1294-1455

CLEMENTE VII - Giulio de' Medici (1478-1534)
(Pontificato 1523-1534)
GIULIO nacque il 26 maggio 1478 dalla nobile casata fiorentina DE' MEDICI, figlio naturale, in seguito legittimato, di quel Giuliano (di Cosimo il Vecchio) che era stato ucciso nella Congiura dei Pazzi un mese prima della sua nascita. Nei primi anni di vita fu affidato dallo zio Lorenzo il Magnifico alle cure di Antonio da Sangallo, per poi prenderlo direttamente sotto la sua protezione. Si preoccupò della sua educazione e, nel 1488, si prodigò per fargli avere, da Ferdinando I d'Aragona, il possesso di un beneficio prestigioso ed economicamente rilevante come il priorato di Capua dell'Ordine Cavalleresco di san Giovanni; successivamente fu anche nominato Cavaliere di Rodi.

Nel 1495, a causa delle insurrezioni dei fiorentini contro il cugino Piero, fu costretto a fuggire da Firenze e a rifugiarsi a Bologna, Pitigliano, Città di Castello e, soprattutto, a Roma, dove visse per molto tempo all'ombra del cugino cardinale Giovanni, poi papa Leone X dal marzo 1513.

Questa elezione fu determinante per la vita di Giulio come testimonia uno dei primi atti del pontificato mediceo: la concessione a Giulio dell'arcidiocesi di Firenze che faceva presagire una imminente nomina al cardinalato che arrivò il 29 settembre 1513, dopo una serie di procedure e dispense per superare i problemi derivanti dalla sua nascita illegittima. Da questo momento la sua carriera curiale è contrassegnata da una grande ricchezza di benefici ecclesiastici e da un ruolo molto delicato all'interno della politica papale. Cercò, ad esempio, di costruire una salda alleanza con l'Inghilterra che potesse aiutare Leone X a contrastare le mire egemoniche sia della Francia che della Spagna; fu nominato così cardinal protettore d'Inghilterra. Questi anni sono caratterizzati da manovre diplomatiche per mantenere il pontificato di Leone X in equilibrio tra i principi cristiani, e da importanti iniziative ecclesiastiche come il Concilio Lateranense V (1512-1517) durante il quale Giulio si interessò particolarmente alla lotta contro le eresie.

Il 9 marzo 1517 fu nominato Vicecancelliere della Chiesa di Roma, incarico che gli offrì la possibilità di mettere in mostra le sue ottime qualità diplomatiche, con un comportamento serio e apparentemente illibato in confronto a quello mondano e dissoluto del cugino.
Mentre cercava di risolvere la questione di una crociata contro i turchi che Leone X vedeva come assolutamente necessaria, gli si pararono di fronte due enormi problemi: da una parte la protesta luterana, dall'altra la successione dell'Impero che, dopo Massimiliano I, toccò al nipote Carlo, già re di Napoli. Nel corso dell'anno 1521 la delicata situazione di Firenze (di cui era stato nominato anche Governatore cittadino) lo costrinse ad allontanarsi di frequente da Roma, ma l'improvvisa morte del cugino pontefice (1521) l'obbligò a tornare di corsa a Roma per preparare il futuro conclave dal quale fu eletto Adriano VI, di cui aveva sostenuto la candidatura per ingraziarsi l'imperatore Carlo V. La situazione fiorentina rischiava però di esplodere e la presenza di un Medici si faceva sempre più necessaria; lo testimonia una congiura ordita contro Giulio nel 1522, maturata negli ambienti repubblicani.

Il 3 agosto 1523 venne finalmente ratificata l'alleanza tra il papa e Carlo V alla quale il cardinale de' Medici aveva lungamente lavorato. La prematura morte di Adriano VI nel settembre 1523 gli apriva la strada verso l'elezione pontificia che, con l'appoggio dell'imperatore e malgrado un conclave lungo e difficoltoso durato cinquanta giorni, giunse il 19 novembre. Il neoeletto assunse il nome di CLEMENTE VII. La sua elezione venne salutata con entusiasmo, anche se certe aspettative si dimostrarono ben presto mal riposte, perché all'atto pratico Giulio de' Medici risultò incapace di risolvere con decisione i difficili problemi che dovette affrontare.
Non fu da lui rinnegata la sua politica di neutralità, ma l'equilibrio tra i due contendenti, Carlo V e Francesco I di Valois, per il predominio dell'Italia e dell'Europa, era davvero difficile da mantenere. Carlo V, infatti, intendeva restaurare l'Impero dando carattere moderno alle sue strutture amministrative e accentuando sempre più una poltica espansionistica che non poteva non creare scontri con il re di Francia. Il delicato e precario congegno diplomatico di Clemente VII in nome della 'libertà d'Italia' si inceppò proprio quando la tensione crebbe: dopo la conquista di Milano da parte di Francesco I, avvenuta nell'ottobre 1524, Clemente VII corse ai ripari spedendo a trattare il più abile tra i suoi consiglieri, il datario apostolico Gian Maria Giberti (filo-francese, mentre l'arcivescovo di Capua, Niccolò Schomberg, lo spingeva invece a mantenere la posizione imperiale), che però dovette cambiare repentinamente direzione alla notizia dell'arrivo delle truppe imperiali in Lombardia.

Proprio il quel periodo la Riforma acquistava proporzioni sempre più vaste in Germania. Nella seconda dieta di Norimberga, nel febbraio 1524, gli stati riconobbero sì l'editto di Worms come legge dell'Impero, ma promisero al legato pontificio, cardinale Lorenzo Campegio, soltanto di mandarlo in esecuzione 'nei limiti del possibile', e chiesero di nuovo una comune assemblea della nazione tedesca, ossia un concilio nazionale che avrebbe dovuto aver luogo a Spira nello stesso anno. Sia il papa che l'imperatore vi si opposero energicamente.
Di breve durata fu il successo ottenuto dai francesi: gli imperiali di Carlo V lo sconfissero a Pavia il 24 febbraio 1525, catturando Francesco I e deportandolo a Madrid. La vittoria dell'imperatore ebbe delle enormi ripercussioni: Francesco, considerato capo della principale potenza europea, venne umiliato, dovette perdonare Carlo di Borbone ed insediarlo nuovamente nelle sue terre, fu costretto a lasciare in ostaggio i suoi due figli, fu invitato a sposare la sorella di Carlo V, Eleonora; inoltre fu costretto ad accettare la pace di Madrid del 1526 e rinunciare a Milano, Napoli e la Borgogna. Fu rilasciato il 18 marzo dello stesso anno.

Ma il sovrano francese, sottoscrivendo il contratto, aveva deciso di non osservarne le gravose condizioni. Giunto difatti in Francia, protestando di essere stato costretto con la violenza di Carlo V ad accettare i duri patti, si rifiutò di ratificare il trattato di Madrid, e il 22 maggio del 1526, a Cognac sulla Charente, stipulò con Clemente VII, con Firenze, con Francesco Maria Sforza e coi veneziani una lega per scacciare dall'Italia gli imperiali: la LEGA SANTA DI COGNAC. I confederati si obbligavano a radunare nella penisola a spese comuni 2500 uomini armati, 3000 cavalli e 30.000 fanti; Francesco I prometteva di mandare un esercito in Lombardia e un altro in Spagna; i veneziani e il pontefice dovevano assalire il regno di Napoli con una flotta di ventotto navi; infine, cacciati gli Spagnoli, il papa avrebbe dovuto mettere sul trono napoletano un principe italiano il quale avrebbe pagato al re di Francia un canone annuo di 75.000 fiorini. Furono tutte illusioni. Francesco I continuò a trattare con Carlo V per il riscatto dei figli e per tutto il 1526 non partecipò alle operazioni belliche, proprio lui che le aveva promosse.

L'atteggiamento guerrafondaio della coalizione anti-imperiale, ma anche lo stato d'animo di essere uscito perdente contro i turchi, persuase l'imperatore a 'punire' il papa, ritenendolo il primo responsabile della sconfitta contro i turchi, visto che egli stesso demagogicamente ne aveva fatto una sua causa, cercando di far credere che tutta la sua politica fosse diretta contro i turchi per costruire poi uno stato universale cristiano. Indubbiamente voleva mettere in stato d'accusa la politica antimperiale condotta dal papa, che aveva aderito alla lega di Cognac. Per dare pubblicità alla cosa non restava che un'esemplare punizione...

Intanto un grave fatto era avvenuto. Il cardinale Pompeo Colonna, di tendenze filo-imperiali, spinto da Carlo V con promesse e denari, aveva, durante la notte dal 19 al 20 settembre 1526, con un esercito di 8000 uomini, occupato la porta di san Giovanni in Laterano e il Trastevere, spingendosi per il Borgo Vecchio fino al Vaticano. Il pontefice aveva fatto in tempo a rifugiarsi a Castel sant'Angelo, e il Vaticano e i palazzi vicini vennero saccheggiati dalle soldatesche. Clemente VII, chiuso nel castello, chiese la mediazione di Ugo di Moncada, si impegnò di perdonare ai Colonnesi, di ritirare le sue truppe dalla Lombardia, e a questi patti concluse una tregua di quattro mesi con l'imperatore. Non solo, ma vedendo che i francesi non gli mandavano gli aiuti promessi e che i veneziani non attaccavano come avrebbero dovuto il Borbone, il pontefice il 15 marzo concluse una tregua di otto mesi, promettendo di sborsare 60.000 ducati al Borbone a condizione che si ritirasse, di assolvere dalle censure ecclesiastiche i Colonna e di restituire nella sua dignità il cardinale Pompeo.
Ma Carlo di Borbone, che oramai non esercitava che scarsa autorità sulle proprie truppe, dichiarò che la somma stabilita nel patto della tregua non era sufficiente e non accettò l'armistizio.
Il 31 marzo egli passò il Reno presso Bologna e verso la metà d'aprile, per Meldole, Santa Sofia e Val di Bagno, si diresse verso la Toscana. Allora le truppe della Lega al comando di Francesco Maria della Rovere e del marchese di Saluzzo, passarono gli Appennini ed andarono ad accamparsi a poche miglia da Firenze per proteggere questa città dall'esercito del Borbone. Questo era giunto a Pieve Santo Stefano quando a Firenze, dove era generale il malcontento contro il cardinale di Cortona, Silvio Passerini, tutore di due giovani 'illegittimi' Medici, Ippolito ed Alessandro, il 26 aprile scoppiò un tumulto. Molti giovani delle principali famiglie fiorentine, capeggiati da Pietro Salviati, occuparono il Palazzo della Signoria; ma quello stesso giorno, assediati da 1500 soldati della Lega prontamente accorsi dal campo, dietro la mediazione del gonfaloniere Luigi Guicciardini che fece ottener loro il perdono, cedettero il palazzo e la calma ritornò in città. Intanto il Borbone dal territorio di Arezzo entrava nel Senese e si dirigeva alla volta di Roma. Lungo la via saccheggiò Acquapendente e San Lorenzo alle Grotte, occupò Viterbo e Ronciglione, e il 5 maggio giunse sotto le mura di Roma, che era difesa da una improvvisata ed esigua schiera e mal disciplinata milizia al comando di Renzo da Ceri.

La mattina del 6 maggio del 1527 l'esercito imperiale mosse all'assalto delle mura del Borgo tra il Gianicolo e il Vaticano. Carlo di Borbone, per animare con l'esempio verso i suoi soldati, si lanciò tra i primi e, presa una scala, l'appoggiò alle mura; ma mentre arditamente saliva, fu colpito da una palla d'archibugio, che Benvenuto Cellini si vantò d'aver tirata, e cadde morto all'età di soli trentotto anni. La sua morte invece di smorzare accrebbe l'impeto degli assalitori, i quali, sebbene con gravi perdite, riuscirono a superare le mura e ad entrare nella città.Durante l'assalto, passato alla storia come il SACCO DI ROMA, Clemente VII stava a pregare nella cappella del suo palazzo. Quando le grida dei soldati gli annunciavano che Roma era perduta, fuggì a Castel sant'Angelo e vi si chiuse con i cardinali e gli altri prelati, mentre gli invasori inseguivano per le strade i soldati pontifici fuggiaschi catturandoli e trucidandoli con picche e alabarde.
Circa 40.000 uomini contava l'esercito imperiale che faceva irruzione a Roma: c'erano 6000 spagnoli del Borbone a cui, lungo il cammino, si erano aggiunte le fanterie italiane di Fabrizio Maramaldo, di Sciarra Colonna e di Luigi Gonzaga, molti cavalieri che si erano messi al comando di Ferdinando Gonzaga e del principe d'Orange Filiberto di Chalons, succeduto nel comando supremo a Carlo di Borbone, numerosi disertori dell'esercito della lega, i soldati licenziati dal pontefice e non pochi banditi attratti dalla speranza di rapine.
Ma fu impiegato anche un altro esercito: quello composto da 14.000 lanzichenecchi guidati da Georg Frundsberg, una turba di soldataglia rozza e inferocita, che forse l'imperatore si illudeva di poter controllare e all'occorrenza fermare. Queste truppe travolsero le difese periferiche di Roma si impadronirono delle entrate della città, iniziarono ad assediarla. 8000 mercenari bavaresi, svevi e tirolesi arrabbiati ed esasperati dalla fame e dal ritardo nel pagamento dei loro stipendi, tutti ottimi combattenti e luterani, che quindi consideravano il papa come l'anticristo e Roma come la Babilonia corruttrice, videro balenarsi agli occhi, prospettata dal loro comandante Carlo di Borbone, la possibilità delle immense ricchezze che potevano venire dal saccheggio dell'Urbe.

Le chiese furono invase, profanate, spogliate di tutti i tesori; dagli arredi sacri, furono asportati l'oro, l'argento e le gemme, di ciò che rimaneva vennero disseminate le strade; i quadri e le statue, considerati dai luterani come segni di idolatria, furono fatti a pezzi, i monasteri furono violati e le monache date in pasto alla furiosa libidine dei soldati; numerosissime donne vennero strappate dalle case e condotte per le vie dalle truppe assetate di sozze voglie. Nessuna casa fu risparmiata, ma furono presi specialmente di mira i palazzi dei ricchi e dei prelati, che vennero spietatamente saccheggiati. Si credeva che le case dei cardinali devoti al partito imperiale dovessero esser rispettate e perciò i mercanti vi avevano trasportato le loro robe; ma alcune vennero lo stesso messe a sacco, altre si salvarono pagando grosse taglie che furono richieste e sborsate più d'una volta. I cittadini subirono ogni sorta d'insulti, d'imposizioni e di violenze. Molti vennero sottoposti a torture perché rivelassero i nascondigli dove si pretendeva che avessero nascosto le loro ricchezze o perché riscattassero la loro vita con enormi somme. Roma, in quel maggio, presentava un aspetto desolante. Le vie erano disseminate di cadaveri, percorse da ciurme di soldati ubriachi e schiamazzanti che si trascinavano dietro donne di ogni condizione, da saccheggiatori che trasportavano oggetti rapinati; le chiese erano trasformate in bivacchi, dove tedeschi, spagnoli e italiani gozzovigliavano; in ogni luogo e sopra ogni cosa lasciavano traccia del loro passaggio e della loro ferocia.

Il cardinale Pompeo Colonna entrò trionfante a Roma l'8 maggio, seguito da numerosi contadini dei suoi feudi, i quali si vendicarono dei saccheggi subiti mesi prima per ordine del pontefice saccheggiando a loro volta tutte quelle case in cui ancora rimaneva qualche cosa da prendere o da distruggere. Il cardinale però - secondo quello che scrive un suo biografo - avuta compassione della miseria in cui era precipitata la sua patria, diede asilo nel suo palazzo a quanti vollero rifugiarvisi e liberò perfino con i propri denari non pochi prelati, senza distinzione di partito.

Dopo tre giorni il principe d'Orange ordinò che cessasse il saccheggio; ma le soldatesche non ubbidirono e Roma continuò ad essere saccheggiata finché vi rimase qualche cosa da prendere.
Lo stesso giorno in cui gli imperiali penetrarono a Roma, giunse in soccorso con una schiera di cavalli e di archibugieri il capitano pontificio Guido Rangoni; ma era troppo tardi. Dal ponte Salario, fin dove si era spinto, si ritirò ad Otricoli. Francesco Maria della Rovere, partito da Firenze il 3 maggio, giunse il giorno 16 ad Orvieto dove si unì al marchese di Saluzzo che vi era giunto cinque giorni prima e invano aveva tentato di liberare Clemente VII da Castel sant'Angelo. Il Della Rovere se avesse voluto, avrebbe potuto facilmente con le sue milizie penetrare in Roma e cacciare gli invasori, i quali, privi di disciplina, e intenti al saccheggio e a gozzovigliare, non erano in grado di opporre alcuna seria resistenza; tuttavia non volle tentare nessuna azione e il 1° giugno andò ad accamparsi a Monterosi.

Il Sacco di Roma fu un episodio che rimase indelebile nella memoria collettiva dell'epoca e che susciterà clamore nella cristianità. Clemente VII scelse la strada dell'estraneità; significative le parole del sonetto caudato del Berni: «Un papato composto di rispetti,/ di considerazioni e di discorsi,/ di pur, di poi, di ma, di se di forsi,/ [...]».
Essendo caduta ogni speranza di soccorso, Clemente VII il 6 giugno capitolò, obbligandosi a pagare agli imperiali 400.000 ducati, di cui 100.000 immediatamente e il resto entro tre mesi; inoltre era prevista la consegna di Parma, Piacenza e Modena. Ma Carlo V non fu soddisfatto di ciò: lui, profondamente cattolico, fu costernato di tale scempio e se ne discolpò. Clemente VII accettò a novembre le condizioni imposte dall'imperatore, ma per evitare di metterle immediatamente in esecuzione lasciò Roma e si rifugiò, il 16 dicembre 1527, a Orvieto.

Carlo inviò un'ambasciata presso Clemente per esprimere tutto il suo profondo rammarico per l'episodio. E Clemente alla fine, non ritenendolo responsabile, lo perdonò, ma non dimenticò. Fu così stipulata; verso la fine del 1529, la Pace di Barcellona. Inoltre il 24 febbraio 1530 Carlo V riceveva dalle mani di Clemente VII la corona imperiale: l'occasione fu positivamente salutata dalla cristianità che vedeva finalmente riconciliati papa e imperatore. Con la pace fatta Carlo, insieme al papa, si impegnava a restaurare i Medici a Firenze abbattendo la repubblica fiorentina e a concedere la Borgogna a Francesco I il quale, in cambio, si impegnava a non intromettersi più negli affari italiani. In ottemperanza agli accordi l'imperatore mandò le sue truppe ad assediare Firenze che aveva rovesciato i Medici nel 1527 ed aveva proclamato la Repubblica. Questa si difese con valore contro gli imperiali guidati da Filiberto d'Orange, ma nulla potè a causa del tradimento di Malatesta Baglioni; divenne duca della città Alessandro de' Medici (figlio illegittimo di Lorenzo), che ebbe in sposa Margherita, figlia naturale di Carlo V.

Con l'imperatore lontano e preoccupato di dar pace alla Germania in preda agli scontri confessionali e con il pericolo turco alle porte, in poco tempo Clemente VII ritornò a migliori rapporti con la Francia. Carlo V, cui non erano rimaste occulte tali trattative, appena la situazione in Germania, dopo la tregua di Norimberga, lo permise, animato dal proposito di rompere l'amicizia stabilitasi tra Francesco I e Clemente VII, invitò quest'ultimo ad un convegno tenutosi a Bologna, il 13 dicembre 1532. Ivi propose al pontefice di unire in matrimonio sua nipote Caterina con il duca di Milano, ma il papa non accettò la proposta. L'imperatore allora ne avanzò una altra: gli propose una lega dei vari stati della penisola allo scopo di difendere l'Italia dalle aggressioni degli stranieri (lui non si considerava tale), specie dei Turchi. Nello stesso tempo gli chiese di convocare un concilio generale, concilio che il pontefice aveva promesso nel primo congresso di Bologna e che era necessario per pacificare la Germania.

La proposta della lega fu da Clemente VII accolta di buon grado perché non danneggiava gli interessi della Santa Sede; ma identica accoglienza non trovò la richiesta della convocazione del concilio perché il papa non solo temeva di procurare ai suoi avversari un'arma che poteva essere adoperata ai suoi danni, ma credeva anche che un concilio non potesse ridare la pace al mondo cristiano ora che la riforma luterana aveva messo salde radici. Su questo argomento, lunghe furono le discussioni tra Carlo V e Clemente VII; quest'ultimo alla fine dovette piegarsi e in un accordo segreto, consacrato in una bolla del 24 febbraio 1533, promise la convocazione del concilio, riservandosi però di fissarne la data.

Con il convegno di Bologna l'imperatore non aveva ottenuto quel che più di ogni altra cosa desiderava, di staccare cioè il pontefice da Francesco I; anzi con l'importuna richiesta del concilio aveva fatto sì che Clemente VII si avvicinasse di più al re di Francia e formalmente gli promettesse la mano della nipote Caterina de' Medici (chiamata 'la pia', ma che ordinerà nel 1572 la famosa strage degli ugonotti), figlia di Lorenzo, al delfino di Francia, Enrico d'Orleans, secondogenito di Francesco I; a mediare le nozze, che si tennero a Marsiglia nell'estate del 1533, fu chiamato l'abile duca d'Albania, con il cardinale di Grammont. Probabilmente questo matrimonio fu l'unica gioia della vita del papa, poichè lusingava la sua grande ambizione e la soddisfazione di aver elevato se stesso e la sua famiglia ai ranghi dei maggiori governanti europei.

L'attenzione alla politica europea e italiana portò Clemente VII a trascurare e sottovalutare il movimento protestante che ormai si andava sempre più diffondendo; in particolar modo non seppe spegnere con risolutezza la scintilla che si era accesa in Inghilterra che animava quella polveriera chiamata ENRICO VIII.Enrico aveva un grosso problema: non aveva un erede maschio. Di questo egli incolpava la consorte Caterina d'Aragona, la cui unica figlia era la principessa Maria. Ebbe anche numerose relazioni con dame della corte fino a quando non si innamorò di Anna Bolena, una delle più belle signore del tempo, donna dalla volontà di ferro, intuito politico e... di religione protestante. Dal 1527 Enrico iniziò a cercare una via d'uscita all'unione con Caterina, argomentando a suo favore che il matrimonio con la vedova del fratello non era valido.

Mandò a Roma un suo rappresentante, il Wolsey, per spiegare il caso al papa, ma la missione fallì. Allora Enrico lo sostituì con THOMAS MORE, grande umanista e abile giurista, che fu nominato per l'occasione Lord Cancelliere. Moro si consigliò con i principali studiosi europei di diritto, cercando un appoggio per la sua causa. Nonostante le motivazioni addotte, il divorzio era impossibile, anche perchè nipote di Caterina era Carlo V ed il papa non voleva certo inimicarselo.
Il sovrano allora devette trovare un altro modo per realizzare il suo desiderio. All'inizio del 1529, attraverso il Parlamento, cominciò ad esercitare pressioni sul papa. Esigendo la correzione degli abusi, il Parlamento votò per sopprimere i pagamenti dei vescovi inglesi alla Chiesa di Roma ed eliminare l'indipendenza degli ecclesiastici inglesi. Secondo le disposizioni precedenti, infatti, il clero doveva fedeltà solamente al papa. Con il nuovo atto del Parlamento, Enrico ottenne il potere di nominare i propri vescovi. Egli usò tale potere per designare arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer, un caro amico di Anna Bolena.

Nel gennaio del 1533 fu celebrato il suo sposalizio con Anna Bolena, nel maggio dello stesso anno il matrimonio con Caterina d'Aragona fu dal Cranmer dichiarato ufficialmente nullo; alcuni mesi dopo (7 settembre 1533) nacque la figlia di Anna, la futura regina Elisabetta. Enrico era così caduto nella scomunica papale. Contro questa egli si appellò ad un concilio ecumenico (novembre 1533). Alla sentenza definitiva di Clemente VII, per cui solo il matrimonio con Caterina aveva valore legittimo (marzo 1534), Enrico rispose con l'Atto di Supremazia, votato dal Parlamento il 3 novembre 1534, il quale lo dichirava Re supremo e unico Capo della Chiesa d'Inghilterra, e gli si attribuiva in tutto il paese quell'autorità e quel potere spirituale che fino ad allora solo il pontefice aveva esercitato. Chi si rifiutava d'accettare con giuramento tale provvedimento e di riconoscere il nuovo matrimonio del re con il relativo ordine di successione al trono, era considerato reo di alto tradimento e punito con morte.

Lo scisma era ormai compiuto. Sebbene questo evento avesse avuto dei minimi effetti sul re, la questione causò il risentimento dei cattolici praticanti. Come conseguenza della rottura con Roma, Enrico e Cromwell intrapresero una riorganizzazione della Chiesa e dello Stato. Tutti i pagamenti che prima andavano versati al papa ora venivano versati alla corona; il Parlamento si adoperò per escludere la principessa Maria dalla successione al trono in favore della figlia di Anna Bolena, nella speranza che, prima o poi, sarebbe nato un erede maschio.
Enrico accettò anche dei piccoli cambiamenti nella pratica della fede cattolica. La Bibbia venne tradotta in inglese, ai preti fu permesso sposarsi, e le reliquie dei santi vennero distrutte. La religione di Enrico rimase quella cattolica, malgrado moltissime persone alla corte e nel regno avessero adottato la fede protestante. Egli impedì ai più ferventi di questi protestanti di compiere cambiamenti troppo radicali nella dottrina religiosa, redigendo un documento (The Six Articles - 1539) nel quale venivano indicati i principi della Chiesa d'Inghilterra, molti dei quali erano derivati dalla fede cattolica.

Nei periodi, fra l'altro molto scarsi, in cui non dovette dedicarsi alla politica, Clemente VII fuuomo colto e mecenate, conformemente alle sue origini familiari, cercando sempre di circondarsi sempre di uomini dalla spiccata arguzia che si intrattenevano con lui durante i pasti e lo svagassero un po' dalle preoccupazioni. Fra questi uomini c'era sicuramente anche il già ricordato Berni, che divenne al papa carissimo e dal quale ottenne titoli ed onori (Protonotario apostolico nel 1527 ne è un chiaro esempio).
Il IX Giubileo fu da lui indetto fin dall'aprile 1524 con la bolla 'Inter sollicitudines et coram nobis', promulgata il 17 dicembre. Questa dispensava dall'obbligo dell'elemosina i pellegrini a Roma; invece restava comunque obbligatoria per coloro che non potevano giungervi. Il papa aprì personalmente la Porta Santa. Durante l'anno l'affluenza di pellegrini fu scarsa a causa delle guerre, del timore dell'avanzata turca, della rivolta dei contadini in Germania. Nell'agosto del 1525 si ebbe una nuova recrudescenza della peste. Questo Giubileo può essere considerato l'ultimo dei giubilei medievali e l'inizio della loro crisi, anche dopo che i luterani avevano diffuso alcuni libelli che accusavano Clemente VII di indire il giubileo col solo scopo di aumentare le finanze della Chiesa.

Di ritorno a Roma dopo la permanenza forzata ad Orvieto, Clemente proseguì la sua opera di mecenate mettendo in atto diverse opere di grande valore artistico: sviluppò ulteriormente la Biblioteca Vaticana, proseguì nella costruzione della Basilica di san Pietro, portò a termine i lavori del Cortile di San Damaso e Villa Madama ed incaricò Michelangelo di affrescare la parete di fondo della Cappella Sistina con il 'Giudizio Universale' seguendone personalmente i lavori.
Commentò e fece pubblicare tutte le opere di Ippocrate.
Accrebbe notevolmente il numero degli ecclesiastici, approvando, nel 1528, l'Ordine dei Cappuccini, ramo dell'Ordine dei Frati Minori, formatosi attorno ai francescani osservanti Matteo da Bascio e Luigi da Fossombrone, caratterizzato da un cappuccio quadrato appuntito e dalla barba. Nel 1530 approvò i Chierici Regolari di san Paolo (detti anche Barnabiti, dal chiostro di san Barnaba dove abitavano), fondati da sant'Antonio Maria Zaccaria per l'assistenza agli infermi e l'educazione della gioventù.
Di ritorno da Marsiglia, dove aveva assistito al matrimonio della nipote, Clemente VII si riammalò della stessa malattia che lo aveva colpito nel 1529 e che spesso tornata a visitarlo. Del resto il suo pontificato era stato coronato da dolori e sofferenze: aveva visto Roma invasa e saccheggiata, era stato schernito dai luterani, aveva sofferto la prigionia, era stato perseguitato negli ultimi tempi dallo spauracchio del concilio e afflitto dallo scisma di Enrico VIII che separava l'Inghilterra dalla Chiesa Cattolica; aveva assistito ai grandi progressi che la Riforma luterana faceva in Germania e infine lo avevano rattristato profondamente le discordie provocate a Firenze dagli altri suoi nipoti, uno contro l'altro, fino ad arrivare al delitto.

Dopo alcuni mesi d'infermità, Clemente VII morì a Roma il 25 settembre 1524 dopo quasi undici anni di intensissimo pontificato. Venne sepolto in santa Maria sopra Minerva, in un mausoleo disegnato da Antonio di Sangallo, di fronte a quello del cugino Leone X.
Con la sua morte si chiudeva il periodo dei papati medicei e del legame tra Roma e Firenze che Clemente VII aveva tenacemente cercato di mantenere e rinsaldare. Di lui scrisse il Guicciardini: "Egli cessò di vivere odiato alla corte, sospetto ai principi, e con fama più presto grave ed odiosa che piacevole, essendo reputato avaro, di poca fede e alieno di natura dal beneficare gli uomini...". Completano il ritratto le parole del Giovio: "Clemente non ebbe grandezza d'animo né liberalità; per indole si piacque delle spilorcerie, delle simulazioni; non fu crudele né malvagio, ma duro e illiberale...".

PAOLO III, Alessandro Farnese, romano  (1534-1549)
(Pontificato 1534-1549)
 

ALESSANDRO nacque a Canino (VT) il 29 febbraio 1468 dalla nobile ed antica famiglia FARNESE, figlio di Pierluigi e Giovannella Caetani. Formatosi alla corte fiorentina di Lorenzo il Magnifico, visse la giovinezza in modo movimentato e gaudente, essendo amante di caccia e divertimenti. Abbandonata questa vita si dedicò esclusivamente alla causa di Cristo, percorrendo rapidamente i gradini della carriera ecclesiastica, grazie al suo ingegno, alla sua cultura, e alla protezione di Alessandro VI e Clemente VII: Protonotaio Apostolico nel 1491, Tesoriere Generale nel 1492, nel settembre del 1493 fu elevato al cardinalato (cardinale-diacono); pare che quest'ultima nomina sia stata un indiretto ringraziamento di papa Alessandro alla famiglia Farnese per aver ricevuto in 'dono' la perla di famiglia più preziosa, la bellissima Giulia Farnese, sorella di Alessandro.

Nel 1499 fu nominato vescovo di Corneto e Montefiascone, Legato ad Ancona nel 1502, vescovo di Parma nel 1509. In seguito resse le diocesi di Benevento (1514), di Frascati (1519), di Palestrina (1523), di Ostia (1524) finquando alla morte di Clemente VII venne eletto, dopo appena ventiquattro ore di conclave, quale successore di Pietro, il 13 ottobre 1534.
La sua elezione fu acclamata dai romani con molta gioia e speranza. La scelta del conclave era stata saggiamente ponderata: le ferite inferte alla città per un intero anno (maggio 1527- maggio 1528) ad opera dei soldati di Carlo V, benchè fossero trascorsi sette anni, erano ancora più che mai aperte. Perciò, per cancellare il ricordo di quel triste periodo, causato dalla politica errata di Clemente VII, i cardinali, di comune accordo, si erano proposti di eleggere al soglio pontificio un romano proveniente da una illustre famiglia che aveva ormai da tempo piantato la sue radici in Roma ed al servizio della cattedra di Pietro. Il cardinale Farnese, appena eletto, si mise subito all'opera; assunse il nome di PAOLO III.

Trovò l'Europa spaccata in fazioni e divisa da guerre: il mondo cattolico era funestato da fiere lotte fra protestanti e cattolici e dalle rivalità fra l'imperatore Carlo V e Francesco I di Francia. E alle porte dell'Europa c'era il pericolo ottomano sempre in agguato. Infatti nell'estate 1541 il sultano Solimano II (il Magnifico) invase l'Ungheria; contemporaneamente alcune flottiglie turche minacciavano nel Mediterraneo occidentale i domini di Carlo V. L'imperatore allora stabilì sulle coste africane una spedizione contro il nemico, e passò per l'Italia per avere un colloquio con il papa. Da Lucca, ove ebbe luogo il convegno con Paolo III, Carlo V, verso la metà di settembre si recò a La Spezia, poi a Maiorca, per affrettare i preparativi dell'impresa di Algeri. Sebbene i suoi migliori generali gliela sconsigliassero data la stagione avanzata, l'imperatore volle tuttavia effettuarla e allestì, dandone il comando ad Andrea Doria, una flotta di 65 galee e di 450 navi onerarie con 12.000 marinai e 24.000 soldati. Nel 1545 Carlo V firmò una tregua con Solimano garantendo la sicurezza sul fronte orientale dell'Impero.

Si adoperò anche alla pacificazione degli animi dei governanti europei, proponendo la convocazione di un Concilio Ecumenico, che sin dagli inizi della riforma protestante era stato invocato non solo da Lutero e dai suoi seguaci, ma anche da moltissimi cattolici e dallo stesso Carlo V, concilio che il suo predecessore Clemente VII aveva costantemente rifiutato; ma dovettero passare ancora altri dieci anni prima che tale progetto si concretizzasse veramente. Un primo tentativo di convocazione fu fatto a Mantova nel 1536, ma fallì a causa di un nuovo conflitto franco-asburgico scoppiato per il dominio sul ducato di Milano; ne seguì una tregua (1538), stipulata a Nizza, ma il conflitto riprese nel 1542.
Allora Paolo III pensò di riunire l'ideato Concilio a Vicenza (1537), ma i cattolici di Germania si erano raccolti attorno all'imperatore stipulando un'alleanza difensiva a Norimberga, contro la Lega Smalcaldica protestante, grazie anche alla quale, per incarico del principe elettore Giovanni Federico il Magnanino di Sassonia, Lutero aveva compendiato la sua dottrina nei cosiddetti Articoli smalcaldici. Ma grazie alla tregua di Francoforte (1539) il clima, tesissimo, si rasserenò. Si aprì così il periodo dei "colloqui di religione", tentativi pacifici di confronto dottrinale, di cui il principale fu tenuto a Ratisbona nel 1541, alla presenza dell'imperatore in persona, ma ben presto anche questo mezzo fu trovato poco atto ad appianare la via all'intesa e superare il contrasto confessionale.

Dal 1542 al 1544 un altro conflitto contrappose Francia e Impero, ma con la pace di Crépy del settembre 1544, con la quale gli Asburgo prendevano possesso di Milano e i francesi del Piemonte e della Savoia, Carlo V ebbe mano più libera per occuparsi di affari religiosi. Il CONCILIO ECUMENICO fu convocato a TRENTO, sede di un principato vescovile appartenente all'Impero germanico, con la bolla "Laetare Jerusalem" per il 2 novembre 1542, ma per lo scarsissimo concorso di prelati fu sospeso il 6 luglio del 1543; venne riconvocato l'anno dopo, il 19 novembre 1544. Gli stati protestanti tedeschi respinsero aspramente l'invito; Lutero sfogò nuovamente il suo astio verso il papato nello scritto "Contro il papato di Roma, fondato dal diavolo".

Nonostante la tanto attesa convocazione del Concilio, probabilmente a causa del rifiuto protestante a parteciparvi, Carlo V si risolse all'uso delle armi. Come alleati egli aveva guadagnato, oltre suo fratello, re Ferdinando, il duca Guglielmo IV di Baviera, alcuni principi protestanti (tra cui il duca Maurizio di Sassonia), e lo stesso pontefice, il quale, in cambio, era riuscito ad ottenere l'apertura del Concilio. Paolo III inviò 12.000 uomini al comando di Ottavio Farnese. La 'guerra smalcaldica' ebbe uno sviluppo molto celere, l'imperatore sconfisse e sciolse definitivalmente la Lega nell'aprile del 1547: con questa vittoria l'astro Carlo V fu più rilucente che mai. Ma in realtà il protestantesimo era vinto solo come organizzazione politico-militare, non come potenza religiosa.

L'apertura del Concilio (durato complessivamente 18 anni, con due prolungate interruzioni) era stata fissata per la primavera del 1545, ma a causa di nuove difficoltà essa potè celebrarsi solo nella terza domenica d'avvento (13 dicembre) nel duomo della città. Esso non ebbe particolare influsso sullo sviluppo del protestantesimo come tale; non solo, ma non ebbe nessuna azione conciliativa con la nuova confessione ma si pose in chiara azione anti-protestantesimo. Alcuni storici affermano che, per il suo carattere 'unilaterale', cioè con presenze solo cattoliche, non meriti nemmeno di essere chiamato Concilio. I protestanti, che avevo rifiutato l'invito alla partecipazione, convocarono, nella primavera del 1545, un proprio Concilio a Worms, dove rivendicarono la propria autonomia religiosa dalla Chiesa di Roma, e, per quanto riguardava la dottrina e la disciplina, dichiaravano piena libertà di decisione.

La presidenza del Concilio (primo periodo, sessioni I-X, 13 dicembre 1545 - 2 giugno 1547) fu tenuta con capacità e destrezza dai Legati nominati dal papa, i tre cardinali Giovanni Maria del Monte (futuro Giulio III), Marcello Cervini (futuro Marcello II) e l'inglese Reginaldo Pole. Loro compito era determinare la scelta degli oggetti di discussione e sorvegliare i dibattiti stessi; nelle questioni più importanti, essi ricevevano istruzioni direttamente da Roma. Con un numero inizialmente scarso di membri aventi diritto di voto (32-42) fu fissato dapprima l'ordine di procedura e fu deciso di trattare in modo simultaneo e parallelo, materia dogmatica e materia disciplinare, sebbene l'imperatore dal canto suo desiderasse, per riguardo ai protestanti, che si desse la precedenza alla riforma, e il papa invece alle questioni riguardanti la fede. Così le decisioni del Concilio, che dopo essere state preparate e discusse nelle varie commissioni e nelle congregazioni, venivano infine approvate e proclamate nelle sessioni solenni, si articolavano regolarmente nelle due specie di decreta de fide e decreta de reformatione.

Come sistema di votazione si usò quello individuale, come s'era fatto sempre in passato fino al Concilio di Costanza. Al diritto di voto deliberativo furono ammessi i vescovi, i generali di ordini religiosi e una parte di abati; nella preparazione dei decreti tuttavia, furono chiamati a collaborare con voto consultivo anche numerosi teologi (theologi minores) non vescovi, fra cui parecchi uomini di alta fama, quali i gesuiti Salmeron, Lainez e Pietro Canisio, i domenicani Cano, Soto e Ambrogio Catarino, i francescani spagnoli de Castro e de Vega; fra i teologi di rango prelatizio emerse particolarmente per la sua vasta dottrina il generale degli Eremitani di sant'Agostino, Girolamo Seripando, il principale esponente della scuola agostiniana.
Il compito dogmatico del Concilio consisteva nell'esposizione e chiarificazione del dogma cattolico, di fronte alla negazione di verità fondamentali da parte dei protestanti, di fronte al loro nuovo principio materiale e formale del cristianesimo, al loro concetto spiritualistico della Chiesa e alla negazione di quasi tutti i sacramenti. Perciò nella IV sessione (8 aprile 1546) fu innazitutto riconosciuto il valore della Tradizione Apostolica pari a quello della Sacra Scrittura, come unica fonte della fede e fu definito il canone dei libri ispirati.

Fra le traduzioni della Bibbia fu dichiarata autentica per l'uso teologico-ecclesiastico la Vulgata, e fu infine proclamata come norma per l'interpretazione della Sacra Scrittura l'opinione comune dei Padri e il giudizio della Chiesa. Nella V sessione (17 giugno 1546) fu pubblicato il decreto dogmatico sul peccato originale, nella VI sessione (13 gennaio 1547) quello sulla giustificazione, che attribuiva alla fede il valore di "inizio e e fondamento e radice di ogni salvezza umana"; il decreto, vero capovolgimento teologico, esprime nella forma più precisa la concezione cattolica di fronte a quella protestante. L'opposizione dello scotismo affiorò nel corso delle discussioni, ma non si espresse nel decreto. Si prese quindi in esame la dottrina dei sacramenti, e nella VII sessione (3 marzo 1547) fu definita la dottrina dei sacramenti in genere, e del battesimo e della cresima in particolare. Inoltre, dalla V alla VII sessione furono emananti anche una serie di decreti di riforma, riguardanti l'obbligo di istituire nelle chiese maggiori e nei conventi delle cattedre di Sacra Scrittura, che dovevano diventare il centro dello studio teologico, l'obbligo di esercitare l'ufficio della predicazione, il dovere di residenza dei titolari di benefici, le qualità necessarie per i candidati all'ufficio vescovile, ed altro ancora.

Ma il luogo del Concilio non era gradito a Roma. In curia si era accettata controvoglia la scelta di una città dell'impero germanico; più volte si tentò anche di trasferire il concilio in una città più vicina a Roma, ma si dovette rinunciare all'idea per l'opposizione dell'imperatore. L'occasione giunse nel febbraio 1547 quando un preoccupante morbo epidemico (febbre petecchiale) scoppiato a Trento mise in grave situazione i Legati papali, per la partenza di molti prelati italiani, principali sostenitori del papa. Prima che il guaio fosse irreparabile i Legati decisero, con la maggioranza di due terzi del Concilio di trasferire l'assise a Bologna (sessione VIII, 11 marzo 1547); il papa confermò il trasferimento. Ma quattordici prelati di tendenze imperiali si fermarono a Trento, e lo stesso Carlo V fu estremamente indignato della traslazione, perchè una comparsa dei protestanti tedeschi, ch'egli proprio allora aveva assoggettato alla sua forza (guerra smalcaldica, cfr. sopra) in una città dello Stato Pontificio non era proprio pensabile. Perciò egli insistette con ogni energia perchè il Concilio fosse riportato a Trento, e ottenne almeno che si evitasse una pubblicazione di decreti nelle sessioni IX e X celebrate a Bologna, dove intanto le commissioni di studio avevano ripreso a lavorare alacremente.
Ma la situazione si era ancora più inasprita per una violentissima protesta dell'imperatore (gennaio 1548) e per il suo agire arbitrario presso dieta di Augusta, dove aveva fatto emanare un provvedimento provviso, il cosiddetto Interim del 30 giugno 1548. Questo documento, elaborato dal vescovo Pflug di Naumburg, dal vescovo ausiliare di Magonza Michele Helding e dal teologo protestante Giovanni Agricola, tanto dal lato dottrinale come da quello disciplinare era sostanzialmente cattolico, però concedeva ai protestanti il matrimonio dei preti e il calice ai laici fino a una decisione definitiva del concilio. Della restituzione dei beni ecclesiastici sequestrati non si faceva parola. Il papa ne fu scontentissimo perchè vi vedeva un'ingerenza indebita dell'imperatore nella sfera dei diritti ecclesiastici. Per questo agire arbitrario di Carlo V, a cui si aggiungeva la morte di Francesco I che privava il pontefice di un forte alleato, il 13 settembre 1549 (due mesi prima della sua morte), Paolo III sospese il concilio.
Pochi mesi dopo la sua elezione Paolo III si trovò a fronteggiare l'espansione protestante anche in Inghilterra. Infatti è datato 3 novembre 1534 l'Atto di supremazia votato dal parlamento, che dichiarava il re supremo e unico capo della Chiesa d'Inghilterra, e gli attribuiva in tutto il paese quell'autorità e quel potere spirituale che fino allora vi aveva esercitato il papa. Chi rifiutava d'accettare con giuramento l'atto di supremazia e di riconoscere il nuovo matrimonio del re (con Anna Bolena) col relativo ordine di successione al trono, era considerato reo di alto tradimento e punito con morte crudele. Lo scisma inglese era ormai un fatto compiuto. Purtroppo il clero, già da tempo assuefatto ad una chiesa di stato, si assoggettò nella grande maggioranza a questa nuova forma di cesaropapismo. Soltanto pochi ebbero il coraggio di opporsi; le vittime più note del dispotismo di Enrico furono il dotto e pio vescovo John Fisher di Rochester, che Paolo III nominò cardinale durante la sua prigionia, e il nobile umanista Thomas More. Entrambi furono decapitati nel 1535. Nel 1538 Paolo III pubblicò la bolla, già pronta da tre anni, in cui Enrico veniva scomunicato e dichiarato decaduto dal regno, e i suoi sudditi sciolti dal giuramento di fedeltà, ma questa sortì una scarsa efficacia.
Consapevole della tremenda situazione ecclesiastica si adopeò anche per il riassetto interno della Chiesa, con un'opera che andava di pari passo con il Concilio. Per questo chiamò a far parte del supremo senato della Chiesa una serie di personalità d'alto merito culturale e morale, quali Contarini, Carafa, Sadoleto, Pole, Cervini, Morone, Gilberti, Fregoso, Toledo e parecchi altri che onorarono la Curia romana. Con l'aiuto di questi porporati, Paolo III attuò parecchie riforme: riorganizzò la Camera Apostolica, la Sacra Rota, la Cancelleria e la Penitenzieria. Creò una commissione cardinalizia atta a preparare la riforma dei costumi del clero; frutto dei lavori furono il 'Consilium super reformatione ecclesiae' e il 'Consilium de emendanda ecclesia' del 1537.
Su suggerimento del cardinale Carafa (futuro Paolo IV) e di sant'Ignazio di Loyola, con la bolla "Licet ab initio" del luglio 1542, Paolo III ripristinò e riorganizzò l'istituto dell'Inquisizione romana, tribunale cardinalizio dotato di poteri senza confini geografici, con compiti di controllo e repressione indipendenti dalle autorità locali tanto laiche quanto ecclesiastiche, contro ogni deviazione eretica, di conservazione della purezza della fede. Essa doveva essere organizzata con regole uniformi e inviolabili; doveva avere la forza di procedere contro ogni dignitario della Chiesa, qualunque fosse il suo grado e la sua condizione, anzi doveva rivolgersi e combattere e a togliere di mezzo gli uomini più eminenti, qualora costituissero un pericolo per la Santa Sede.
Scopo trasversale della politica di Paolo III fu sempre quello di favorire i suoi parenti e familiari, mostrandosi, in questo modo, vistosamente nepotista. Tra i suoi preferiti c'erano i suoi quattro figli, avuti prima di prendere gli ordini sacri: Costanza, Pier Luigi, Paolo e Ranuccio. Suo favorito era Pier Luigi; il pontefice, nel 1537 lo creò duca di Nepi e di Castro, e Gonfaloniere della Chiesa. Qualche anno dopo diede Camerino ad Ottavio suo nipote (figlio di Pier Luigi), togliendola a Guidobaldo II d'Urbino al quale questa città spettava per diritto, essendo marito di una Varano.

Nell'ottobre del 1539, a Nizza, in occasione della tregua omonima (vedi sopra), ottenne che Pier Luigi fosse da Carlo V investito della città di Parma col titolo di marchese e che ad Ottavio fosse data in sposa Margherita d'Austria, figlia naturale di Carlo V e vedova di Alessandro de' Medici. Per questo nipote, nel convegno di Busseto, chiese, ma non ottenne dall'imperatore, il ducato di Milano. Carlo V fu anche sollecitato perché desse Siena a Pier Luigi, ma ne fu sconsigliato da Cosimo de' Medici, il quale sperava di potersene egli stesso impadronire.
Tentò di far concedere al proprio figlio anche Lucca, ma non vi riuscì e fallì pure il tentativo, come si disse e molti sostengono, di occupare la piccola Repubblica di san Marino nel giugno 1543.
Gli riuscì invece di 'convincere' il Sacro Collegio (agosto del 1545) a concedere a Pier Luigi l'investitura di Parma e Piacenza erette a ducato dipendente dalla Santa Sede. In cambio il figlio del pontefice rinunziava ai ducati di Nepi e Camerino che venivano incorporati alla Camera Apostolica. Questa politica familiare, condotta a spese dello Stato Pontificio, gli costò molte contrarietà e danneggiò non poco la sua reputazione.
Indisse il X Giubileo, pochi mesi prima di morire. Per tale motivo era intervenuto con un interessante decreto che ordinava, a vantaggio della povera gente, il blocco dei fitti e dei subaffitti per l'intera durata dell'Anno Santo, insieme con il divieto di cacciare gli inquilini per affittare ad altre persone disposte a pagare un canone più elevato: "[...] stabiliamo e ordiniamo che in vista dell'anno santo, sempre quando ricorrerà un anno del genere, per un anno prima e per il detto anno santo, la pigione delle case non possa essere aumentata agli inquilini da parte dei padroni delle medesime, né essere alterato il modo di pagare la pigione. Inoltre, al fine di evitare liti e controversie, ordiniamo che sia l'inquilino stesso, sia il subinquilino del medesimo non può essere espulso dalla casa affittata o subaffittata ai medesimi dal padrone di essa [...] a meno che questi non ne abbia veramente bisogno e si sia obbligato, a tal fine, a giurare di non affittarla ad altri ma di abitarla lui stesso per un anno, pena, in caso di spergiuro, la perdita per due anni della pigione della casa di cui si tratta".Con la bolla 'Regimini militantis ecclesiae' del 27 settembre 1540 Paolo III concesse la desiderata approvazione in forma di ordine di chierici regolari alla regola, presentata al pontefice per mezzo del cardinale Contarini, alla Compagnia di Gesù fondata nel 1534 da Ignazio di Loyola. I Gesuiti contribuirono enormemente alla Riforma cattolica, con la predicazione (specie degli Esercizi Spirituali), l'insegnamento, gli scritti, mettendosi al servizio della Chiesa intera, divenendo milizia prescelta del papato, a cui la Compagnia resta tutt'oggi legata tramite anche uno speciale quarto voto di rigorosa obbedienza alla sede apostolica in campo missionario.
Oltre ai Gesuiti, uno stuolo di Congregazioni religiose nascenti testimoniano il fiore più bello della Controriforma: Teatini, Cappuccini, Barnabiti, Somaschi, Orsoline, Fatebenefratelli, Camilliani, Oratoriani, Visitandine, Lazzaristi, Eudisti, Scolopi. Un contrassegno comune delle nuove associazioni religiose è, non soltanto la loro origine latina, ma anche la prevalente accentuazione in esse della vita attiva, rispetto a quella contemplativa. La loro costituzione fu generalmente quella più libera delle cosiddette 'congregazioni', senza clausura rigida, obbligo del coro, e con voti semplici, non solenni. Anche moltissimi tra gli Ordini più antichi si rinverdirono con nuovi rami (Maurini, Alcantarini, Carmelitani scalzi).

Grande mecenate, Paolo III resta uno dei protagonisti del Rinascimento artistico italiano. Accordò protezioni a dotti e letterati, fece costruire e restaurare cappelle, chiese e grandi monumenti romani (ricordiamo la costruzione della Sala Regia in Vaticano e il restauro della basilica Lateranense e delle mura di Castel sant'Angelo), promosse un grandioso sviluppo edilizio di Roma, abbellendola con nuove vie e fontane, come la Paolina, spendendo cifre astronomiche per migliorarne la viabilità. La moneta detta 'giulio', dopo di lui, prese a chiamarsi 'paolo'. Prima ancora dell'ascesa al soglio pontificio riuscì ad accumulare ciò che noi oggi chiamiamo 'collezione Farnese', distinta in due nuclei: la collezione romana, comprensiva per lo più di opere di artisti legati alla famiglia Farnese da rapporti di committenza (Raffaello, Sebastiano del Piombo, Tiziano, El Greco, i Carracci) e conservata nel palazzo di famiglia nei pressi di Campo de' Fiori, insieme alla grande statuaria antica, attualmente nel Museo Archeologico Nazionale; e la collezione parmense esposta nel palazzo della Pilotta a Parma, con una rilevante presenza di opere di scuola emiliana, nonché un cospicuo numero di dipinti fiamminghi.
Ma il protagonista indiscusso di questa stagione resta Michelangelo, ritornato a Roma nel 1534, e ivi fermatosi fino alla morte avvenuta trent'anni dopo. All'artista nel 1534 Paolo III commissionò un grande affresco per il muro di fondo della Cappella Sistina avente per tema il Giudizio Universale.Michelangelo interpretò drammaticamente tale soggetto, rivelando la più intima disperazione di ogni personaggio. Allo scoprimento dell'opera (1544), nonostante le lodi e i consensi, tuttavia non mancarono i commenti malevoli dovuti all'invidia e ad un malinteso senso del pudore che permeava la curia di quel tempo. Pertanto fu deliberato di velare con appropriati panneggi alcune parti del dipinto ritenute 'oscene'. Questa decisione fu accolta da Michelangelo con sommo sdegno perchè vide la sua titanica composizione umiliata da idee così grette. Nel frattempo Paolo III gli affidò molteplici altri incarichi, tra cui quello di sovrintendente a vita ai lavori della Basilica Vaticana.
Quando, ormai settantaduenne, Michelangelo accettò l'incarico per la fabbrica di San Pietro, si buttò nel lavoro con il massimo impegno, rifiutando ogni compenso, consapevole della complessità dell'opera e del fatto che egli, data l'età, non avrebbe potuto vederne il compimento. Sempre opera del celeberrimo artista è la piazza del Campidoglio. Poco dopo l'allestimento del percorso trionfale di Carlo V (1536), Paolo III affidò a Michelangelo la realizzazione di una piazza monumentale che resuscitasse gli antichi fasti con una veste moderna; un luogo dove egli avrebbe potuto stabilire la propria dimora, concepita come unità residenziale fortificata. La scenografica soluzione dell'artista fu una terrazza trapezoidale, non di grandi dimensioni (m. 53x63), ma grandiosa e armoniosa per l'impianto architettonico, la giustezza delle proporzioni e la coerenza stilistica, da cui si domina il passato (il Foro Romano) e il presente (la città moderna), gravitante sulla statua equestre di Marco Aurelio, con il Palazzo Senatorio sullo sfondo e i Palazzi Conservatori e Nuovo ai lati come quinte teatrali. Al progetto di Michelangelo si deve pure la Cordonata che sale alla piazza e la Balaustra, ambedue impreziosite da statue antiche.
Al centro della piazza campeggia la famosa statua di Marco Aurelio, stupendo esempio di statua imperiale equestre ed uno dei pochissimi bronzi antichi scampati alla distruzione o alla fusione, forse perché si credeva rappresentasse Costantino, primo imperatore cristiano. Fu trasportata nella piazza del Campidoglio dalla piazza del Laterano per volere dello stesso Paolo III, nel 1538, nonostante il parere contrario di Michelangelo. La statua in bronzo dorato fu posta sopra un elegante piedistallo disegnato da Michelangelo e ornato con i gigli farnesiani di papa Paolo III. Dell'antica doratura restavano tracce sul viso e sul manto dell'imperatore, sulla testa e sul dorso del cavallo. Un'antica leggenda afferma che quando la doratura sarà tutta scomparsa, canterà la 'civetta' (il ciuffo di peli tra le orecchie del cavallo, in realtà il supporto che in origine doveva permettere l'inserimento di un pennacchio), e annuncerà il giudizio universale. A questa statua si ispirano i monumenti equestri del Rinascimento e molti altri nei secoli seguenti. Nel 1981 la statua, attaccata dalla corrosione dell'inquinamento, è stata rimossa e affidata all'Istituto Centrale per il Restauro. Oggi ritrovato il suo bagliore della doratura antica, si può ammirare in un vano a destra del cortile dei Musei Capitolini. Sul piedistallo, nella piazza, è stata posta una copia. Il disegno della pavimentazione è stato realizzato nel 1940.

Dopo quindici anni di densissimo pontificato, che l'avevano visto protagonista principale delle vicende europee non solo religiose, Paolo III si spense a Roma il 10 novembre 1549. Fu sepolto nella basilica di san Pietro. Era riuscito appena in tempo a chiudere il Concilio di Trento, trasferitosi a Bologna.
Il 18 febbraio 1546 era morto Martin Lutero; "il più grande fra i tedeschi del suo tempo" (Dollinger) aveva avviato la Riforma protestante. Paolo III, forse unico fra i pontefici del suo tempo ad aver seriamente compreso la portata e le conseguenza di tale Riforma, è ancora oggi considerato un grande pontefice.

GIULIO III - Giovan Maria Ciocchi dal Monte (1487-1555)
(Pontificato 1550-1555)

GIOVANNI Maria CIOCCHI dal Monte nacque a Monte san Savino (AR) nel 1487. Dotato di viva intelligenza, studiò giurisprudenza a Perugia e Bologna; avviato alla carriera ecclesiastica fu nominato arcivescovo di Siponto dal 1512 al 1544 e di Pavia dal 1544 al 1550; nel 1543 fu anche presso la diocesi suburbicaria di Palestrina. Venne inviato da Paolo III come Legato pontificio al Concilio di Trento (primo periodo 1545-1547), insieme a Marcello Cervini (futuro Marcello II) e all'inglese Reginaldo Pole. Loro compito era determinare la scelta degli oggetti di discussione e sorvegliare i dibattiti stessi e nelle questioni più importanti, essi ricevevano istruzioni direttamente da Roma; vi si distinse per la fermezza di propositi e la severità dei principi. Grazie all'appoggio del cardinal Farnese, nipote del pontefice suo predecessore, fu eletto cardinale nel 1536.

Alla morte di Paolo III si ebbe una vacanza della sede per quasi tre mesi. Il conclave era diviso tra i cardinali imperiali e quelli francofili; egli era il rappresentante della fazione moderata; l'8 febbraio 1550 il cardinal Ciocchi dal Monte fu eletto assumendo il nome di GIULIO III. Riportiamo uno stralcio di un singolare documento, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, contenente alcuni consigli che i cardinali diedero al papa appena eletto:

"Fra tutti i consigli che possiamo avere a presentare alla Sua Santità, ne riserviamo il più importante in ultimo. Dobbiamo tenere gli occhi bene aperti ed intervenire con tutta la potenza nostra nell'affare che abbiamo da considerare. Trattasi di quanto segue:
- La lettura del Vangelo non deve essere permessa che il meno possibile specialmente nelle lingue moderne, e nei paesi sottomessi alla Vostra autorità. Il pochissimo che vien letto generalmente alla messa, dovrebbe bastare e devesi proibire a chiunque di leggere di più.
- Finche il popolo si contenterà di quel poco, i vostri interessi prospereranno; ma nel momento che se ne vorrà leggere di più, i vostri interessi cominceranno a soffrire. Ecco il libro, che più di nessun altro, provocò contro di noi le ribellioni, le tempeste che hanno arrischiato perderci.
Difatti, se alcuno esamina accuratamente l'insegnamento della Bibbia e lo paragona a quanto succede nelle nostre chiese, troverà ben presto le contraddizioni e vedrà che il nostro insegnamento spesso si scarta da quello della Bibbia e più spesso ancora in opposizione ad essa. Se il popolo si rende conto di questo, ci provocherà senza requie finche tutto venga svelato ed allora diventeremo l'oggetto della derisione e dell'odio universale. È necessario dunque che la Bibbia venga tolta e strappata dalle mani del popolo però con gran prudenza per non provocare tumulti".


Il carattere fermo e deciso mostrato da prelato, si trasformò in lento e mondano. Ma ugualmente l'opera di Riforma proseguì. Appena eletto papa promulgò il X Giubileo (anche detto 'Giubileo di Michelangelo', per l'attiva presenza a Roma del celebre scultore), indetto da Paolo III, con la Bolla 'Si pastores ovium', che venne inaugurato, con la tradizionale apertura della Porta santa della basilica di san Pietro, il 24 febbraio 1550, e si concluse il giorno dell'epifania del 1551; onde durò meno di un anno. Al fine di favorire i pellegrini, attuò le disposizioni emanate dal suo predecessore sul blocco dei fitti e per regolare il mercato alimentare, norme che in seguito verranno sempre ripetute. Il moderato afflusso dei pellegrini furono seguiti particolarmente da san Filippo Neri con la Confraternita della santa Trinità, un ospizio che ospitava fino a 600 persone al giorno. A questo Giubileo partecipò anche Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti.

E proprio ai Gesuiti, nel luglio 1550, confermò le Costituzioni della Compagnia e li autorizzò, nel 1522, a fondare in Roma il Collegio Romano e il Collegio Germanico, quest'ultimo destinato all'educazione dei giovani prelati tedeschi nella lotta all'eresia.

Si adoperò per combattere il nepotismo e gli abusi della Chiesa romana (con un Concistoro convocato poco dopo l'elezione, il 28 febbraio 1550). Negò la porpora a Pietro Aretino il quale aveva scritto e dedicato al pontefice alcune opere sacre, e si aspettava di essere fatto cardinale, tanto più che con Paolo III la sua quasi certezza di aver il cappello rosso era stata stroncata solo dalla morte di quel papa. All'arrivo a Roma del letterato suo conterraneo, Giulio III gli preparò una calorosa accoglienza, lo abbracciò, lo baciò in fronte e gli mise a disposizione un appartamento veramente regale in Vaticano, ma di farlo cardinale non ne parlò neppure.

Ma proprio con Giulio III si ebbe uno dei fenomeni nepotistici più significativi, che ancora oggi, odora di scandalo. Infatti già da cardinale le pasquinate lo additavano insistentemente come sodomita, ma lo scandalo esplose quando, nemmeno quattro mesi dopo la sua elezione, nominò cardinale il diciassettenne INNOCENZO DEL MONTE (1532-1577), che aveva già fatto adottare dal fratello Baldovino (prima dell'adozione il ragazzo si chiamava Santino). Anche se molti storici affermano che Giulio III fece nominare cardinale 'un figlio', molti altri studiosi non mettono in dubbio che il pontefice fosse affettivamente molto legato a questo ragazzo che aveva conosciuto tredicenne, quale figlio d'un suo servitore. Pare che la nomina cardinalizia fu il premio supremo della sua compiacenza. Tale nomina, contro cui protestarono invano i cardinali più sensibili alla necessità di riformare i costumi della Chiesa per contrastare la Riforma protestante, suscitò ampio rumore nelle Corti europee: la lista dei commenti scandalizzati dell'epoca è lunghissima. E nonostante una voce benevola che circolava a Roma spiegasse beffardamente la nomina come premio del fatto che il ragazzo era... custode della scimmia del papa (e fu quindi soprannominato 'Bertuccino'), per i protestanti non c'erano dubbi sulle motivazioni della nomina.

Come se ciò non bastasse, Innocenzo si rivelò uno dei peggiori cardinali che la Chiesa abbia mai avuto: rimasto libero di sé a 23 anni (Giulio III morì nel 1555) fu coinvolto in una catena di fattacci ed esiliato da molti pontefici successivi.

Protettore di artisti e mecenate, Giulio III fece costruire sulla via Flaminia, dal 1551 al 1553 la splendida Villa Giulia, opera dell'Ammannati, del Vignola e del Vasari. Il complesso della villa si articola su due cortili separati da un ninfeo, che originariamente era un vero e proprio teatro d'acque. Internamente la villa è riccamente decorata con affreschi, stucchi, marmi policromi e statue; ivi venne collocato il Museo archeologico. Dopo la morte del papa fu ereditata dal fratello Baldovino, ma, alla sua morte avvenuta nel 1557, fu confiscata dal Paolo IV.
Inoltre potenziò la Biblioteca Vaticana e l'Università La Sapienza di Roma. Protesse Michelangelo e Palestrina.

Riuscì a far riaprire il Concilio di Trento (secondo periodo, sessioni XI-XVI) sospeso da Paolo III nel 1548; infatti la nuova bolla di convocazione fu promulgata il 14 novembre 1550. Per alleviare il lungo viaggio dei prelati a Trento si fece uso per la prima volta, di carrozze sospese a cinghie di cuoio per ammortizzare i balzi provocati dalle ruote, normalmente cerchiate in ferro.
Il Concilio fu ufficialmente aperto il 1° maggio 1551.

A questa parte del Concilio non intervennero i prelati francesi a causa della guerra contro la Francia in cui Giulio III si trovò implicato (vedi sotto); invece dalla Germania convennero a Trento gli arcivescovi elettori di Magonza, Treviri, Colonia. Nel suo insieme il nomero deipartecipanti fu di poco superiore rispetto al primo periodo.
Si proseguirono i lavori circa i sacramenti e si pubblicarono i decreti relativi sull'Eucarestia (sess. XIII, 11 ottobre 1551), sulla Penitenza e sull'Estrema Unzione (sess. XIV, 25 novembre 1551) e i decreti di riforma riguardanti per lo più l'esercizio dell'autorità vescovile, i costumi del clero e la regolare collazione dei benefici. In seguito all'infaticabile azione dell'imperatore Carlo V, comparvero dall'ottobre 1551 al marzo 1552, muniti di un salvacondotto del concilio, anche alcuni inviati dei protestanti tedeschi, cioè del principe elettore Gioacchino II di Brandeburgo, del duca Cristoforo del Wurttenberg, di sei importanti città imperiali della Germania Superiore e del principe elettore Maurizio di Sassonia.

Nonostante ogni accondiscendenza però le trattative con loro non approdarono a nulla, perchè essi posero condizioni in parte inaccettabili, quali la sospensione e la ridiscussione di tutti i decreti già emanati, il rinnovamento dei decreti di Costanza e Basilea sulla superiorità del concilio sul papa, e lo scioglimento dei membri del concilio dal giuramento di obbedienza al papa.
Il tradimento del principe elettore Maurizio verso l'imperatore e il suo passaggio al servizio della Francia, la spedizione degli alleati nella Germania meridionale, e la minaccia di occupazione della città di Trento, convinsero Giulio III, preoccupato anche di veder precipitare la contesa tra Carlo V ed Enrico II in una guerra generale, alla sospensione del concilio per due anni, decretata nella sessione XVI (28 aprile 1552); in effetti però trascorsero quasi un decennio completo prima che il sinodo venisse ripreso.

Giulio III, infatti, si era lasciato trascinare dall'imperatore in una guerra contro i Farnese, anche se dopo appena due giorni la sua elezione, aveva ordinato che Parma fosse restituita ad Ottavio Farnese; aveva anche confermato l'investitura del ducato di Castro ad Orazio, fratello di Ottavio, e ad entrambi aveva lasciato le cariche di prefetto di Roma e di gonfaloniere della Chiesa. Eppure nonostante questo zelo, ben presto i buoni rapporti che regnavano tra il pontefice e i Farnese si alterarono e ciò dipese dal fatto che i Farnese avevano visto nuovamente il territorio di Parma invaso da Ferdinando Gonzaga, e Orazio, il 27 maggio del 1551, lusingato da Enrico II, che gli prometteva in sposa la figlia naturale Diana, aveva stretto legami con il sovrano francese.
Ne risultò che la casa Farnese, prima era schierata a favore del papa e dell'imperatore, ora si metteva sotto la protezione della Francia. Giulio III, suo malgrado, si trovò coinvolto in una guerra che tornava a metter di fronte la Francía e la Spagna. Come al solito, il teatro delle contese dei due sovrani non poteva che essere l'Italia.

Ferdinando Gonzaga (filo-imperiale) occupò Brescello, terra del cardinale Ippolito d'Este, che era al servizio del re di Francia, e si preparò a cingere d'assedio Parma, mentre alla Mirandola, mandati da Enrico II, giungevano Piero Strozzi e Cornelo Bentivoglio per radunare truppe e soccorrere il Farnese. Sul cominciare del luglio 1551 l'esercito imperiale-pontificio mandò ad assediare la Mirandola, saccheggiando e bruciando barbaramente il territorio; intanto Enrico ordinava al suo generale, il Brissac, di occupare san Damiano, Chieri, Brusasco ed altre terre del Piemonte, riuscendo ad alleggerire Parma e la Mirandola dalla pressione ispano-pontificia. Difatti Ferdinando Gonzaga, che aveva devastato il territorio parmense e occupati parecchi luoghi, fra cui Calestano, Torrechiara e Felino, lasciato all'assedio della città parte del suo esercito al comando del marchese di Marignano, con il resto dovette accorrere in Piemonte (settembre del 1551).

La partenza del Gonzaga cominciò a far sentire il peso maggiore della guerra a Giulio III, il quale si pentiva ora di essersi messo in una lunga e dispendiosa guerra e cercava di riavvicinarsi alla Francia. Trattative con Enrico II vennero iniziate, ma il sovrano francese pose delle condizioni così pesanti che il pontefice ruppe i negoziati. Questi però furono ripresi quando il papa si accorse che la fortuna dell'imperatore, minacciato da una terribile insurrezione in Germania e da grandi preparativi francesi, stava declinando, di modo che i nuovi incontri condussero ad un accordo, stipulato il 29 aprile 1552.
In questo accordo si stabiliva una tregua di due anni, passati i quali il re di Francia avrebbe lasciato il duca Ottavio in piena libertà di poter trattare e accordarsi con il papa; quest'ultimo e l'imperatore non sarebbero stati più offesi nell'indipendenza dei loro territori; Castro veniva consegnata in mano dei due cardinal Farnesi. L'imperatore aveva undici giorni di tempo per poter essere incluso nell'accordo; se non lo avesse fatto sarebbero stati dichiarati nulli tutti i provvedimenti presi in suo favore e, inoltre, se non avesse voluto ratificare gli articoli che riguardavano lui, il papa sarebbe stato libero di ritirarsi dalla guerra "senza prestare ad esso l'autorità sua, né aiutarlo, né di favore, né di gente, né di denari, né di vettovaglie, né altrimenti in qualunque maniera si sia".
Il pontefice fece sapere a Carlo V di essere stato costretto all'accordo dalle sue finanze esauste, dai pericoli cui era esposto lo Stato Pontificio e dal fatto che la Francia tendeva ad abbracciar le dottrine luterane; l'imperatore, che in quel momento non si trovava in condizioni migliori del papa, accettò l'accordo e lo ratificò il 10 maggio.

Giulio III si interessò anche al ritorno dell'Inghilterra al cattolicesimo. La riconciliazione avvenne di fatto sotto la regina Maria la Cattolica, a cui il pontefice, nel gennaio 1555, mandò legato un valente prelato, il cardinale Reginaldo Pole; ma non fu che breve tregua: succeduta al trono Elisabetta I, il distacco della Chiesa inglese da Roma divenne definitivo.

Grande mangiatore di cibi grassi e agliati, Giulio III, gottoso da tempo, morì a Roma il 23 marzo 1555. Le sue spoglie riposano insieme a quelle del suo pupillo, Innocenzo, nella Cappella del Monte, nella chiesa di san Pietro in Montorio a Roma.


MARCELLO II - Marcello Cervini (1501-1555)
(Pontificato 1555)

MARCELLO nacque da Riccardo CERVINI di Montepulciano (Siena) il 6 maggio 1501. Uomo colto, umanista, giustamente ricordato per le traduzioni dal latino e dal greco, dal 1526 godette della benevolenza di Alessandro Farnese, il quale, divenuto poi Paolo III, lo volle segretario del suo cardinale nepote; in tal modo ebbe un ruolo importante nella politica dello Stato Pontificio e nelle questioni religiose. Nel 1539 fu nominato vescovo di Nicastro; nello stesso anno ottenne la porpora cardinalizia. L'anno successivo lo troviamo vescovo di Reggio Emilia e, nel 1544 di Gubbio; come vescovo lavorò per una vera riforma ecclesiastica.

Distintosi in diverse ed importanti missioni diplomatiche presso la corte imperiale di Carlo V, fu nominato, nel dicembre 1545, insieme ai cardinali Giovanni Maria del Monte (futuro Giulio III) e l'inglese Reginaldo Pole, Legato papale al Concilio di Trento, dove tenne l'effettiva presidenza dell'assemblea. Il compito dei Legati era determinare la scelta degli oggetti di discussione e sorvegliare i dibattiti stessi; nelle questioni più importanti essi ricevevano istruzioni direttamente da Roma. Durante il Concilio combattè con inflessibile risolutezza le tendenze conciliariste.

Nel 1548 Paolo III lo nominò Bibliotecario Apostolico, incarico che gli fu rinnovato a vita da Giulio III. In questo periodo si fece promotore di ricerche storiche e archeologiche. Papa del Monte lo nominò Presidente della Commissione per la riforma ecclesiastica, ma ne venne in seguito escluso per aver criticato la politica nepotista del pontefice.

Alla morte di Giulio III, venne eletto papa, il 9 aprile 1555, assumendo il suo stesso nome, MARCELLO (II); fu l'ultimo pontefice a non cambiare nome all'atto dell'elezione, confermando, tra l'altro, la leggenda che vuole un pontificato brevissimo per i papi che conservano il proprio nome. Immediatamente pose mano a un rigoroso programma di riforma morale della Chiesa, volle frenare e ridurre il lusso e le spese della corte papale, per meglio opporsi alla Riforma protestante e toglierle motivi di accusa. Si propose, con gli stessi intenti, di riaprire il Concilio di Trento; addirittura, per la sua idea spirituale del papato, pensò di abolire anche la Guardia Svizzera. Ma un attacco apoplettico stroncò i suoi propositi e lo portò alla tomba dopo poco più di un mese di pontificato, il 1° maggio 1555. I suoi resti riposano nella basilica di san Pietro.
A lui il Palestrina dedicò, nel 1563, la 'Missa Papae Marcelli' a 6/7 voci a cappella. La ragione di questa dedica è narrata nel 'Mistagogus' di Lodovico Cresolli Armorici: «...durante le funzioni del Venerdì Santo, il pontefice rimase colpito dal contrasto fra la celebrazione di un doloroso mistero, ben espresso nelle parole del testo liturgico, e il carattere del servizio musicale, eseguito dalla cantorìa: erano polifonie del consueto stile fiammingo, complesse e ampollose, in cui non solo le parole ma anche il significato della ricorrenza sacra venivano sommersi, quasi annullati. Marcello II volle allora spiegare personalmente ai cantori come ben diversamente dovesse intendersi il compito della musica da chiesa, ausilio al sentire e all'intendere la Parola divina (audiri atque percipi)».
Per Palestrina, l'ammonimento del papa dovette essere la conferma di un convincimento già maturato. La Missa Papae Marcelli resta un capolavoro per eccellenza della polifonia sacra romana e si pone in contrapposizione alla coralità luterana che stava dilagando nell'Europa centrale. Concettualmente il capolavoro palestriniano si riassume come la sublimazione di una perfettissima geometria sonora di antica concezione neoplatonica che, valendosi del significato intrinseco della parola e del suono che l'avvolge, giunge a rendere misticamente visibile l'invisibile.

PAOLO IV - Gian Pietro Carafa (1476-1559)
(Pontificato 1555-1559)

 

GIAN PIETRO nacque a sant'Angelo della Scala (Avellino, ma diverse fonti riportano Capriglia, quasi confinante con sant'Angelo) il 28 giugno 1476 dal ramo

napoletano dei baroni CARAFA. Suo mentore fu lo zio cardinale Oliviero Carafa, che lo introdusse nella Curia romana e grazie al quale ricoprì diversi incarichi, tra cui, nel 1503, quello di Protonotaio apostolico. Alessandro VI avrebbe voluto inserirlo nella sua corrotta corte, ma egli resistette irreprensibilmente. Nello stesso anno Giulio II lo nominò arcivescovo di Chieti; partecipò al Concilio Lateranense V. Nel 1506 Leone X lo inviò Legato in Spagna presso Ferdinando il cattolico e, successivamente, 1513-1514, fu in Inghilterra in qualità di Ambasciatore presso Enrico VIII. Nel 1518 fu nominato arcivescovo di Brindisi; nel 1522 Adriano VI lo richiamò a Roma per affidargli la riforma della corte e della disciplina del clero.

Nel 1524, rassegnò le sue dimissioni dal governo della diocesi pugliese a Clemente VII; al pontefice chiese di rinunciare ai suoi benefici e ritirarsi a vita solitaria. Entrò a far parte dell'Oratorio del Divino Amore e fondò poi con san Gaetano da Thiene l'Ordine dei Teatini, chiamato così appunto da Theates (Chieti), già suo vescovado. I Teatini si proponevano uno stile di vita rigido e ascetico, con il quale venivano attuati i principi della Riforma cattolica per arginare l'eresia protestante; dopo il 'Sacco' di Roma nel 1527 si rifugiò con in suoi compagni a Venezia.

Celebre resta un suo 'Memoriale' scritto a Clemente VII nel 1532 sul dilagare dell'eresia; egli proponeva, fra l'altro, di affidare l'Inquisizione all'Ordinario o ai Nunzi togliendola ai frati. Benchè riluttante, il Carafa venne richiamato a Roma da Paolo III per sedere nel Comitato di riforma della Corte papale; nel dicembre 1536 il pontefice lo nominava cardinale; gli fu assegnato l'arcivescovado di Napoli, ma per l'opposizione di Carlo V, non riuscì mai a prenderne possesso. Ricoprì, allora, diversi incarichi, tra cui il principale fu la nomina a Prefetto del Santo Uffizio (1542) ruolo in cui riversò tutto il suo rigore e la sua disciplina; ricoprì inoltre anche incarichi di responsabilità nelle commissioni dei lavori del Concilio di Trento. Nel 1550 fu nominato vescovo di Frascati e nel 1553 di Ostia-Velletri; nello stesso anno era decano del Sacro Collegio.

Alla morte di Marcello II, il nuovo pontefice fu il cardinale Carafa: fu una scelta a sorpresa in quanto il suo carattere rigido, severo e inflessibile, combinato con la sua età (79 anni) e il suo patriottismo facevano pensare che avrebbe declinato l'onore; accettò apparentemente perché l'imperatore Carlo V si era opposto alla sua ascesa. Il 23 maggio 1555 veniva eletto con il nome di PAOLO IV.

Appena sul soglio confermò il suo carattere rigido e intransigente, al punto tale da inimicarsi tutte le monarchie europee. In particolare si adoperò per combattere gli spagnoli (la casa asburgica ricambiava i sentimenti di insofferenza) unicamente per portar via loro il Regno di Napoli. Fu così che sviluppò una politica di intesa con la Francia in chiave antispagnola, che si concluse con un'alleanza segreta con Enrico II (1556) e con la guerra contro la Spagna. Ma un'irruzione nello Stato della Chiesa ad opera del duca d'Alba, lo costrinse alla Pace di Cave del 13 e 14 settembre 1557; in base a questo trattato il papa usciva dall'alleanza con la Francia e la Spagna, le cui truppe erano giunte alle porte di Roma, rinunciava ai territori che aveva sotratto al pontefice.
Fece esprimere, per mezzo dei suoi nunzi, la sua disapprovazione per la Pace religiosa di AUGUSTA del 25 settembre 1555, invocata e realizzata dall'imperatore Carlo V (più volte minacciato di destituzione dallo stesso pontefice) come compromesso spirituale, la quale decretava che doveva regnare "una pace perpetua tra cattolici e i seguaci della confessione augustana". Ai principi degli stati dell'impero fu consentita la libera scelta della religione; a loro era riconosciuto anche il diritto di imporre ai territori loro soggetti la confessione preferita, da cui, più tardi, la formula 'Cujus regio, eius religio'. Al popolo fu riservato solo lo 'jus emigrandi'. Non si giunse ad un accordo circa la questione se il diritto di abbracciare la riforma fosse da concedere anche ai principi ecclesiastici.

L'imperatore Ferdinando I d'Austria (succeduto a Carlo V, ma non riconosciuto da Paolo IV, in quanto egli aveva assunto la dignità imperiale, senza il consenso papale), valendosi della sua autorità decretò che i vescovi e gli abati che fossero passati alla nuova confessione, avrebbero perduto l'ufficio, le rendite e il territorio, che dovevano rimananere alla vecchia religione (Reservatum ecclesiasticum). Inoltre Ferdinando dovette concedere in una dichiarazione segreta (Declaratio ferdinandea) che i nobili, le città e i comuni che già da tempo avevano abbracciato la confessione augustana e che si trovavano nei territori dei principati ecclesiastici, godessero libertà religiosa anche in futuro. Di fatto la Pace augustana fu una 'sanatoria' ma, sul piano temporale, non soddisfò veramente le controparti.

Si alienò anche l'Inghilterra rigettando la pretesa alla corona inglese da parte di Elisabetta I; arrivò al punto di destituire Reginaldo Pole, suo valente Legato, e consegnarlo all'Inquisizione nel 1556. L'anno precedente aveva dichiarato nullo il rito anglicano delle ordinazioni introdotto da Edoardo VI e usato da Mattia Parker, cappellano di Anna Bolena, creato arcivescovo di Canterbury e messo alla testa della gerarchia riformata; egli stesso ordinerà, infatti, la maggior parte dei nuovi vescovi. Leone XIII, dopo aver fatto esaminare la questione da una commissione di studiosi, con lo scritto 'Apostolicae curae' del 1896 decretò l'interrotta successione apostolica della gerarchia anglicana (pronuntiamus et declaramus ordinationes ritu anglicano actas irritas prorsus et esse omninoque nullas).

A coronamento della sua disastrosa politica estera, nel 1559 emanò la Bolla 'Cum ex apostolatus officio', in cui, in forza della "pienezza del potere sui popoli e i regni", egli rinnovava tutte le punizioni precedentemente decretate contro gli ecclesiastici e i laici, i principi e i sudditi che avevano apostatato dalla vera fede e li dichiarava destituiti di ogni dignità, diritto e possesso; i loro territori e i loro beni dovevano appartenere a quei cattolici che per primi se ne fossero impadroniti. Con questo documento tentò di far rivivere l'intransigenza ideologica della ierocrazia medievale, senza tener minimamente conto del mutar dei tempi.

Deluso dagli insuccessi politici, si votò alla Riforma; ma anche qui si rivelò maldestro e precipitoso.
Decisamente contrario ad una prosecuzione del Concilio di Trento, egli intendeva piuttosto riformare la Chiesa con la sua attività diretta, nel tentativo di estirpare l'eresia con una rigida moralizzazione dei costumi; all'uopo creò nel 1556 una Congregazione Generale per la Riforma composta da 72 membri, successivamente riordinata in quattro sezioni. Rafforzò ulteriormente l'Inquisizione davanti al cui Tribunale trascinò perfino cardinali, vescovi, dottori e uomini pii; anche il grande inquisitore cardinal Ghislieri (futuro Pio V) fu accusato di scarso zelo. Il cardinale Morone, uomo retto e innocente fu imprigionato per due anni.

Sancì l'obbligo della residenza per i vescovi, scelse i cardinali indipendentemente da situazioni politiche. Il suo spirito riformista represse qualsiasi forma di devozione non solo ereticale, ma anche sincera e irenistica. Impose riforme durissime dalle quali non risparmiò neanche Roma, ridotta ad un convento. Licenziò Palestrina da maestro della cappella pontificia, in quanto era sposato; non contento, con un motu proprio vietava che fossero scelti maestri, cappellani e cantori non celibi, e proibì ai musicisti di comporre musica profana.

Nel 1559 promosse l'iniziativa di raccogliere in un catalogo tutte le opere ritenute pericolose per i credenti e la cattolicità: così fu pubblicata la prima edizione ufficiale dell''INDEX LIBRORUM PROHIBITORUM', sempre ad opera dell'Inquisizione. Vi primeggiava il 'Decameron' di Giovanni Boccaccio e il 'Il Principe' di Niccolò Machiavelli, ma non mancava neppure 'Il Novellino' di Masuccio Salernitano; ovviamente vi furono inserite anche tutte le edizioni della Bibbia pubblicate dai protestanti. Si avvalse, in questa sua opera purificatrice, di monsignor Giovanni Della Casa, l'autore del 'Galateo'. Con molteplici edizioni l'Indice dei Libri proibiti sarà regolarmente pubblicato fino al 1938.
In questa sua opera riformatrice si fece coadiuvare dai nipoti, specie CARLO CARAFA, eletto cardinale e segretario di stato, uomo immorale, che abusò del suo ufficio per losche manovre. Quando finalmente Paolo IV aprì gli occhi sui traffici dei suoi nipoti, procedette contro Carlo e suo fratello con la destituzione delle cariche e l'esilio (1559), ma non potè ormai più rimediare al male da essi provocato.

L'apice fu raggiunto con la promulgazione, il 12 luglio 1555, della Bolla "Cum Nimis Absurdum", con la quale era istituito a Roma, e in altre città, il GHETTO per gli ebrei, sancendo la totale separazione dai cristiani. Il documento così motivava le gravi restrizioni imposte:

"Poiché è assurdo e sconveniente al massimo grado che gli ebrei, che per loro colpa sono stati condannati da Dio alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di essere protetti dall'amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo a noi, mostrare tale ingratitudine verso i cristiani ed oltraggiarli per la loro misericordia e pretendere dominio invece di sottomissione; e poiché abbiamo appreso che, a Roma ed in altre località sottoposte alla Sacra Romana Chiesa, la loro sfrontatezza è giunta a tanto che essi si azzardano non solo di vivere in mezzo ai cristiani, ma anche nelle vicinanze delle chiese senza alcuna distinzione di abito, e che anzi prendono in affitto delle case nelle vie e nelle piazze principali, acquistano e posseggono immobili, assumono donne di casa, balie ed altra servitù cristiana, e commettono altri e numerosi misfatti a vergogna e disprezzo del nome cristiano, ci siamo veduti costretti a prendere i seguenti provvedimenti [...]".I provvedimenti imposti stabilivano in particolare che da allora in poi gli ebrei avrebbero dovuto abitare in una strada (o all'occorrenza in più strade) separata dalle case dei cristiani e munita di un portone di chiusura; che in ogni ghetto non potesse esistere più di una sinagoga; che gli ebrei dovessero vendere ai cristiani tutti gli immobili posseduti fino ad allora. Veniva inoltre imposto: un segno distintivo per il pubblico riconoscimento (il berretto per gli uomini, un velo o uno scialle per le donne), il divieto di avere servitù cristiana e rapporti, anche di semplice amicizia, con i cristiani, avere botteghe fuori dal ghetto, gravi restrizioni circa l'interesse che si poteva percepire per il prestito, gravi restrizioni riguardo i mestieri consentiti (era permesso il solo traffico di stracci e abiti usati, 'sola arte strazziariae seu cenciariae', diceva il documento papale).

La bolla rappresentava un significativo mutamento di rotta nella politica della Chiesa verso gli ebrei; col succedersi dei pontefici le condizioni di vita imposte agli ebrei non mutarono, anzi, la politica della Chiesa ebbe conseguenze negative anche negli stati non direttamente dominati dal papa.
Il pericoloso isolamento politico e diplomatico e il rigorismo che egli aveva imposto alla Chiesa e a Roma provocò alla sua morte, avvenuta il 18 agosto 1559, una rivolta popolare; fu dato fuoco al Tribunale dell'Inquisizione e distrutta la sua statua; ciò ne impedì i solenni funerali. Venne seppellito nella basilica di san Pietro, ma venne in seguito traslato in santa Maria sopra Minerva.

Altri papi di questo secolo --------->

HOME