando la tensione crebbe: dopo la conquista di Milano
da parte di Francesco I, avvenuta nell'ottobre 1524,
Clemente VII corse ai ripari spedendo a trattare il più
abile tra i suoi consiglieri, il datario apostolico Gian
Maria Giberti (filo-francese, mentre l'arcivescovo di
Capua, Niccolò Schomberg, lo spingeva invece a mantenere
la posizione imperiale), che però dovette cambiare
repentinamente direzione alla notizia dell'arrivo delle
truppe imperiali in Lombardia.
Proprio il quel periodo la Riforma acquistava
proporzioni sempre più vaste in Germania. Nella seconda
dieta di Norimberga, nel febbraio 1524, gli stati
riconobbero sì l'editto di Worms come legge dell'Impero,
ma promisero al legato pontificio, cardinale Lorenzo
Campegio, soltanto di mandarlo in esecuzione 'nei limiti
del possibile', e chiesero di nuovo una comune assemblea
della nazione tedesca, ossia un concilio nazionale che
avrebbe dovuto aver luogo a Spira nello stesso anno. Sia
il papa che l'imperatore vi si opposero energicamente.
Di breve durata fu il successo ottenuto dai francesi:
gli imperiali di Carlo V lo sconfissero a Pavia il 24
febbraio 1525, catturando Francesco I e deportandolo a
Madrid. La vittoria dell'imperatore ebbe delle enormi
ripercussioni: Francesco, considerato capo della
principale potenza europea, venne umiliato, dovette
perdonare Carlo di Borbone ed insediarlo nuovamente
nelle sue terre, fu costretto a lasciare in ostaggio i
suoi due figli, fu invitato a sposare la sorella di
Carlo V, Eleonora; inoltre fu costretto ad accettare la
pace di Madrid del 1526 e rinunciare a Milano, Napoli e
la Borgogna. Fu rilasciato il 18 marzo dello stesso
anno.
Ma il sovrano francese, sottoscrivendo il contratto,
aveva deciso di non osservarne le gravose condizioni.
Giunto difatti in Francia, protestando di essere stato
costretto con la violenza di Carlo V ad accettare i duri
patti, si rifiutò di ratificare il trattato di Madrid, e
il 22 maggio del 1526, a Cognac sulla Charente, stipulò
con Clemente VII, con Firenze, con Francesco Maria
Sforza e coi veneziani una lega per scacciare
dall'Italia gli imperiali: la LEGA SANTA DI COGNAC. I
confederati si obbligavano a radunare nella penisola a
spese comuni 2500 uomini armati, 3000 cavalli e 30.000
fanti; Francesco I prometteva di mandare un esercito in
Lombardia e un altro in Spagna; i veneziani e il
pontefice dovevano assalire il regno di Napoli con una
flotta di ventotto navi; infine, cacciati gli Spagnoli,
il papa avrebbe dovuto mettere sul trono napoletano un
principe italiano il quale avrebbe pagato al re di
Francia un canone annuo di 75.000 fiorini. Furono tutte
illusioni. Francesco I continuò a trattare con Carlo V
per il riscatto dei figli e per tutto il 1526 non
partecipò alle operazioni belliche, proprio lui che le
aveva promosse.
L'atteggiamento guerrafondaio della coalizione
anti-imperiale, ma anche lo stato d'animo di essere
uscito perdente contro i turchi, persuase l'imperatore a
'punire' il papa, ritenendolo il primo responsabile
della sconfitta contro i turchi, visto che egli stesso
demagogicamente ne aveva fatto una sua causa, cercando
di far credere che tutta la sua politica fosse diretta
contro i turchi per costruire poi uno stato universale
cristiano. Indubbiamente voleva mettere in stato
d'accusa la politica antimperiale condotta dal papa, che
aveva aderito alla lega di Cognac. Per dare pubblicità
alla cosa non restava che un'esemplare punizione...
Intanto un grave fatto era avvenuto. Il cardinale Pompeo
Colonna, di tendenze filo-imperiali, spinto da Carlo V
con promesse e denari, aveva, durante la notte dal 19 al
20 settembre 1526, con un esercito di 8000 uomini,
occupato la porta di san Giovanni in Laterano e il
Trastevere, spingendosi per il Borgo Vecchio fino al
Vaticano. Il pontefice aveva fatto in tempo a rifugiarsi
a Castel sant'Angelo, e il Vaticano e i palazzi vicini
vennero saccheggiati dalle soldatesche. Clemente VII,
chiuso nel castello, chiese la mediazione di Ugo di
Moncada, si impegnò di perdonare ai Colonnesi, di
ritirare le sue truppe dalla Lombardia, e a questi patti
concluse una tregua di quattro mesi con l'imperatore.
Non solo, ma vedendo che i francesi non gli mandavano
gli aiuti promessi e che i veneziani non attaccavano
come avrebbero dovuto il Borbone, il pontefice il 15
marzo concluse una tregua di otto mesi, promettendo di
sborsare 60.000 ducati al Borbone a condizione che si
ritirasse, di assolvere dalle censure ecclesiastiche i
Colonna e di restituire nella sua dignità il cardinale
Pompeo.
Ma Carlo di Borbone, che oramai non esercitava che
scarsa autorità sulle proprie truppe, dichiarò che la
somma stabilita nel patto della tregua non era
sufficiente e non accettò l'armistizio.
Il 31 marzo egli passò il Reno presso Bologna e verso la
metà d'aprile, per Meldole, Santa Sofia e Val di Bagno,
si diresse verso la Toscana. Allora le truppe della Lega
al comando di Francesco Maria della Rovere e del
marchese di Saluzzo, passarono gli Appennini ed andarono
ad accamparsi a poche miglia da Firenze per proteggere
questa città dall'esercito del Borbone. Questo era
giunto a Pieve Santo Stefano quando a Firenze, dove era
generale il malcontento contro il cardinale di Cortona,
Silvio Passerini, tutore di due giovani 'illegittimi'
Medici, Ippolito ed Alessandro, il 26 aprile scoppiò un
tumulto. Molti giovani delle principali famiglie
fiorentine, capeggiati da Pietro Salviati, occuparono il
Palazzo della Signoria; ma quello stesso giorno,
assediati da 1500 soldati della Lega prontamente accorsi
dal campo, dietro la mediazione del gonfaloniere Luigi
Guicciardini che fece ottener loro il perdono, cedettero
il palazzo e la calma ritornò in città. Intanto il
Borbone dal territorio di Arezzo entrava nel Senese e si
dirigeva alla volta di Roma. Lungo la via saccheggiò
Acquapendente e San Lorenzo alle Grotte, occupò Viterbo
e Ronciglione, e il 5 maggio giunse sotto le mura di
Roma, che era difesa da una improvvisata ed esigua
schiera e mal disciplinata milizia al comando di Renzo
da Ceri.
La mattina del 6 maggio del 1527 l'esercito imperiale
mosse all'assalto delle mura del Borgo tra il Gianicolo
e il Vaticano. Carlo di Borbone, per animare con
l'esempio verso i suoi soldati, si lanciò tra i primi e,
presa una scala, l'appoggiò alle mura; ma mentre
arditamente saliva, fu colpito da una palla
d'archibugio, che Benvenuto Cellini si vantò d'aver
tirata, e cadde morto all'età di soli trentotto anni. La
sua morte invece di smorzare accrebbe l'impeto degli
assalitori, i quali, sebbene con gravi perdite,
riuscirono a superare le mura e ad entrare nella città.Durante
l'assalto, passato alla storia come il SACCO DI ROMA,
Clemente VII stava a pregare nella cappella del suo
palazzo. Quando le grida dei soldati gli annunciavano
che Roma era perduta, fuggì a Castel sant'Angelo e vi si
chiuse con i cardinali e gli altri prelati, mentre gli
invasori inseguivano per le strade i soldati pontifici
fuggiaschi catturandoli e trucidandoli con picche e
alabarde.
Circa 40.000 uomini contava l'esercito imperiale che
faceva irruzione a Roma: c'erano 6000 spagnoli del
Borbone a cui, lungo il cammino, si erano aggiunte le
fanterie italiane di Fabrizio Maramaldo, di Sciarra
Colonna e di Luigi Gonzaga, molti cavalieri che si erano
messi al comando di Ferdinando Gonzaga e del principe d'Orange
Filiberto di Chalons, succeduto nel comando supremo a
Carlo di Borbone, numerosi disertori dell'esercito della
lega, i soldati licenziati dal pontefice e non pochi
banditi attratti dalla speranza di rapine.
Ma fu impiegato anche un altro esercito: quello composto
da 14.000 lanzichenecchi guidati da Georg Frundsberg,
una turba di soldataglia rozza e inferocita, che forse
l'imperatore si illudeva di poter controllare e
all'occorrenza fermare. Queste truppe travolsero le
difese periferiche di Roma si impadronirono delle
entrate della città, iniziarono ad assediarla. 8000
mercenari bavaresi, svevi e tirolesi arrabbiati ed
esasperati dalla fame e dal ritardo nel pagamento dei
loro stipendi, tutti ottimi combattenti e luterani, che
quindi consideravano il papa come l'anticristo e Roma
come la Babilonia corruttrice, videro balenarsi agli
occhi, prospettata dal loro comandante Carlo di Borbone,
la possibilità delle immense ricchezze che potevano
venire dal saccheggio dell'Urbe.
Le chiese furono invase, profanate, spogliate di tutti i
tesori; dagli arredi sacri, furono asportati l'oro,
l'argento e le gemme, di ciò che rimaneva vennero
disseminate le strade; i quadri e le statue, considerati
dai luterani come segni di idolatria, furono fatti a
pezzi, i monasteri furono violati e le monache date in
pasto alla furiosa libidine dei soldati; numerosissime
donne vennero strappate dalle case e condotte per le vie
dalle truppe assetate di sozze voglie. Nessuna casa fu
risparmiata, ma furono presi specialmente di mira i
palazzi dei ricchi e dei prelati, che vennero
spietatamente saccheggiati. Si credeva che le case dei
cardinali devoti al partito imperiale dovessero esser
rispettate e perciò i mercanti vi avevano trasportato le
loro robe; ma alcune vennero lo stesso messe a sacco,
altre si salvarono pagando grosse taglie che furono
richieste e sborsate più d'una volta. I cittadini
subirono ogni sorta d'insulti, d'imposizioni e di
violenze. Molti vennero sottoposti a torture perché
rivelassero i nascondigli dove si pretendeva che
avessero nascosto le loro ricchezze o perché
riscattassero la loro vita con enormi somme. Roma, in
quel maggio, presentava un aspetto desolante. Le vie
erano disseminate di cadaveri, percorse da ciurme di
soldati ubriachi e schiamazzanti che si trascinavano
dietro donne di ogni condizione, da saccheggiatori che
trasportavano oggetti rapinati; le chiese erano
trasformate in bivacchi, dove tedeschi, spagnoli e
italiani gozzovigliavano; in ogni luogo e sopra ogni
cosa lasciavano traccia del loro passaggio e della loro
ferocia.
Il cardinale Pompeo Colonna entrò trionfante a Roma l'8
maggio, seguito da numerosi contadini dei suoi feudi, i
quali si vendicarono dei saccheggi subiti mesi prima per
ordine del pontefice saccheggiando a loro volta tutte
quelle case in cui ancora rimaneva qualche cosa da
prendere o da distruggere. Il cardinale però - secondo
quello che scrive un suo biografo - avuta compassione
della miseria in cui era precipitata la sua patria,
diede asilo nel suo palazzo a quanti vollero
rifugiarvisi e liberò perfino con i propri denari non
pochi prelati, senza distinzione di partito.
Dopo tre giorni il principe d'Orange ordinò che cessasse
il saccheggio; ma le soldatesche non ubbidirono e Roma
continuò ad essere saccheggiata finché vi rimase qualche
cosa da prendere.
Lo stesso giorno in cui gli imperiali penetrarono a
Roma, giunse in soccorso con una schiera di cavalli e di
archibugieri il capitano pontificio Guido Rangoni; ma
era troppo tardi. Dal ponte Salario, fin dove si era
spinto, si ritirò ad Otricoli. Francesco Maria della
Rovere, partito da Firenze il 3 maggio, giunse il giorno
16 ad Orvieto dove si unì al marchese di Saluzzo che vi
era giunto cinque giorni prima e invano aveva tentato di
liberare Clemente VII da Castel sant'Angelo. Il Della
Rovere se avesse voluto, avrebbe potuto facilmente con
le sue milizie penetrare in Roma e cacciare gli
invasori, i quali, privi di disciplina, e intenti al
saccheggio e a gozzovigliare, non erano in grado di
opporre alcuna seria resistenza; tuttavia non volle
tentare nessuna azione e il 1° giugno andò ad accamparsi
a Monterosi.
Il Sacco di Roma fu un episodio che rimase indelebile
nella memoria collettiva dell'epoca e che susciterà
clamore nella cristianità. Clemente VII scelse la strada
dell'estraneità; significative le parole del sonetto
caudato del Berni: «Un papato composto di rispetti,/ di
considerazioni e di discorsi,/ di pur, di poi, di ma, di
se di forsi,/ [...]».
Essendo caduta ogni speranza di soccorso, Clemente VII
il 6 giugno capitolò, obbligandosi a pagare agli
imperiali 400.000 ducati, di cui 100.000 immediatamente
e il resto entro tre mesi; inoltre era prevista la
consegna di Parma, Piacenza e Modena. Ma Carlo V non fu
soddisfatto di ciò: lui, profondamente cattolico, fu
costernato di tale scempio e se ne discolpò. Clemente
VII accettò a novembre le condizioni imposte
dall'imperatore, ma per evitare di metterle
immediatamente in esecuzione lasciò Roma e si rifugiò,
il 16 dicembre 1527, a Orvieto.
Carlo inviò un'ambasciata presso Clemente per esprimere
tutto il suo profondo rammarico per l'episodio. E
Clemente alla fine, non ritenendolo responsabile, lo
perdonò, ma non dimenticò. Fu così stipulata; verso la
fine del 1529, la Pace di Barcellona. Inoltre il 24
febbraio 1530 Carlo V riceveva dalle mani di Clemente
VII la corona imperiale: l'occasione fu positivamente
salutata dalla cristianità che vedeva finalmente
riconciliati papa e imperatore. Con la pace fatta Carlo,
insieme al papa, si impegnava a restaurare i Medici a
Firenze abbattendo la repubblica fiorentina e a
concedere la Borgogna a Francesco I il quale, in cambio,
si impegnava a non intromettersi più negli affari
italiani. In ottemperanza agli accordi l'imperatore
mandò le sue truppe ad assediare Firenze che aveva
rovesciato i Medici nel 1527 ed aveva proclamato la
Repubblica. Questa si difese con valore contro gli
imperiali guidati da Filiberto d'Orange, ma nulla potè a
causa del tradimento di Malatesta Baglioni; divenne duca
della città Alessandro de' Medici (figlio illegittimo di
Lorenzo), che ebbe in sposa Margherita, figlia naturale
di Carlo V.
Con l'imperatore lontano e preoccupato di dar pace alla
Germania in preda agli scontri confessionali e con il
pericolo turco alle porte, in poco tempo Clemente VII
ritornò a migliori rapporti con la Francia. Carlo V, cui
non erano rimaste occulte tali trattative, appena la
situazione in Germania, dopo la tregua di Norimberga, lo
permise, animato dal proposito di rompere l'amicizia
stabilitasi tra Francesco I e Clemente VII, invitò
quest'ultimo ad un convegno tenutosi a Bologna, il 13
dicembre 1532. Ivi propose al pontefice di unire in
matrimonio sua nipote Caterina con il duca di Milano, ma
il papa non accettò la proposta. L'imperatore allora ne
avanzò una altra: gli propose una lega dei vari stati
della penisola allo scopo di difendere l'Italia dalle
aggressioni degli stranieri (lui non si considerava
tale), specie dei Turchi. Nello stesso tempo gli chiese
di convocare un concilio generale, concilio che il
pontefice aveva promesso nel primo congresso di Bologna
e che era necessario per pacificare la Germania.
La proposta della lega fu da Clemente VII accolta di
buon grado perché non danneggiava gli interessi della
Santa Sede; ma identica accoglienza non trovò la
richiesta della convocazione del concilio perché il papa
non solo temeva di procurare ai suoi avversari un'arma
che poteva essere adoperata ai suoi danni, ma credeva
anche che un concilio non potesse ridare la pace al
mondo cristiano ora che la riforma luterana aveva messo
salde radici. Su questo argomento, lunghe furono le
discussioni tra Carlo V e Clemente VII; quest'ultimo
alla fine dovette piegarsi e in un accordo segreto,
consacrato in una bolla del 24 febbraio 1533, promise la
convocazione del concilio, riservandosi però di fissarne
la data.
Con il convegno di Bologna l'imperatore non aveva
ottenuto quel che più di ogni altra cosa desiderava, di
staccare cioè il pontefice da Francesco I; anzi con
l'importuna richiesta del concilio aveva fatto sì che
Clemente VII si avvicinasse di più al re di Francia e
formalmente gli promettesse la mano della nipote
Caterina de' Medici (chiamata 'la pia', ma che ordinerà
nel 1572 la famosa strage degli ugonotti), figlia di
Lorenzo, al delfino di Francia, Enrico d'Orleans,
secondogenito di Francesco I; a mediare le nozze, che si
tennero a Marsiglia nell'estate del 1533, fu chiamato
l'abile duca d'Albania, con il cardinale di Grammont.
Probabilmente questo matrimonio fu l'unica gioia della
vita del papa, poichè lusingava la sua grande ambizione
e la soddisfazione di aver elevato se stesso e la sua
famiglia ai ranghi dei maggiori governanti europei.
L'attenzione alla politica europea e italiana portò
Clemente VII a trascurare e sottovalutare il movimento
protestante che ormai si andava sempre più diffondendo;
in particolar modo non seppe spegnere con risolutezza la
scintilla che si era accesa in Inghilterra che animava
quella polveriera chiamata
ENRICO VIII.Enrico
aveva un grosso problema: non aveva un erede maschio. Di
questo egli incolpava la consorte Caterina d'Aragona, la
cui unica figlia era la principessa Maria. Ebbe anche
numerose relazioni con dame della corte fino a quando
non si innamorò di Anna Bolena, una delle più belle
signore del tempo, donna dalla volontà di ferro, intuito
politico e... di religione protestante. Dal 1527 Enrico
iniziò a cercare una via d'uscita all'unione con
Caterina, argomentando a suo favore che il matrimonio
con la vedova del fratello non era valido.
Mandò a Roma un suo rappresentante, il Wolsey, per
spiegare il caso al papa, ma la missione fallì. Allora
Enrico lo sostituì con THOMAS MORE, grande umanista e
abile giurista, che fu nominato per l'occasione Lord
Cancelliere. Moro si consigliò con i principali studiosi
europei di diritto, cercando un appoggio per la sua
causa. Nonostante le motivazioni addotte, il divorzio
era impossibile, anche perchè nipote di Caterina era
Carlo V ed il papa non voleva certo inimicarselo.
Il sovrano allora devette trovare un altro modo per
realizzare il suo desiderio. All'inizio del 1529,
attraverso il Parlamento, cominciò ad esercitare
pressioni sul papa. Esigendo la correzione degli abusi,
il Parlamento votò per sopprimere i pagamenti dei
vescovi inglesi alla Chiesa di Roma ed eliminare
l'indipendenza degli ecclesiastici inglesi. Secondo le
disposizioni precedenti, infatti, il clero doveva
fedeltà solamente al papa. Con il nuovo atto del
Parlamento, Enrico ottenne il potere di nominare i
propri vescovi. Egli usò tale potere per designare
arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer, un caro amico
di Anna Bolena.
Nel gennaio del 1533 fu celebrato il suo sposalizio con
Anna Bolena, nel maggio dello stesso anno il matrimonio
con Caterina d'Aragona fu dal Cranmer dichiarato
ufficialmente nullo; alcuni mesi dopo (7 settembre 1533)
nacque la figlia di Anna, la futura regina Elisabetta.
Enrico era così caduto nella scomunica papale. Contro
questa egli si appellò ad un concilio ecumenico
(novembre 1533). Alla sentenza definitiva di Clemente
VII, per cui solo il matrimonio con Caterina aveva
valore legittimo (marzo 1534), Enrico rispose con
l'Atto di Supremazia, votato dal Parlamento il 3
novembre 1534, il quale lo dichirava Re supremo e unico
Capo della Chiesa d'Inghilterra, e gli si attribuiva in
tutto il paese quell'autorità e quel potere spirituale
che fino ad allora solo il pontefice aveva esercitato.
Chi si rifiutava d'accettare con giuramento tale
provvedimento e di riconoscere il nuovo matrimonio del
re con il relativo ordine di successione al trono, era
considerato reo di alto tradimento e punito con morte.
Lo scisma era ormai compiuto. Sebbene questo evento
avesse avuto dei minimi effetti sul re, la questione
causò il risentimento dei cattolici praticanti. Come
conseguenza della rottura con Roma, Enrico e Cromwell
intrapresero una riorganizzazione della Chiesa e dello
Stato. Tutti i pagamenti che prima andavano versati al
papa ora venivano versati alla corona; il Parlamento si
adoperò per escludere la principessa Maria dalla
successione al trono in favore della figlia di Anna
Bolena, nella speranza che, prima o poi, sarebbe nato un
erede maschio.
Enrico accettò anche dei piccoli cambiamenti nella
pratica della fede cattolica. La Bibbia venne tradotta
in inglese, ai preti fu permesso sposarsi, e le reliquie
dei santi vennero distrutte. La religione di Enrico
rimase quella cattolica, malgrado moltissime persone
alla corte e nel regno avessero adottato la fede
protestante. Egli impedì ai più ferventi di questi
protestanti di compiere cambiamenti troppo radicali
nella dottrina religiosa, redigendo un documento (The
Six Articles - 1539) nel quale venivano indicati i
principi della Chiesa d'Inghilterra, molti dei quali
erano derivati dalla fede cattolica.
Nei periodi, fra l'altro molto scarsi, in cui non
dovette dedicarsi alla politica, Clemente VII fuuomo
colto e mecenate, conformemente alle sue origini
familiari, cercando sempre di circondarsi sempre di
uomini dalla spiccata arguzia che si intrattenevano con
lui durante i pasti e lo svagassero un po' dalle
preoccupazioni. Fra questi uomini c'era sicuramente
anche il già ricordato Berni, che divenne al papa
carissimo e dal quale ottenne titoli ed onori
(Protonotario apostolico nel 1527 ne è un chiaro
esempio).
Il IX Giubileo fu da lui indetto fin dall'aprile 1524
con la bolla 'Inter sollicitudines et coram nobis',
promulgata il 17 dicembre. Questa dispensava
dall'obbligo dell'elemosina i pellegrini a Roma; invece
restava comunque obbligatoria per coloro che non
potevano giungervi. Il papa aprì personalmente la Porta
Santa. Durante l'anno l'affluenza di pellegrini fu
scarsa a causa delle guerre, del timore dell'avanzata
turca, della rivolta dei contadini in Germania.
Nell'agosto del 1525 si ebbe una nuova recrudescenza
della peste. Questo Giubileo può essere considerato
l'ultimo dei giubilei medievali e l'inizio della loro
crisi, anche dopo che i luterani avevano diffuso alcuni
libelli che accusavano Clemente VII di indire il
giubileo col solo scopo di aumentare le finanze della
Chiesa.
Di ritorno a Roma dopo la permanenza forzata ad Orvieto,
Clemente proseguì la sua opera di mecenate mettendo in
atto diverse opere di grande valore artistico: sviluppò
ulteriormente la Biblioteca Vaticana, proseguì nella
costruzione della Basilica di san Pietro, portò a
termine i lavori del Cortile di San Damaso e Villa
Madama ed incaricò Michelangelo di affrescare la parete
di fondo della Cappella Sistina con il 'Giudizio
Universale' seguendone personalmente i lavori.
Commentò e fece pubblicare tutte le opere di Ippocrate.
Accrebbe notevolmente il numero degli ecclesiastici,
approvando, nel 1528, l'Ordine dei Cappuccini, ramo
dell'Ordine dei Frati Minori, formatosi attorno ai
francescani osservanti Matteo da Bascio e Luigi da
Fossombrone, caratterizzato da un cappuccio quadrato
appuntito e dalla barba. Nel 1530 approvò i Chierici
Regolari di san Paolo (detti anche Barnabiti, dal
chiostro di san Barnaba dove abitavano), fondati da
sant'Antonio Maria Zaccaria per l'assistenza agli
infermi e l'educazione della gioventù.
Di ritorno da Marsiglia, dove aveva assistito al
matrimonio della nipote, Clemente VII si riammalò della
stessa malattia che lo aveva colpito nel 1529 e che
spesso tornata a visitarlo. Del resto il suo pontificato
era stato coronato da dolori e sofferenze: aveva visto
Roma invasa e saccheggiata, era stato schernito dai
luterani, aveva sofferto la prigionia, era stato
perseguitato negli ultimi tempi dallo spauracchio del
concilio e afflitto dallo scisma di Enrico VIII che
separava l'Inghilterra dalla Chiesa Cattolica; aveva
assistito ai grandi progressi che la Riforma luterana
faceva in Germania e infine lo avevano rattristato
profondamente le discordie provocate a Firenze dagli
altri suoi nipoti, uno contro l'altro, fino ad arrivare
al delitto.
Dopo alcuni mesi d'infermità, Clemente VII morì a Roma
il 25 settembre 1524 dopo quasi undici anni di
intensissimo pontificato. Venne sepolto in santa Maria
sopra Minerva, in un mausoleo disegnato da Antonio di
Sangallo, di fronte a quello del cugino Leone X.
Con la sua morte si chiudeva il periodo dei papati
medicei e del legame tra Roma e Firenze che Clemente VII
aveva tenacemente cercato di mantenere e rinsaldare. Di
lui scrisse il Guicciardini: "Egli cessò di vivere
odiato alla corte, sospetto ai principi, e con fama più
presto grave ed odiosa che piacevole, essendo reputato
avaro, di poca fede e alieno di natura dal beneficare
gli uomini...". Completano il ritratto le parole
del Giovio: "Clemente non ebbe grandezza d'animo né
liberalità; per indole si piacque delle spilorcerie,
delle simulazioni; non fu crudele né malvagio, ma duro e
illiberale...".
PAOLO III, Alessandro Farnese, romano
(1534-1549)
(Pontificato 1534-1549)
ALESSANDRO nacque
a Canino (VT) il 29 febbraio 1468 dalla nobile ed
antica famiglia FARNESE, figlio di Pierluigi e
Giovannella Caetani. Formatosi alla corte fiorentina
di Lorenzo il Magnifico, visse la giovinezza in modo
movimentato e gaudente, essendo amante di caccia e
divertimenti. Abbandonata questa vita si dedicò
esclusivamente alla causa di Cristo, percorrendo
rapidamente i gradini della carriera ecclesiastica,
grazie al suo ingegno, alla sua cultura, e alla
protezione di Alessandro VI e Clemente VII:
Protonotaio Apostolico nel 1491, Tesoriere Generale
nel 1492, nel settembre del 1493 fu elevato al
cardinalato (cardinale-diacono); pare che
quest'ultima nomina sia stata un indiretto
ringraziamento di papa Alessandro alla famiglia
Farnese per aver ricevuto in 'dono' la
perla di famiglia più preziosa, la bellissima Giulia
Farnese, sorella di Alessandro.
Nel 1499 fu nominato vescovo di Corneto e
Montefiascone, Legato ad Ancona nel 1502, vescovo di
Parma nel 1509. In seguito resse le diocesi di
Benevento (1514), di Frascati (1519), di Palestrina
(1523), di Ostia (1524) finquando alla morte di
Clemente VII venne eletto, dopo appena ventiquattro
ore di conclave, quale successore di Pietro, il 13
ottobre 1534.
La sua elezione fu acclamata dai romani con molta
gioia e speranza. La scelta del conclave era stata
saggiamente ponderata: le ferite inferte alla città
per un intero anno (maggio 1527- maggio 1528) ad
opera dei soldati di Carlo V, benchè fossero
trascorsi sette anni, erano ancora più che mai
aperte. Perciò, per cancellare il ricordo di quel
triste periodo, causato dalla politica errata di
Clemente VII, i cardinali, di comune accordo, si
erano proposti di eleggere al soglio pontificio un
romano proveniente da una illustre famiglia che
aveva ormai da tempo piantato la sue radici in Roma
ed al servizio della cattedra di Pietro. Il
cardinale Farnese, appena eletto, si mise subito
all'opera; assunse il nome di PAOLO III.
Trovò l'Europa spaccata in fazioni e divisa da
guerre: il mondo cattolico era funestato da fiere
lotte fra protestanti e cattolici e dalle rivalità
fra l'imperatore Carlo V e Francesco I di Francia. E
alle porte dell'Europa c'era il pericolo ottomano
sempre in agguato. Infatti nell'estate 1541 il
sultano Solimano II (il Magnifico) invase
l'Ungheria; contemporaneamente alcune flottiglie
turche minacciavano nel Mediterraneo occidentale i
domini di Carlo V. L'imperatore allora stabilì sulle
coste africane una spedizione contro il nemico, e
passò per l'Italia per avere un colloquio con il
papa. Da Lucca, ove ebbe luogo il convegno con Paolo
III, Carlo V, verso la metà di settembre si recò a
La Spezia, poi a Maiorca, per affrettare i
preparativi dell'impresa di Algeri. Sebbene i suoi
migliori generali gliela sconsigliassero data la
stagione avanzata, l'imperatore volle tuttavia
effettuarla e allestì, dandone il comando ad Andrea
Doria, una flotta di 65 galee e di 450 navi onerarie
con 12.000 marinai e 24.000 soldati. Nel 1545 Carlo
V firmò una tregua con Solimano garantendo la
sicurezza sul fronte orientale dell'Impero.
Si adoperò anche alla pacificazione degli animi dei
governanti europei, proponendo la convocazione di un
Concilio Ecumenico, che sin dagli inizi della
riforma protestante era stato invocato non solo da
Lutero e dai suoi seguaci, ma anche da moltissimi
cattolici e dallo stesso Carlo V, concilio che il
suo predecessore Clemente VII aveva costantemente
rifiutato; ma dovettero passare ancora altri dieci
anni prima che tale progetto si concretizzasse
veramente. Un primo tentativo di convocazione fu
fatto a Mantova nel 1536, ma fallì a causa di un
nuovo conflitto franco-asburgico scoppiato per il
dominio sul ducato di Milano; ne seguì una tregua
(1538), stipulata a Nizza, ma il conflitto riprese
nel 1542.
Allora Paolo III pensò di riunire l'ideato Concilio
a Vicenza (1537), ma i cattolici di Germania si
erano raccolti attorno all'imperatore stipulando
un'alleanza difensiva a Norimberga, contro la Lega
Smalcaldica protestante, grazie anche alla quale,
per incarico del principe elettore Giovanni Federico
il Magnanino di Sassonia, Lutero aveva compendiato
la sua dottrina nei cosiddetti Articoli smalcaldici.
Ma grazie alla tregua di Francoforte (1539) il
clima, tesissimo, si rasserenò. Si aprì così il
periodo dei "colloqui di religione", tentativi
pacifici di confronto dottrinale, di cui il
principale fu tenuto a Ratisbona nel 1541, alla
presenza dell'imperatore in persona, ma ben presto
anche questo mezzo fu trovato poco atto ad appianare
la via all'intesa e superare il contrasto
confessionale.
Dal 1542 al 1544 un altro conflitto contrappose
Francia e Impero, ma con la pace di Crépy del
settembre 1544, con la quale gli Asburgo prendevano
possesso di Milano e i francesi del Piemonte e della
Savoia, Carlo V ebbe mano più libera per occuparsi
di affari religiosi. Il CONCILIO ECUMENICO fu
convocato a TRENTO, sede di un principato vescovile
appartenente all'Impero germanico, con la bolla "Laetare
Jerusalem" per il 2 novembre 1542, ma per lo
scarsissimo concorso di prelati fu sospeso il 6
luglio del 1543; venne riconvocato l'anno dopo, il
19 novembre 1544. Gli stati protestanti tedeschi
respinsero aspramente l'invito; Lutero sfogò
nuovamente il suo astio verso il papato nello
scritto "Contro il papato di Roma, fondato dal
diavolo".
Nonostante la tanto attesa convocazione del
Concilio, probabilmente a causa del rifiuto
protestante a parteciparvi, Carlo V si risolse
all'uso delle armi. Come alleati egli aveva
guadagnato, oltre suo fratello, re Ferdinando, il
duca Guglielmo IV di Baviera, alcuni principi
protestanti (tra cui il duca Maurizio di Sassonia),
e lo stesso pontefice, il quale, in cambio, era
riuscito ad ottenere l'apertura del Concilio. Paolo
III inviò 12.000 uomini al comando di Ottavio
Farnese. La 'guerra smalcaldica' ebbe uno
sviluppo molto celere, l'imperatore sconfisse e
sciolse definitivalmente la Lega nell'aprile del
1547: con questa vittoria l'astro Carlo V fu più
rilucente che mai. Ma in realtà il protestantesimo
era vinto solo come organizzazione
politico-militare, non come potenza religiosa.
L'apertura del Concilio (durato complessivamente 18
anni, con due prolungate interruzioni) era stata
fissata per la primavera del 1545, ma a causa di
nuove difficoltà essa potè celebrarsi solo nella
terza domenica d'avvento (13 dicembre) nel duomo
della città. Esso non ebbe particolare influsso
sullo sviluppo del protestantesimo come tale; non
solo, ma non ebbe nessuna azione conciliativa con la
nuova confessione ma si pose in chiara azione
anti-protestantesimo. Alcuni storici affermano che,
per il suo carattere 'unilaterale', cioè con
presenze solo cattoliche, non meriti nemmeno di
essere chiamato Concilio. I protestanti, che avevo
rifiutato l'invito alla partecipazione, convocarono,
nella primavera del 1545, un proprio Concilio a
Worms, dove rivendicarono la propria autonomia
religiosa dalla Chiesa di Roma, e, per quanto
riguardava la dottrina e la disciplina, dichiaravano
piena libertà di decisione.
La presidenza del Concilio (primo periodo, sessioni
I-X, 13 dicembre 1545 - 2 giugno 1547) fu tenuta con
capacità e destrezza dai Legati nominati dal papa, i
tre cardinali Giovanni Maria del Monte (futuro
Giulio III), Marcello Cervini (futuro Marcello II) e
l'inglese Reginaldo Pole. Loro compito era
determinare la scelta degli oggetti di discussione e
sorvegliare i dibattiti stessi; nelle questioni più
importanti, essi ricevevano istruzioni direttamente
da Roma. Con un numero inizialmente scarso di membri
aventi diritto di voto (32-42) fu fissato dapprima
l'ordine di procedura e fu deciso di trattare in
modo simultaneo e parallelo, materia dogmatica e
materia disciplinare, sebbene l'imperatore dal canto
suo desiderasse, per riguardo ai protestanti, che si
desse la precedenza alla riforma, e il papa invece
alle questioni riguardanti la fede. Così le
decisioni del Concilio, che dopo essere state
preparate e discusse nelle varie commissioni e nelle
congregazioni, venivano infine approvate e
proclamate nelle sessioni solenni, si articolavano
regolarmente nelle due specie di decreta de fide
e decreta de reformatione.
Come sistema di votazione si usò quello individuale,
come s'era fatto sempre in passato fino al Concilio
di Costanza. Al diritto di voto deliberativo furono
ammessi i vescovi, i generali di ordini religiosi e
una parte di abati; nella preparazione dei decreti
tuttavia, furono chiamati a collaborare con voto
consultivo anche numerosi teologi (theologi
minores) non vescovi, fra cui parecchi uomini
di alta fama, quali i gesuiti Salmeron, Lainez e
Pietro Canisio, i domenicani Cano, Soto e Ambrogio
Catarino, i francescani spagnoli de Castro e de Vega;
fra i teologi di rango prelatizio emerse
particolarmente per la sua vasta dottrina il
generale degli Eremitani di sant'Agostino, Girolamo
Seripando, il principale esponente della scuola
agostiniana.
Il compito dogmatico del Concilio consisteva
nell'esposizione e chiarificazione del dogma
cattolico, di fronte alla negazione di verità
fondamentali da parte dei protestanti, di fronte al
loro nuovo principio materiale e formale del
cristianesimo, al loro concetto spiritualistico
della Chiesa e alla negazione di quasi tutti i
sacramenti. Perciò nella IV sessione (8 aprile 1546)
fu innazitutto riconosciuto il valore della
Tradizione Apostolica pari a quello della Sacra
Scrittura, come unica fonte della fede e fu definito
il canone dei libri ispirati.
Fra le traduzioni della Bibbia fu dichiarata
autentica per l'uso teologico-ecclesiastico la
Vulgata, e fu infine proclamata come norma per
l'interpretazione della Sacra Scrittura l'opinione
comune dei Padri e il giudizio della Chiesa. Nella V
sessione (17 giugno 1546) fu pubblicato il decreto
dogmatico sul peccato originale, nella VI sessione
(13 gennaio 1547) quello sulla giustificazione, che
attribuiva alla fede il valore di "inizio e e
fondamento e radice di ogni salvezza umana"; il
decreto, vero capovolgimento teologico, esprime
nella forma più precisa la concezione cattolica di
fronte a quella protestante. L'opposizione dello
scotismo affiorò nel corso delle discussioni, ma non
si espresse nel decreto. Si prese quindi in esame la
dottrina dei sacramenti, e nella VII sessione (3
marzo 1547) fu definita la dottrina dei sacramenti
in genere, e del battesimo e della cresima in
particolare. Inoltre, dalla V alla VII sessione
furono emananti anche una serie di decreti di
riforma, riguardanti l'obbligo di istituire nelle
chiese maggiori e nei conventi delle cattedre di
Sacra Scrittura, che dovevano diventare il centro
dello studio teologico, l'obbligo di esercitare
l'ufficio della predicazione, il dovere di residenza
dei titolari di benefici, le qualità necessarie per
i candidati all'ufficio vescovile, ed altro ancora.
Ma il luogo del Concilio non era gradito a Roma. In
curia si era accettata controvoglia la scelta di una
città dell'impero germanico; più volte si tentò
anche di trasferire il concilio in una città più
vicina a Roma, ma si dovette rinunciare all'idea per
l'opposizione dell'imperatore. L'occasione giunse
nel febbraio 1547 quando un preoccupante morbo
epidemico (febbre petecchiale) scoppiato a Trento
mise in grave situazione i Legati papali, per la
partenza di molti prelati italiani, principali
sostenitori del papa. Prima che il guaio fosse
irreparabile i Legati decisero, con la maggioranza
di due terzi del Concilio di trasferire l'assise a
Bologna (sessione VIII, 11 marzo 1547); il papa
confermò il trasferimento. Ma quattordici prelati di
tendenze imperiali si fermarono a Trento, e lo
stesso Carlo V fu estremamente indignato della
traslazione, perchè una comparsa dei protestanti
tedeschi, ch'egli proprio allora aveva assoggettato
alla sua forza (guerra smalcaldica, cfr. sopra) in
una città dello Stato Pontificio non era proprio
pensabile. Perciò egli insistette con ogni energia
perchè il Concilio fosse riportato a Trento, e
ottenne almeno che si evitasse una pubblicazione di
decreti nelle sessioni IX e X celebrate a Bologna,
dove intanto le commissioni di studio avevano
ripreso a lavorare alacremente.
Ma la situazione si era ancora più inasprita per una
violentissima protesta dell'imperatore (gennaio
1548) e per il suo agire arbitrario presso dieta di
Augusta, dove aveva fatto emanare un provvedimento
provviso, il cosiddetto Interim del 30
giugno 1548. Questo documento, elaborato dal vescovo
Pflug di Naumburg, dal vescovo ausiliare di Magonza
Michele Helding e dal teologo protestante Giovanni
Agricola, tanto dal lato dottrinale come da quello
disciplinare era sostanzialmente cattolico, però
concedeva ai protestanti il matrimonio dei preti e
il calice ai laici fino a una decisione definitiva
del concilio. Della restituzione dei beni
ecclesiastici sequestrati non si faceva parola. Il
papa ne fu scontentissimo perchè vi vedeva
un'ingerenza indebita dell'imperatore nella sfera
dei diritti ecclesiastici. Per questo agire
arbitrario di Carlo V, a cui si aggiungeva la morte
di Francesco I che privava il pontefice di un forte
alleato, il 13 settembre 1549 (due mesi prima della
sua morte), Paolo III sospese il concilio.
Pochi mesi dopo la sua elezione Paolo III si trovò a
fronteggiare l'espansione protestante anche in
Inghilterra. Infatti è datato 3 novembre 1534 l'Atto
di supremazia votato dal parlamento, che dichiarava
il re supremo e unico capo della Chiesa
d'Inghilterra, e gli attribuiva in tutto il paese
quell'autorità e quel potere spirituale che fino
allora vi aveva esercitato il papa. Chi rifiutava
d'accettare con giuramento l'atto di supremazia e di
riconoscere il nuovo matrimonio del re (con Anna
Bolena) col relativo ordine di successione al trono,
era considerato reo di alto tradimento e punito con
morte crudele. Lo scisma inglese era ormai un fatto
compiuto. Purtroppo il clero, già da tempo
assuefatto ad una chiesa di stato, si assoggettò
nella grande maggioranza a questa nuova forma di
cesaropapismo. Soltanto pochi ebbero il coraggio di
opporsi; le vittime più note del dispotismo di
Enrico furono il dotto e pio vescovo John Fisher di
Rochester, che Paolo III nominò cardinale durante la
sua prigionia, e il nobile umanista Thomas More.
Entrambi furono decapitati nel 1535. Nel 1538 Paolo
III pubblicò la bolla, già pronta da tre anni, in
cui Enrico veniva scomunicato e dichiarato decaduto
dal regno, e i suoi sudditi sciolti dal giuramento
di fedeltà, ma questa sortì una scarsa efficacia.
Consapevole della tremenda situazione ecclesiastica
si adopeò anche per il riassetto interno della
Chiesa, con un'opera che andava di pari passo con il
Concilio. Per questo chiamò a far parte del supremo
senato della Chiesa una serie di personalità d'alto
merito culturale e morale, quali Contarini, Carafa,
Sadoleto, Pole, Cervini, Morone, Gilberti, Fregoso,
Toledo e parecchi altri che onorarono la Curia
romana. Con l'aiuto di questi porporati, Paolo III
attuò parecchie riforme: riorganizzò la Camera
Apostolica, la Sacra Rota, la Cancelleria e la
Penitenzieria. Creò una commissione cardinalizia
atta a preparare la riforma dei costumi del clero;
frutto dei lavori furono il 'Consilium super
reformatione ecclesiae' e il 'Consilium de
emendanda ecclesia' del 1537.
Su suggerimento del cardinale Carafa (futuro Paolo
IV) e di sant'Ignazio di Loyola, con la bolla "Licet
ab initio" del luglio 1542, Paolo III
ripristinò e riorganizzò l'istituto
dell'Inquisizione romana, tribunale cardinalizio
dotato di poteri senza confini geografici, con
compiti di controllo e repressione indipendenti
dalle autorità locali tanto laiche quanto
ecclesiastiche, contro ogni deviazione eretica, di
conservazione della purezza della fede. Essa doveva
essere organizzata con regole uniformi e
inviolabili; doveva avere la forza di procedere
contro ogni dignitario della Chiesa, qualunque fosse
il suo grado e la sua condizione, anzi doveva
rivolgersi e combattere e a togliere di mezzo gli
uomini più eminenti, qualora costituissero un
pericolo per la Santa Sede.
Scopo trasversale della politica di Paolo III fu
sempre quello di favorire i suoi parenti e
familiari, mostrandosi, in questo modo, vistosamente
nepotista. Tra i suoi preferiti c'erano i suoi
quattro figli, avuti prima di prendere gli ordini
sacri: Costanza, Pier Luigi, Paolo e Ranuccio. Suo
favorito era Pier Luigi; il pontefice, nel 1537 lo
creò duca di Nepi e di Castro, e Gonfaloniere della
Chiesa. Qualche anno dopo diede Camerino ad Ottavio
suo nipote (figlio di Pier Luigi), togliendola a
Guidobaldo II d'Urbino al quale questa città
spettava per diritto, essendo marito di una Varano.
Nell'ottobre del 1539, a Nizza, in occasione della
tregua omonima (vedi sopra), ottenne che Pier Luigi
fosse da Carlo V investito della città di Parma col
titolo di marchese e che ad Ottavio fosse data in
sposa Margherita d'Austria, figlia naturale di Carlo
V e vedova di Alessandro de' Medici. Per questo
nipote, nel convegno di Busseto, chiese, ma non
ottenne dall'imperatore, il ducato di Milano. Carlo
V fu anche sollecitato perché desse Siena a Pier
Luigi, ma ne fu sconsigliato da Cosimo de' Medici,
il quale sperava di potersene egli stesso
impadronire.
Tentò di far concedere al proprio figlio anche
Lucca, ma non vi riuscì e fallì pure il tentativo,
come si disse e molti sostengono, di occupare la
piccola Repubblica di san Marino nel giugno 1543.
Gli riuscì invece di 'convincere' il Sacro Collegio
(agosto del 1545) a concedere a Pier Luigi
l'investitura di Parma e Piacenza erette a ducato
dipendente dalla Santa Sede. In cambio il figlio del
pontefice rinunziava ai ducati di Nepi e Camerino
che venivano incorporati alla Camera Apostolica.
Questa politica familiare, condotta a spese dello
Stato Pontificio, gli costò molte contrarietà e
danneggiò non poco la sua reputazione.
Indisse il X Giubileo, pochi mesi prima di morire.
Per tale motivo era intervenuto con un interessante
decreto che ordinava, a vantaggio della povera
gente, il blocco dei fitti e dei subaffitti per
l'intera durata dell'Anno Santo, insieme con il
divieto di cacciare gli inquilini per affittare ad
altre persone disposte a pagare un canone più
elevato: "[...] stabiliamo e ordiniamo che in
vista dell'anno santo, sempre quando ricorrerà un
anno del genere, per un anno prima e per il detto
anno santo, la pigione delle case non possa essere
aumentata agli inquilini da parte dei padroni delle
medesime, né essere alterato il modo di pagare la
pigione. Inoltre, al fine di evitare liti e
controversie, ordiniamo che sia l'inquilino stesso,
sia il subinquilino del medesimo non può essere
espulso dalla casa affittata o subaffittata ai
medesimi dal padrone di essa [...] a meno che questi
non ne abbia veramente bisogno e si sia obbligato, a
tal fine, a giurare di non affittarla ad altri ma di
abitarla lui stesso per un anno, pena, in caso di
spergiuro, la perdita per due anni della pigione
della casa di cui si tratta".Con la bolla 'Regimini
militantis ecclesiae' del 27 settembre 1540
Paolo III concesse la desiderata approvazione in
forma di ordine di chierici regolari alla regola,
presentata al pontefice per mezzo del cardinale
Contarini, alla Compagnia di Gesù fondata nel 1534
da Ignazio di Loyola. I Gesuiti contribuirono
enormemente alla Riforma cattolica, con la
predicazione (specie degli Esercizi Spirituali),
l'insegnamento, gli scritti, mettendosi al servizio
della Chiesa intera, divenendo milizia prescelta del
papato, a cui la Compagnia resta tutt'oggi legata
tramite anche uno speciale quarto voto di rigorosa
obbedienza alla sede apostolica in campo
missionario.
Oltre ai Gesuiti, uno stuolo di Congregazioni
religiose nascenti testimoniano il fiore più bello
della Controriforma: Teatini, Cappuccini, Barnabiti,
Somaschi, Orsoline, Fatebenefratelli, Camilliani,
Oratoriani, Visitandine, Lazzaristi, Eudisti,
Scolopi. Un contrassegno comune delle nuove
associazioni religiose è, non soltanto la loro
origine latina, ma anche la prevalente accentuazione
in esse della vita attiva, rispetto a quella
contemplativa. La loro costituzione fu generalmente
quella più libera delle cosiddette 'congregazioni',
senza clausura rigida, obbligo del coro, e con voti
semplici, non solenni. Anche moltissimi tra gli
Ordini più antichi si rinverdirono con nuovi rami (Maurini,
Alcantarini, Carmelitani scalzi).
Grande mecenate, Paolo III resta uno dei
protagonisti del Rinascimento artistico italiano.
Accordò protezioni a dotti e letterati, fece
costruire e restaurare cappelle, chiese e grandi
monumenti romani (ricordiamo la costruzione della
Sala Regia in Vaticano e il restauro della basilica
Lateranense e delle mura di Castel sant'Angelo),
promosse un grandioso sviluppo edilizio di Roma,
abbellendola con nuove vie e fontane, come la
Paolina, spendendo cifre astronomiche per
migliorarne la viabilità. La moneta detta 'giulio',
dopo di lui, prese a chiamarsi 'paolo'.
Prima ancora dell'ascesa al soglio pontificio riuscì
ad accumulare ciò che noi oggi chiamiamo 'collezione
Farnese', distinta in due nuclei: la collezione
romana, comprensiva per lo più di opere di artisti
legati alla famiglia Farnese da rapporti di
committenza (Raffaello, Sebastiano del Piombo,
Tiziano, El Greco, i Carracci) e conservata nel
palazzo di famiglia nei pressi di Campo de' Fiori,
insieme alla grande statuaria antica, attualmente
nel Museo Archeologico Nazionale; e la collezione
parmense esposta nel palazzo della Pilotta a Parma,
con una rilevante presenza di opere di scuola
emiliana, nonché un cospicuo numero di dipinti
fiamminghi.
Ma il protagonista indiscusso di questa stagione
resta Michelangelo, ritornato a Roma nel 1534, e ivi
fermatosi fino alla morte avvenuta trent'anni dopo.
All'artista nel 1534 Paolo III commissionò un grande
affresco per il muro di fondo della Cappella Sistina
avente per tema il Giudizio Universale.Michelangelo
interpretò drammaticamente tale soggetto, rivelando
la più intima disperazione di ogni personaggio. Allo
scoprimento dell'opera (1544), nonostante le lodi e
i consensi, tuttavia non mancarono i commenti
malevoli dovuti all'invidia e ad un malinteso senso
del pudore che permeava la curia di quel tempo.
Pertanto fu deliberato di velare con appropriati
panneggi alcune parti del dipinto ritenute 'oscene'.
Questa decisione fu accolta da Michelangelo con
sommo sdegno perchè vide la sua titanica
composizione umiliata da idee così grette. Nel
frattempo Paolo III gli affidò molteplici altri
incarichi, tra cui quello di sovrintendente a vita
ai lavori della Basilica Vaticana.
Quando, ormai settantaduenne, Michelangelo accettò
l'incarico per la fabbrica di San Pietro, si buttò
nel lavoro con il massimo impegno, rifiutando ogni
compenso, consapevole della complessità dell'opera e
del fatto che egli, data l'età, non avrebbe potuto
vederne il compimento. Sempre opera del celeberrimo
artista è la piazza del Campidoglio. Poco dopo
l'allestimento del percorso trionfale di Carlo V
(1536), Paolo III affidò a Michelangelo la
realizzazione di una piazza monumentale che
resuscitasse gli antichi fasti con una veste
moderna; un luogo dove egli avrebbe potuto stabilire
la propria dimora, concepita come unità residenziale
fortificata. La scenografica soluzione dell'artista
fu una terrazza trapezoidale, non di grandi
dimensioni (m. 53x63), ma grandiosa e armoniosa per
l'impianto architettonico, la giustezza delle
proporzioni e la coerenza stilistica, da cui si
domina il passato (il Foro Romano) e il presente (la
città moderna), gravitante sulla statua equestre di
Marco Aurelio, con il Palazzo Senatorio sullo sfondo
e i Palazzi Conservatori e Nuovo ai lati come quinte
teatrali. Al progetto di Michelangelo si deve pure
la Cordonata che sale alla piazza e la Balaustra,
ambedue impreziosite da statue antiche.
Al centro della piazza campeggia la famosa statua di
Marco Aurelio, stupendo esempio di statua imperiale
equestre ed uno dei pochissimi bronzi antichi
scampati alla distruzione o alla fusione, forse
perché si credeva rappresentasse Costantino, primo
imperatore cristiano. Fu trasportata nella piazza
del Campidoglio dalla piazza del Laterano per volere
dello stesso Paolo III, nel 1538, nonostante il
parere contrario di Michelangelo. La statua in
bronzo dorato fu posta sopra un elegante piedistallo
disegnato da Michelangelo e ornato con i gigli
farnesiani di papa Paolo III. Dell'antica doratura
restavano tracce sul viso e sul manto
dell'imperatore, sulla testa e sul dorso del
cavallo. Un'antica leggenda afferma che quando la
doratura sarà tutta scomparsa, canterà la 'civetta'
(il ciuffo di peli tra le orecchie del cavallo, in
realtà il supporto che in origine doveva permettere
l'inserimento di un pennacchio), e annuncerà il
giudizio universale. A questa statua si ispirano i
monumenti equestri del Rinascimento e molti altri
nei secoli seguenti. Nel 1981 la statua, attaccata
dalla corrosione dell'inquinamento, è stata rimossa
e affidata all'Istituto Centrale per il Restauro.
Oggi ritrovato il suo bagliore della doratura
antica, si può ammirare in un vano a destra del
cortile dei Musei Capitolini. Sul piedistallo, nella
piazza, è stata posta una copia. Il disegno della
pavimentazione è stato realizzato nel 1940.
Dopo quindici anni di densissimo pontificato, che
l'avevano visto protagonista principale delle
vicende europee non solo religiose, Paolo III si
spense a Roma il 10 novembre 1549. Fu sepolto nella
basilica di san Pietro. Era riuscito appena in tempo
a chiudere il Concilio di Trento, trasferitosi a
Bologna.
Il 18 febbraio 1546 era morto Martin Lutero; "il
più grande fra i tedeschi del suo tempo" (Dollinger)
aveva avviato la Riforma protestante. Paolo III,
forse unico fra i pontefici del suo tempo ad aver
seriamente compreso la portata e le conseguenza di
tale Riforma, è ancora oggi considerato un grande
pontefice.
GIULIO III
- Giovan Maria Ciocchi dal Monte (1487-1555)
(Pontificato
1550-1555)
GIOVANNI Maria CIOCCHI dal Monte
nacque a Monte san Savino (AR) nel 1487. Dotato di viva
intelligenza, studiò giurisprudenza a Perugia e Bologna;
avviato alla carriera ecclesiastica fu nominato
arcivescovo di Siponto dal 1512 al 1544 e di Pavia dal
1544 al 1550; nel 1543 fu anche presso la diocesi
suburbicaria di Palestrina. Venne inviato da Paolo III
come Legato pontificio al Concilio di Trento (primo
periodo 1545-1547), insieme a Marcello Cervini (futuro
Marcello II) e all'inglese Reginaldo Pole. Loro compito
era determinare la scelta degli oggetti di discussione e
sorvegliare i dibattiti stessi e nelle questioni più
importanti, essi ricevevano istruzioni direttamente da
Roma; vi si distinse per la fermezza di propositi e la
severità dei principi. Grazie all'appoggio del cardinal
Farnese, nipote del pontefice suo predecessore, fu
eletto cardinale nel 1536.
Alla morte di Paolo III si ebbe una vacanza della sede
per quasi tre mesi. Il conclave era diviso tra i
cardinali imperiali e quelli francofili; egli era il
rappresentante della fazione moderata; l'8 febbraio 1550
il cardinal Ciocchi dal Monte fu eletto assumendo il
nome di GIULIO III. Riportiamo uno stralcio di un
singolare documento, conservato presso la Biblioteca
Nazionale di Parigi, contenente alcuni consigli che i
cardinali diedero al papa appena eletto:
"Fra tutti i consigli che possiamo avere a
presentare alla Sua Santità, ne riserviamo il più
importante in ultimo. Dobbiamo tenere gli occhi bene
aperti ed intervenire con tutta la potenza nostra
nell'affare che abbiamo da considerare. Trattasi di
quanto segue:
- La lettura del Vangelo non deve essere permessa che il
meno possibile specialmente nelle lingue moderne, e nei
paesi sottomessi alla Vostra autorità. Il pochissimo che
vien letto generalmente alla messa, dovrebbe bastare e
devesi proibire a chiunque di leggere di più.
- Finche il popolo si contenterà di quel poco, i vostri
interessi prospereranno; ma nel momento che se ne vorrà
leggere di più, i vostri interessi cominceranno a
soffrire. Ecco il libro, che più di nessun altro,
provocò contro di noi le ribellioni, le tempeste che
hanno arrischiato perderci.
Difatti, se alcuno esamina accuratamente l'insegnamento
della Bibbia e lo paragona a quanto succede nelle nostre
chiese, troverà ben presto le contraddizioni e vedrà che
il nostro insegnamento spesso si scarta da quello della
Bibbia e più spesso ancora in opposizione ad essa. Se il
popolo si rende conto di questo, ci provocherà senza
requie finche tutto venga svelato ed allora diventeremo
l'oggetto della derisione e dell'odio universale. È
necessario dunque che la Bibbia venga tolta e strappata
dalle mani del popolo però con gran prudenza per non
provocare tumulti".
Il carattere fermo e deciso mostrato da prelato, si
trasformò in lento e mondano. Ma ugualmente l'opera di
Riforma proseguì. Appena eletto papa promulgò il X
Giubileo (anche detto 'Giubileo di Michelangelo',
per l'attiva presenza a Roma del celebre scultore),
indetto da Paolo III, con la Bolla 'Si pastores
ovium', che venne inaugurato, con la tradizionale
apertura della Porta santa della basilica di san Pietro,
il 24 febbraio 1550, e si concluse il giorno
dell'epifania del 1551; onde durò meno di un anno. Al
fine di favorire i pellegrini, attuò le disposizioni
emanate dal suo predecessore sul blocco dei fitti e per
regolare il mercato alimentare, norme che in seguito
verranno sempre ripetute. Il moderato afflusso dei
pellegrini furono seguiti particolarmente da san Filippo
Neri con la Confraternita della santa Trinità, un
ospizio che ospitava fino a 600 persone al giorno. A
questo Giubileo partecipò anche Ignazio di Loyola,
fondatore dei Gesuiti.
E proprio ai Gesuiti, nel luglio 1550, confermò le
Costituzioni della Compagnia e li autorizzò, nel 1522, a
fondare in Roma il Collegio Romano e il Collegio
Germanico, quest'ultimo destinato all'educazione dei
giovani prelati tedeschi nella lotta all'eresia.
Si adoperò per combattere il nepotismo e gli abusi della
Chiesa romana (con un Concistoro convocato poco dopo
l'elezione, il 28 febbraio 1550). Negò la porpora a
Pietro Aretino il quale aveva scritto e dedicato al
pontefice alcune opere sacre, e si aspettava di essere
fatto cardinale, tanto più che con Paolo III la sua
quasi certezza di aver il cappello rosso era stata
stroncata solo dalla morte di quel papa. All'arrivo a
Roma del letterato suo conterraneo, Giulio III gli
preparò una calorosa accoglienza, lo abbracciò, lo baciò
in fronte e gli mise a disposizione un appartamento
veramente regale in Vaticano, ma di farlo cardinale non
ne parlò neppure.
Ma proprio con Giulio III si ebbe uno dei fenomeni
nepotistici più significativi, che ancora oggi, odora di
scandalo. Infatti già da cardinale le pasquinate
lo additavano insistentemente come sodomita, ma lo
scandalo esplose quando, nemmeno quattro mesi dopo la
sua elezione, nominò cardinale il diciassettenne
INNOCENZO DEL MONTE (1532-1577), che aveva già fatto
adottare dal fratello Baldovino (prima dell'adozione il
ragazzo si chiamava Santino). Anche se molti storici
affermano che Giulio III fece nominare cardinale 'un
figlio', molti altri studiosi non mettono in dubbio che
il pontefice fosse affettivamente molto legato a questo
ragazzo che aveva conosciuto tredicenne, quale figlio
d'un suo servitore. Pare che la nomina cardinalizia fu
il premio supremo della sua compiacenza. Tale nomina,
contro cui protestarono invano i cardinali più sensibili
alla necessità di riformare i costumi della Chiesa per
contrastare la Riforma protestante, suscitò ampio rumore
nelle Corti europee: la lista dei commenti scandalizzati
dell'epoca è lunghissima. E nonostante una voce benevola
che circolava a Roma spiegasse beffardamente la nomina
come premio del fatto che il ragazzo era... custode
della scimmia del papa (e fu quindi soprannominato 'Bertuccino'),
per i protestanti non c'erano dubbi sulle motivazioni
della nomina.
Come se ciò non bastasse, Innocenzo si rivelò uno dei
peggiori cardinali che la Chiesa abbia mai avuto:
rimasto libero di sé a 23 anni (Giulio III morì nel
1555) fu coinvolto in una catena di fattacci ed esiliato
da molti pontefici successivi.
Protettore di artisti e mecenate, Giulio III fece
costruire sulla via Flaminia, dal 1551 al 1553 la
splendida Villa Giulia, opera dell'Ammannati, del
Vignola e del Vasari. Il complesso della villa si
articola su due cortili separati da un ninfeo, che
originariamente era un vero e proprio teatro d'acque.
Internamente la villa è riccamente decorata con
affreschi, stucchi, marmi policromi e statue; ivi venne
collocato il Museo archeologico. Dopo la morte del papa
fu ereditata dal fratello Baldovino, ma, alla sua morte
avvenuta nel 1557, fu confiscata dal Paolo IV.
Inoltre potenziò la Biblioteca Vaticana e l'Università
La Sapienza di Roma. Protesse Michelangelo e Palestrina.
Riuscì a far riaprire il Concilio di Trento (secondo
periodo, sessioni XI-XVI) sospeso da Paolo III nel 1548;
infatti la nuova bolla di convocazione fu promulgata il
14 novembre 1550. Per alleviare il lungo viaggio dei
prelati a Trento si fece uso per la prima volta, di
carrozze sospese a cinghie di cuoio per ammortizzare i
balzi provocati dalle ruote, normalmente cerchiate in
ferro.
Il Concilio fu ufficialmente aperto il 1° maggio 1551.
A questa parte del Concilio non intervennero i prelati
francesi a causa della guerra contro la Francia in cui
Giulio III si trovò implicato (vedi sotto); invece dalla
Germania convennero a Trento gli arcivescovi elettori di
Magonza, Treviri, Colonia. Nel suo insieme il nomero
deipartecipanti fu di poco superiore rispetto al primo
periodo.
Si proseguirono i lavori circa i sacramenti e si
pubblicarono i decreti relativi sull'Eucarestia (sess.
XIII, 11 ottobre 1551), sulla Penitenza e sull'Estrema
Unzione (sess. XIV, 25 novembre 1551) e i decreti di
riforma riguardanti per lo più l'esercizio dell'autorità
vescovile, i costumi del clero e la regolare collazione
dei benefici. In seguito all'infaticabile azione
dell'imperatore Carlo V, comparvero dall'ottobre 1551 al
marzo 1552, muniti di un salvacondotto del concilio,
anche alcuni inviati dei protestanti tedeschi, cioè del
principe elettore Gioacchino II di Brandeburgo, del duca
Cristoforo del Wurttenberg, di sei importanti città
imperiali della Germania Superiore e del principe
elettore Maurizio di Sassonia.
Nonostante ogni accondiscendenza però le trattative con
loro non approdarono a nulla, perchè essi posero
condizioni in parte inaccettabili, quali la sospensione
e la ridiscussione di tutti i decreti già emanati, il
rinnovamento dei decreti di Costanza e Basilea sulla
superiorità del concilio sul papa, e lo scioglimento dei
membri del concilio dal giuramento di obbedienza al
papa.
Il tradimento del principe elettore Maurizio verso
l'imperatore e il suo passaggio al servizio della
Francia, la spedizione degli alleati nella Germania
meridionale, e la minaccia di occupazione della città di
Trento, convinsero Giulio III, preoccupato anche di
veder precipitare la contesa tra Carlo V ed Enrico II in
una guerra generale, alla sospensione del concilio per
due anni, decretata nella sessione XVI (28 aprile 1552);
in effetti però trascorsero quasi un decennio completo
prima che il sinodo venisse ripreso.
Giulio III, infatti, si era lasciato trascinare
dall'imperatore in una guerra contro i Farnese, anche se
dopo appena due giorni la sua elezione, aveva ordinato
che Parma fosse restituita ad Ottavio Farnese; aveva
anche confermato l'investitura del ducato di Castro ad
Orazio, fratello di Ottavio, e ad entrambi aveva
lasciato le cariche di prefetto di Roma e di
gonfaloniere della Chiesa. Eppure nonostante questo
zelo, ben presto i buoni rapporti che regnavano tra il
pontefice e i Farnese si alterarono e ciò dipese dal
fatto che i Farnese avevano visto nuovamente il
territorio di Parma invaso da Ferdinando Gonzaga, e
Orazio, il 27 maggio del 1551, lusingato da Enrico II,
che gli prometteva in sposa la figlia naturale Diana,
aveva stretto legami con il sovrano francese.
Ne risultò che la casa Farnese, prima era schierata a
favore del papa e dell'imperatore, ora si metteva sotto
la protezione della Francia. Giulio III, suo malgrado,
si trovò coinvolto in una guerra che tornava a metter di
fronte la Francía e la Spagna. Come al solito, il teatro
delle contese dei due sovrani non poteva che essere
l'Italia.
Ferdinando Gonzaga (filo-imperiale) occupò Brescello,
terra del cardinale Ippolito d'Este, che era al servizio
del re di Francia, e si preparò a cingere d'assedio
Parma, mentre alla Mirandola, mandati da Enrico II,
giungevano Piero Strozzi e Cornelo Bentivoglio per
radunare truppe e soccorrere il Farnese. Sul cominciare
del luglio 1551 l'esercito imperiale-pontificio mandò ad
assediare la Mirandola, saccheggiando e bruciando
barbaramente il territorio; intanto Enrico ordinava al
suo generale, il Brissac, di occupare san Damiano,
Chieri, Brusasco ed altre terre del Piemonte, riuscendo
ad alleggerire Parma e la Mirandola dalla pressione
ispano-pontificia. Difatti Ferdinando Gonzaga, che aveva
devastato il territorio parmense e occupati parecchi
luoghi, fra cui Calestano, Torrechiara e Felino,
lasciato all'assedio della città parte del suo esercito
al comando del marchese di Marignano, con il resto
dovette accorrere in Piemonte (settembre del 1551).
La partenza del Gonzaga cominciò a far sentire il peso
maggiore della guerra a Giulio III, il quale si pentiva
ora di essersi messo in una lunga e dispendiosa guerra e
cercava di riavvicinarsi alla Francia. Trattative con
Enrico II vennero iniziate, ma il sovrano francese pose
delle condizioni così pesanti che il pontefice ruppe i
negoziati. Questi però furono ripresi quando il papa si
accorse che la fortuna dell'imperatore, minacciato da
una terribile insurrezione in Germania e da grandi
preparativi francesi, stava declinando, di modo che i
nuovi incontri condussero ad un accordo, stipulato il 29
aprile 1552.
In questo accordo si stabiliva una tregua di due anni,
passati i quali il re di Francia avrebbe lasciato il
duca Ottavio in piena libertà di poter trattare e
accordarsi con il papa; quest'ultimo e l'imperatore non
sarebbero stati più offesi nell'indipendenza dei loro
territori; Castro veniva consegnata in mano dei due
cardinal Farnesi. L'imperatore aveva undici giorni di
tempo per poter essere incluso nell'accordo; se non lo
avesse fatto sarebbero stati dichiarati nulli tutti i
provvedimenti presi in suo favore e, inoltre, se non
avesse voluto ratificare gli articoli che riguardavano
lui, il papa sarebbe stato libero di ritirarsi dalla
guerra "senza prestare ad esso l'autorità sua, né
aiutarlo, né di favore, né di gente, né di denari, né di
vettovaglie, né altrimenti in qualunque maniera si sia".
Il pontefice fece sapere a Carlo V di essere stato
costretto all'accordo dalle sue finanze esauste, dai
pericoli cui era esposto lo Stato Pontificio e dal fatto
che la Francia tendeva ad abbracciar le dottrine
luterane; l'imperatore, che in quel momento non si
trovava in condizioni migliori del papa, accettò
l'accordo e lo ratificò il 10 maggio.
Giulio III si interessò anche al ritorno
dell'Inghilterra al cattolicesimo. La riconciliazione
avvenne di fatto sotto la regina Maria la Cattolica, a
cui il pontefice, nel gennaio 1555, mandò legato un
valente prelato, il cardinale Reginaldo Pole; ma non fu
che breve tregua: succeduta al trono Elisabetta I, il
distacco della Chiesa inglese da Roma divenne
definitivo.
Grande mangiatore di cibi grassi e agliati, Giulio III,
gottoso da tempo, morì a Roma il 23 marzo 1555. Le sue
spoglie riposano insieme a quelle del suo pupillo,
Innocenzo, nella Cappella del Monte, nella chiesa di san
Pietro in Montorio a Roma.
MARCELLO II
- Marcello Cervini (1501-1555)
(Pontificato 1555)
MARCELLO nacque da Riccardo CERVINI di
Montepulciano (Siena) il 6 maggio 1501. Uomo
colto, umanista, giustamente ricordato per
le traduzioni dal latino e dal greco, dal
1526 godette della benevolenza di Alessandro
Farnese, il quale, divenuto poi Paolo III,
lo volle segretario del suo cardinale nepote;
in tal modo ebbe un ruolo importante nella
politica dello Stato Pontificio e nelle
questioni religiose. Nel 1539 fu nominato
vescovo di Nicastro; nello stesso anno
ottenne la porpora cardinalizia. L'anno
successivo lo troviamo vescovo di Reggio
Emilia e, nel 1544 di Gubbio; come vescovo
lavorò per una vera riforma ecclesiastica.
Distintosi in diverse ed importanti missioni
diplomatiche presso la corte imperiale di
Carlo V, fu nominato, nel dicembre 1545,
insieme ai cardinali Giovanni Maria del
Monte (futuro Giulio III) e l'inglese
Reginaldo Pole, Legato papale al Concilio di
Trento, dove tenne l'effettiva presidenza
dell'assemblea. Il compito dei Legati era
determinare la scelta degli oggetti di
discussione e sorvegliare i dibattiti
stessi; nelle questioni più importanti essi
ricevevano istruzioni direttamente da Roma.
Durante il Concilio combattè con
inflessibile risolutezza le tendenze
conciliariste.
Nel 1548 Paolo III lo nominò Bibliotecario
Apostolico, incarico che gli fu rinnovato a
vita da Giulio III. In questo periodo si
fece promotore di ricerche storiche e
archeologiche. Papa del Monte lo nominò
Presidente della Commissione per la riforma
ecclesiastica, ma ne venne in seguito
escluso per aver criticato la politica
nepotista del pontefice.
Alla morte di Giulio III, venne eletto papa,
il 9 aprile 1555, assumendo il suo stesso
nome, MARCELLO (II); fu l'ultimo pontefice a
non cambiare nome all'atto dell'elezione,
confermando, tra l'altro, la leggenda che
vuole un pontificato brevissimo per i papi
che conservano il proprio nome.
Immediatamente pose mano a un rigoroso
programma di riforma morale della Chiesa,
volle frenare e ridurre il lusso e le spese
della corte papale, per meglio opporsi alla
Riforma protestante e toglierle motivi di
accusa. Si propose, con gli stessi intenti,
di riaprire il Concilio di Trento;
addirittura, per la sua idea spirituale del
papato, pensò di abolire anche la Guardia
Svizzera. Ma un attacco apoplettico stroncò
i suoi propositi e lo portò alla tomba dopo
poco più di un mese di pontificato, il 1°
maggio 1555. I suoi resti riposano nella
basilica di san Pietro.
A lui il Palestrina dedicò, nel 1563, la 'Missa
Papae Marcelli' a 6/7 voci a cappella.
La ragione di questa dedica è narrata nel
'Mistagogus' di Lodovico Cresolli
Armorici: «...durante le funzioni del
Venerdì Santo, il pontefice rimase colpito
dal contrasto fra la celebrazione di un
doloroso mistero, ben espresso nelle parole
del testo liturgico, e il carattere del
servizio musicale, eseguito dalla cantorìa:
erano polifonie del consueto stile
fiammingo, complesse e ampollose, in cui non
solo le parole ma anche il significato della
ricorrenza sacra venivano sommersi, quasi
annullati. Marcello II volle allora spiegare
personalmente ai cantori come ben
diversamente dovesse intendersi il compito
della musica da chiesa, ausilio al sentire e
all'intendere la Parola divina (audiri atque
percipi)».
Per Palestrina, l'ammonimento del papa
dovette essere la conferma di un
convincimento già maturato. La Missa
Papae Marcelli resta un capolavoro per
eccellenza della polifonia sacra romana e si
pone in contrapposizione alla coralità
luterana che stava dilagando nell'Europa
centrale. Concettualmente il capolavoro
palestriniano si riassume come la
sublimazione di una perfettissima geometria
sonora di antica concezione neoplatonica
che, valendosi del significato intrinseco
della parola e del suono che l'avvolge,
giunge a rendere misticamente visibile
l'invisibile.
PAOLO IV
- Gian Pietro Carafa (1476-1559)
(Pontificato 1555-1559)
GIAN PIETRO nacque a sant'Angelo della Scala
(Avellino, ma diverse fonti riportano
Capriglia, quasi confinante con sant'Angelo)
il 28 giugno 1476 dal ramo
napoletano dei baroni CARAFA. Suo mentore fu
lo zio cardinale Oliviero Carafa, che lo
introdusse nella Curia romana e grazie al
quale ricoprì diversi incarichi, tra cui,
nel 1503, quello di Protonotaio apostolico.
Alessandro VI avrebbe voluto inserirlo nella
sua corrotta corte, ma egli resistette
irreprensibilmente. Nello stesso anno Giulio
II lo nominò arcivescovo di Chieti;
partecipò al Concilio Lateranense V. Nel
1506 Leone X lo inviò Legato in Spagna
presso Ferdinando il cattolico e,
successivamente, 1513-1514, fu in
Inghilterra in qualità di Ambasciatore
presso Enrico VIII. Nel 1518 fu nominato
arcivescovo di Brindisi; nel 1522 Adriano VI
lo richiamò a Roma per affidargli la riforma
della corte e della disciplina del clero.
Nel 1524, rassegnò le sue dimissioni dal
governo della diocesi pugliese a Clemente
VII; al pontefice chiese di rinunciare ai
suoi benefici e ritirarsi a vita solitaria.
Entrò a far parte dell'Oratorio del Divino
Amore e fondò poi con san Gaetano da Thiene
l'Ordine dei Teatini, chiamato così appunto
da Theates (Chieti), già suo vescovado. I
Teatini si proponevano uno stile di vita
rigido e ascetico, con il quale venivano
attuati i principi della Riforma cattolica
per arginare l'eresia protestante; dopo il
'Sacco' di Roma nel 1527 si rifugiò con in
suoi compagni a Venezia.
Celebre resta un suo 'Memoriale' scritto a
Clemente VII nel 1532 sul dilagare
dell'eresia; egli proponeva, fra l'altro, di
affidare l'Inquisizione all'Ordinario o ai
Nunzi togliendola ai frati. Benchè
riluttante, il Carafa venne richiamato a
Roma da Paolo III per sedere nel Comitato di
riforma della Corte papale; nel dicembre
1536 il pontefice lo nominava cardinale; gli
fu assegnato l'arcivescovado di Napoli, ma
per l'opposizione di Carlo V, non riuscì mai
a prenderne possesso. Ricoprì, allora,
diversi incarichi, tra cui il principale fu
la nomina a Prefetto del Santo Uffizio
(1542) ruolo in cui riversò tutto il suo
rigore e la sua disciplina; ricoprì inoltre
anche incarichi di responsabilità nelle
commissioni dei lavori del Concilio di
Trento. Nel 1550 fu nominato vescovo di
Frascati e nel 1553 di Ostia-Velletri; nello
stesso anno era decano del Sacro Collegio.
Alla morte di Marcello II, il nuovo
pontefice fu il cardinale Carafa: fu una
scelta a sorpresa in quanto il suo carattere
rigido, severo e inflessibile, combinato con
la sua età (79 anni) e il suo patriottismo
facevano pensare che avrebbe declinato
l'onore; accettò apparentemente perché
l'imperatore Carlo V si era opposto alla sua
ascesa. Il 23 maggio 1555 veniva eletto con
il nome di PAOLO IV.
Appena sul soglio confermò il suo carattere
rigido e intransigente, al punto tale da
inimicarsi tutte le monarchie europee. In
particolare si adoperò per combattere gli
spagnoli (la casa asburgica ricambiava i
sentimenti di insofferenza) unicamente per
portar via loro il Regno di Napoli. Fu così
che sviluppò una politica di intesa con la
Francia in chiave antispagnola, che si
concluse con un'alleanza segreta con Enrico
II (1556) e con la guerra contro la Spagna.
Ma un'irruzione nello Stato della Chiesa ad
opera del duca d'Alba, lo costrinse alla
Pace di Cave del 13 e 14 settembre 1557; in
base a questo trattato il papa usciva
dall'alleanza con la Francia e la Spagna, le
cui truppe erano giunte alle porte di Roma,
rinunciava ai territori che aveva sotratto
al pontefice.
Fece esprimere, per mezzo dei suoi nunzi, la
sua disapprovazione per la Pace religiosa di
AUGUSTA del 25 settembre 1555, invocata e
realizzata dall'imperatore Carlo V (più
volte minacciato di destituzione dallo
stesso pontefice) come compromesso
spirituale, la quale decretava che doveva
regnare "una pace perpetua tra cattolici
e i seguaci della confessione augustana".
Ai principi degli stati dell'impero fu
consentita la libera scelta della religione;
a loro era riconosciuto anche il diritto di
imporre ai territori loro soggetti la
confessione preferita, da cui, più tardi, la
formula 'Cujus regio, eius religio'.
Al popolo fu riservato solo lo 'jus
emigrandi'. Non si giunse ad un accordo
circa la questione se il diritto di
abbracciare la riforma fosse da concedere
anche ai principi ecclesiastici.
L'imperatore Ferdinando I d'Austria
(succeduto a Carlo V, ma non riconosciuto da
Paolo IV, in quanto egli aveva assunto la
dignità imperiale, senza il consenso
papale), valendosi della sua autorità
decretò che i vescovi e gli abati che
fossero passati alla nuova confessione,
avrebbero perduto l'ufficio, le rendite e il
territorio, che dovevano rimananere alla
vecchia religione (Reservatum
ecclesiasticum). Inoltre Ferdinando
dovette concedere in una dichiarazione
segreta (Declaratio ferdinandea)
che i nobili, le città e i comuni che già da
tempo avevano abbracciato la confessione
augustana e che si trovavano nei territori
dei principati ecclesiastici, godessero
libertà religiosa anche in futuro. Di fatto
la Pace augustana fu una 'sanatoria' ma, sul
piano temporale, non soddisfò veramente le
controparti.
Si alienò anche l'Inghilterra rigettando la
pretesa alla corona inglese da parte di
Elisabetta I; arrivò al punto di destituire
Reginaldo Pole, suo valente Legato, e
consegnarlo all'Inquisizione nel 1556.
L'anno precedente aveva dichiarato nullo il
rito anglicano delle ordinazioni introdotto
da Edoardo VI e usato da Mattia Parker,
cappellano di Anna Bolena, creato
arcivescovo di Canterbury e messo alla testa
della gerarchia riformata; egli stesso
ordinerà, infatti, la maggior parte dei
nuovi vescovi. Leone XIII, dopo aver fatto
esaminare la questione da una commissione di
studiosi, con lo scritto 'Apostolicae
curae' del 1896 decretò l'interrotta
successione apostolica della gerarchia
anglicana (pronuntiamus et declaramus
ordinationes ritu anglicano actas irritas
prorsus et esse omninoque nullas).
A coronamento della sua disastrosa politica
estera, nel 1559 emanò la Bolla 'Cum ex
apostolatus officio', in cui, in forza
della "pienezza del potere sui popoli e
i regni", egli rinnovava tutte le
punizioni precedentemente decretate contro
gli ecclesiastici e i laici, i principi e i
sudditi che avevano apostatato dalla vera
fede e li dichiarava destituiti di ogni
dignità, diritto e possesso; i loro
territori e i loro beni dovevano appartenere
a quei cattolici che per primi se ne fossero
impadroniti. Con questo documento tentò di
far rivivere l'intransigenza ideologica
della ierocrazia medievale, senza tener
minimamente conto del mutar dei tempi.
Deluso dagli insuccessi politici, si votò
alla Riforma; ma anche qui si rivelò
maldestro e precipitoso.
Decisamente contrario ad una prosecuzione
del Concilio di Trento, egli intendeva
piuttosto riformare la Chiesa con la sua
attività diretta, nel tentativo di estirpare
l'eresia con una rigida moralizzazione dei
costumi; all'uopo creò nel 1556 una
Congregazione Generale per la Riforma
composta da 72 membri, successivamente
riordinata in quattro sezioni. Rafforzò
ulteriormente l'Inquisizione davanti al cui
Tribunale trascinò perfino cardinali,
vescovi, dottori e uomini pii; anche il
grande inquisitore cardinal Ghislieri
(futuro Pio V) fu accusato di scarso zelo.
Il cardinale Morone, uomo retto e innocente
fu imprigionato per due anni.
Sancì l'obbligo della residenza per i
vescovi, scelse i cardinali
indipendentemente da situazioni politiche.
Il suo spirito riformista represse qualsiasi
forma di devozione non solo ereticale, ma
anche sincera e irenistica. Impose riforme
durissime dalle quali non risparmiò neanche
Roma, ridotta ad un convento. Licenziò
Palestrina da maestro della cappella
pontificia, in quanto era sposato; non
contento, con un motu proprio
vietava che fossero scelti maestri,
cappellani e cantori non celibi, e proibì ai
musicisti di comporre musica profana.
Nel 1559 promosse l'iniziativa di
raccogliere in un catalogo tutte le opere
ritenute pericolose per i credenti e la
cattolicità: così fu pubblicata la prima
edizione ufficiale dell''INDEX LIBRORUM
PROHIBITORUM', sempre ad opera
dell'Inquisizione. Vi primeggiava il 'Decameron'
di Giovanni Boccaccio e il 'Il Principe'
di Niccolò Machiavelli, ma non mancava
neppure 'Il Novellino' di Masuccio
Salernitano; ovviamente vi furono inserite
anche tutte le edizioni della Bibbia
pubblicate dai protestanti. Si avvalse, in
questa sua opera purificatrice, di monsignor
Giovanni Della Casa, l'autore del 'Galateo'.
Con molteplici edizioni l'Indice dei
Libri proibiti sarà regolarmente
pubblicato fino al 1938.
In questa sua opera riformatrice si fece
coadiuvare dai nipoti, specie CARLO CARAFA,
eletto cardinale e segretario di stato, uomo
immorale, che abusò del suo ufficio per
losche manovre. Quando finalmente Paolo IV
aprì gli occhi sui traffici dei suoi nipoti,
procedette contro Carlo e suo fratello con
la destituzione delle cariche e l'esilio
(1559), ma non potè ormai più rimediare al
male da essi provocato.
L'apice fu raggiunto con la promulgazione,
il 12 luglio 1555, della Bolla "Cum
Nimis Absurdum", con la quale era
istituito a Roma, e in altre città, il
GHETTO per gli ebrei, sancendo la totale
separazione dai cristiani. Il documento così
motivava le gravi restrizioni imposte:
"Poiché è assurdo e sconveniente al massimo
grado che gli ebrei, che per loro colpa sono
stati condannati da Dio alla schiavitù
eterna, possano, con la scusa di essere
protetti dall'amore cristiano e tollerati
nella loro coabitazione in mezzo a noi,
mostrare tale ingratitudine verso i
cristiani ed oltraggiarli per la loro
misericordia e pretendere dominio invece di
sottomissione; e poiché abbiamo appreso che,
a Roma ed in altre località sottoposte alla
Sacra Romana Chiesa, la loro sfrontatezza è
giunta a tanto che essi si azzardano non
solo di vivere in mezzo ai cristiani, ma
anche nelle vicinanze delle chiese senza
alcuna distinzione di abito, e che anzi
prendono in affitto delle case nelle vie e
nelle piazze principali, acquistano e
posseggono immobili, assumono donne di casa,
balie ed altra servitù cristiana, e
commettono altri e numerosi misfatti a
vergogna e disprezzo del nome cristiano, ci
siamo veduti costretti a prendere i seguenti
provvedimenti [...]".I provvedimenti imposti
stabilivano in particolare che da allora in
poi gli ebrei avrebbero dovuto abitare in
una strada (o all'occorrenza in più strade)
separata dalle case dei cristiani e munita
di un portone di chiusura; che in ogni
ghetto non potesse esistere più di una
sinagoga; che gli ebrei dovessero vendere ai
cristiani tutti gli immobili posseduti fino
ad allora. Veniva inoltre imposto: un segno
distintivo per il pubblico riconoscimento
(il berretto per gli uomini, un velo o uno
scialle per le donne), il divieto di avere
servitù cristiana e rapporti, anche di
semplice amicizia, con i cristiani, avere
botteghe fuori dal ghetto, gravi restrizioni
circa l'interesse che si poteva percepire
per il prestito, gravi restrizioni riguardo
i mestieri consentiti (era permesso il solo
traffico di stracci e abiti usati, 'sola
arte strazziariae seu cenciariae',
diceva il documento papale).
La bolla rappresentava un significativo
mutamento di rotta nella politica della
Chiesa verso gli ebrei; col succedersi dei
pontefici le condizioni di vita imposte agli
ebrei non mutarono, anzi, la politica della
Chiesa ebbe conseguenze negative anche negli
stati non direttamente dominati dal papa.
Il pericoloso isolamento politico e
diplomatico e il rigorismo che egli aveva
imposto alla Chiesa e a Roma provocò alla
sua morte, avvenuta il 18 agosto 1559, una
rivolta popolare; fu dato fuoco al Tribunale
dell'Inquisizione e distrutta la sua statua;
ciò ne impedì i solenni funerali. Venne
seppellito nella basilica di san Pietro, ma
venne in seguito traslato in santa Maria
sopra Minerva.
Altri papi di
questo secolo --------->
|