1455-1691

CALLISTO III, Alonso de Borja, spagnolo
(pontificato 1455-1458)


PIO II, Enea Silvio Piccolomini, di Siena
(pontificato 1458-1464)

PAOLO II, Pietro Barbo, di Venezia
(pontificato 1464-1471)

SISTO IV, Francesco della Rovere, di Savona
(pontificato 1471-1484)

INNOCENZO VIII, G. B. Cibo, genovese
(pontificato 1484-1492)

 

ALESSANDRO VI, Rodrigo de Borja, spagnolo
(pontificato 1492-1503)


 

PIO III, Francesco Todeschini-Piccolomini, di Siena
(pontificato 1503 - nemmeno un mese)

Alla notizia della morte del Borgia (Alessandro VI), il popolo romano si abbandonò in manifestazione di gioia. Era del resto stato il suo pontificato uno dei periodi più tristi della storia della Chiesa, un'età di corruzione e di nepotismo, di crisi dell'autorità spirituale e temporale del Papa.
Diffusasi la notizia della sua morte, a Roma erano precipitosamente rientrati gli Orsini e i Colonna, nel tentativo di riprendere il loro antico prestigio. E nel farlo qualche tumulto lo incitarono ma senza particolari conseguenze.

Il figlio del papa morto, Cesare (il Valentino) era ancora a letto con la stessa febbre perniciosa che aveva condotto alla tomba il padre; tuttavia, aveva inviato i suoi scagnozzi in Laterano, e aveva già provveduto a mettere le mani sul tesoro pontificio, due casse di monete d'oro, oltre una discreta quantità di oggetti di valore. Inoltre sempre con i suoi soldati teneva sotto controllo la situazione, soprattutto in Vaticano, dove doveva avvenire la nuova elezione e dove ovviamente mirava a influire sul suo andamento o meglio a dominare le sorti del conclave.
Il collegio cardinalizio temendo proprio un colpo di mano del Valentino per eliminare questo pericolo venne subito a patti con lui, assicurandogli un salvacondotto di tre giorni nello Stato Pontificio, garantendogli i suoi possedimenti in Romagna e il titolo di gonfaloniere della Chiesa. Non lo volevano però nel conclave, e nemmeno a Roma. Cesare - che malato com'era non era di certo nelle condizioni di fare diversamente - accettò di lasciare Roma entro tre giorni, e malandato com'era andò a proseguire la convalescenza a Nemi.

Il 16 settembre 1503, si riunì il conclave formato da 38 cardinali; una buona parte erano Spagnoli, l'altra composta da Francesi. I primi erano legati ai Borgia, i secondi in contrasto proprio con gli Spagnoli, per il fatto che da qualche tempo stavano litigando per la spartizione del Regno di Napoli , che insieme avevano strappato agli Aragonesi. Gli italiani erano pochi, inoltre non contavano nulla, anche se - guidati dall'abile Giuliano Della Rovere- erano loro l'ago della bilancia.
Nessuno dei due gruppi - com'era di norma per l'elezione di un nuovo pontefice - poteva raccogliere i due terzi di voti; fu quindi allora accettata la proposta italiana di una candidatura di transizione in attesa del maturare degli eventi.

Il 22 settembre i voti andarono a un anziano e devoto cardinale di Siena, che non era mai stato impegnato politicamente e questo ne aveva facilitato la scelta, però era con il piede già nella fossa, perchè da tempo sofferente di gotta; il prescelto era Francesco Todeschi Piccolomini, nato a Siena il 9 maggio 1439, figlio di una sorella di Pio II, ed infatti dopo essere stato eletto papa prese il nome di Pio III.
Fu consacrato nella basilica di S. Pietro dal cardinale Riario l'8 ottobre, ma soffriva di così gravi disturbi ed era così malandato che - com'era costume - non andò nemmeno a prendere possesso della basilica di S. Giovanni in Laterano.

Giuliano Della Rovere che capeggiava il gruppo cardinalizio italiano, con l'elezione del malconcio Piccolomini, era convinto di poterlo manovrare a suo modo. Ma per la sua indole di uomo amante della pace, Pio III non volle prendere dure posizione nei confronti di Cesare Borgia, anzi, quando il Valentino - sempre in convalescenza a Nemi - fece una accorata richiesta di tornare a Roma, nella sua ingenua bontà, il papa la concesse, così giustificandosi "I cardinali spagnoli hanno interceduto per lui e mi hanno detto che egli è gravemente ammalato e che non può più guarire. Desidera ardentemente tornare a Roma per esalarvi l'ultimo respiro; gli ho concesso questa grazia."

Cesare era invece perfettamente guarito, e tornò sì a Roma, ma si trincerò da padrone a Castel S. Angelo, allarmando gli Orsini e i Colonna, che subito chiesero al papa di farlo catturare. Ma ancora una volta la bontà di Pio III ebbe la meglio "E' mio dovere essere misericordioso con tutti" e condannò qualsiasi azione fosse intrapresa contro "...il diletto figlio Cesare Borgia di Francia, duca di Romagna e di Valenza, gonfaloniere della Chiesa". Anche se poi aggiunse "...ma vedo che finirà male dinanzi al giudizio di Dio"

Quando poi Pio III il 13 ottobre si mise a letto per un altro improvviso attacco di gotta, gli Orsini e i Colonna, insieme tentarono un colpo di mano per eliminare il Borgia, ma andò a vuoto. Pochi giorni dopo, il 18 ottobre, Pio III moriva. I cronisti maligni dell'epoca dissero "assassinato" con un veleno propinatogli da Pandolfo Petrucci, signore di Siena, ma dal Piccolomini considerato usurpatore e tiranno della sua città natale.

Il pontificato di Pio III non era durato nemmeno un mese.
Le sue spoglie mortali, assieme a quelle dello zio, vennero in seguito (nel 1614) trasportate nella chiesa di S. Andrea della Valle, in Roma.

La morte di Pio III, non colse impreparato il collegio dei cardinali, tutti sapevano che la sua malattia irreversibile l'avrebbe a breve termine portato alla tomba, quindi i maneggi tra i diversi gruppi per una nuova elezione erano iniziate già all'indomani della sua elezione. Infatti quando il 31 ottobre 1503 si riunirono in conclave, dopo poche ore elessero Giuliano Della Rovere, che prese il nome di Giulio II.

....vedi sotto la biografia di PAPA GIULIO II

GIULIO II, Giuliano della Rovere, di Savona
(pontificato 1503-1513)
Giuliano della Rovere nasce ad Albisola il 5 dicembre 1443. La famiglia, nobile da alcuni anni, ha già un suo membro candidato al trono papale; si tratta di Sisto IV (pontificato 1471-1484) , zio di Giuliano, che nei primi studi aiuterà il giovane nipote nella carriera ecclesiastica. Prima ancora che Sisto IV salga sul soglio, Giuliano diviene vescovo di Avignone e di altri sedi fra cui Bologna e Vercelli e ha anche la legazione della Marca e dell'Umbria.
Poi appena salito sul soglio (1471) lo zio al 28enne nipote gli dà la porpora di cardinale.

Sia dallo zio papa, sia da papa Innocenzo VIII, Giuliano riceve importanti incarichi diplomatici e missioni politiche presso la corte francese e in Olanda. Queste sue esperienze gli permette di contrarre vincoli di amicizie presso i regnanti di Francia e ciò gli sarà particolarmente utile quando chiederà l'aiuto del re francese Carlo VIII contro il papa Mediceo Alessandro VI, sotto il cui pontificato egli è costretto a vivere dieci anni in Francia, esule da Roma.

Era quello uno dei periodi più tristi della storia della Chiesa, un'età di corruzione e di nepotismo, di crisi dell'autorità spirituale e temporale del Papa. Per capovolgere la situazione ci voleva un uomo innanzitutto di nazionalità italiana, ricco di cultura rinascimentale, oltre che un uomo di azione, cioè un principe che va alla conquista di un regno come un soldato.
L'obiettivo doveva essere: la restaurazione della potesta temporale della Chiesa assai compromessa nell'Italia delle Signorie, ed era una potestà che desiderava accomunare tutto il territorio italiano.

Finalmente, il 31 ottobre 1503, ormai 60enne, la tenace avversione allo scandaloso pontificato di Alessandro VI, è premiata. Alla morte di quest'ultimo per un attacco di febbre perniciosa (di malaria, ma alcuni dicono avvelenato) e dopo il brevissimo (nemmeno un mese)
pontificato di Pio III, Giuliano viene eletto Papa col nome di GIULIO II.
Più che un papa di chiesa, fu poi - per il suo procedere guerresco- definito un "papa soldato". Purtroppo la sua eccessiva audacia e impulsività non gli permetteranno di coronare i suoi intenti.
Si era scelto il nome Giulio, non tanto in omaggio al pontefice che aveva portato quel nome, quanto per ammirazione verso Giulio Cesare. E nonostante i suoi 60 anni, di animo e più ancora di aspetto era veramente cesareo, più adatto a fare un principe o un capitano d'esercito che non un papa. "Ma di un tal papa (sostiene il Rohrbarcher) aveva bisogno quel tempo".

Alla sua elezione ci furono i soliti maneggi tra i diversi gruppi di cardinali. Giuliano riunì il 20 ottobre nel palazzo Vaticano i cardinali spagnoli e Cesare Borgia (non del tutto ripreso dallo stesso male che aveva colpito Alessandro VI). Il Borgia nella speranza di poterlo sfruttare diede il suo voto favorevole a Giuliano Della Rovere, ma questi a sua volta contava di sfruttare il Borgia, promettendogli di crearlo gonfaloniere della Chiesa, assicurardogli i domini, di unire in matrimonio il nipote Francesco della Rovere con una figlia del duca. Il Valentino - che non si era mai fidato di nessuno - non fece bene i suoi calcoli fidandosi proprio nel Papa che era stato il nemico più accanito della famiglia Borgia. Ma ciò non ci deve recare meraviglia. Le condizioni di Cesare Borgia erano tali da indurlo ad accettar l'amicizia di chi lo aveva sempre avversato. Egli aveva difatti perduta gran parte del suo stato, e le stesse Romagne che gli si erano mantenute fedeli, ora erano in subbuglio e gli sfuggivano di mano. 
Pandolfo Malatesta aveva ceduto Rimini ai Veneziani; in potere di questi ultimi erano cadute Faenza, Montefiore, Sant'Arcangelo, Verucchio, Porto Cesenatico e parecchie altre terre;  al Valentino non rimanevano che le rocche di Forlì, Cesena, Forlimpopoli e Bertinoro.

Il 31 ottobre 1503, in poche ore i 27 cardinali avevano eletto Giuliano, il giorno dopo lo proclamarono.
Per prima cosa Giulio II, avverso com'era alla famiglia del suo predecessore, non volle abitare l'appartamento dei Borgia, per non vedersi davanti i loro ritratti o i loro stemmi.
Suo pensiero dominante - e lo comunicò a tutti i sovrani - la restaurazione della potestà temporale della Chiesa, oltre il proposito di abbattere l'impero turco. Esortava quindi i sovrani di Spagna a far la pace con la Francia, onde unire le loro armi nella santa impresa. In cuor suo altro impegno, era quello di distruggere non solo i loro stemmi da ogni edificio ma i Borgia stessi.

Ma per distruggere l'opera dei Borgia, era necessario liquidare il duca Valentino e la di lui famiglia. Delle sue intenzioni il pontefice dava prova l'anno dopo (1504), quando con una bolla tolse il ducato di Semoneta a Rodrigo Borgia per assegnarlo al Gaetani, e a Cesare non concesse la carica promessagli di capitano generale della Chiesa. Il Borgia rodendosi dalla rabbia si accorse presto del suo errore, delle mire del papa, ed era indispettito perchè i territori della Romagna erano in subbuglio, e Venezia pronta ad impadronirsene, aveva già occupato Faenza, Ravenna, Cervia e scesa fino a Rimini, la parte migliore della Romagna.
Giulio in questa situazione non proprio chiara, anzi piuttosto ambigua dei veneziani, non volle rompere del tutto con il Valentino, gli sembrò invece più opportuno incitarlo a riconquistare quei territori, temendo che passassero in soggezione di Venezia (a suo parere già troppo forte).

In effetti i veneziani speravano di giocare il pontefice, dandogli a credere che quanto facevano in Romagna, lo facevano contro il suo nemico Cesare Borgia e non contro di lui.
Giulio non si fece incantare dai veneziani e agì subito: intimò al Borgia di consegnargli tutte le terre della Romagna. Cesare cominciò a nicchiare, e allora il papa diede ordine che fosse catturato e tradotto a Roma.
La cattura fu eseguita da Mantova, e il suo ambasciatore narra che Cesare era all'improvviso diventato vile e pauroso, e che piangendo pensava al suo triste destino, convinto che l'avrebbero condannato a morte. Giulio invece non arrivò a tanto, quando l'ebbe davanti non si mostrò crudele; gli assegnò perfino un appartamento dentro il Vaticano, ovviamente sotto stretta sorveglianza.
Dalla sua quasi prigionia, il duca scrisse e ordinò ai suoi capitani di consegnare le città ai messi papali. I capitani di Forlì e Bertinoro non vollero eseguire l'ordine dicendo che l'avrebbero eseguito solo alla presenza del duca in piena libertà; quello di Cesena non solo si rifiutò ma i messi del papa li fece impiccare. Giulio a Roma andò su tutte le furie e rinchiuse questa volta Cesare nella torre dei Borgia.

Però nel frattempo gli spagnoli avevano rialzato la testa in seguito alle vittorie di Consalvo Borgia di Cordova contro i francesi nell'Italia meridionale. I
n brevissimo tempo tutto il reame di Napoli era caduto in potere della Spagna, la quale, l' 11 febbraio del 1504 concluse a Lione una tregua di tre anni con la Francia. Giulio a quel punto acconsentì ad un accomodamento pacifico col Valentino; lo liberò, lo mise sotto la sorveglianza del cardinale spagnolo Carnayal, e lo mandò in Romagna dandogli tempo 40 giorni per convincere i capitani di Cesena, Forlì e Bertinoro a consegnare le fortezze delle città.
Bertinoro e Cesena (ma non Forlì) consegnarono le fortezze, e Carnayal dopo aver ricevute in mano le città, ad insaputa del pontefice mise il libertà il Valentino, il quale si precipitò a Napoli presso lo zio cardinale Lodovico Borgia. Consalvo di Cordova, non solo lo accolse bene, ma gli promise delle milizie per riconquistare la Romagna. Doveva però chiedere in Spagna a Re Ferdinando il Cattolico, che per tutta risposta invece di assentire, gli passò l'ordine di catturare il Valentino, perchè pericoloso alla pace d'Italia.

Il 27 maggio 1504, Cesare fu catturato, incatenato, rinchiuso nel castello di Ischia. Il 20 agosto successivo inviato in Spagna in catene e rinchiuso nel castello di Medina del Campo. Ma pur sorvegliato a vista, Cesare il 25 ottobre 1506 calandosi da una finestra riusci a evadere dalla fortezza. Andò a rifugiarsi presso il cognato Giovanni d'Albrette, re di Navarra.
Giulio II apprese la notizia con qualche timore, subito allontanato quando il 12 marzo 1507 gli giunse un'altra rassicurante notizia
che l'informava che Cesare era caduto combattendo in una banale battaglia sotto le mura del castello di Viana contro un ribelle del cognato.
Così finiva, quasi nell'oscurità, i suoi giorni questo principe che con ogni mezzo era riuscito a costituirsi in Italia uno stato potente. La sua sorte provava chiaramente come fossero di durata effimera quegli stati acquisiti con il nepotismo delle famiglie papali, con le nefandezze, con la forza, con la minaccia delle armi, con i crimini.  

Tuttavia, Machiavelli parlando dell'opera politica del Valentino nel "Principe" dice: " Benchè l'intento suo non fosse di far grande la Chiesa, non di meno ciò che fece tornò a grandezza della Chiesa, la quale, spento il duca, fu erede delle fatiche sue". Vale a dire che il Valentino aspirò a formarsi un principato nei territori pontifici, dove imperversava l'anarchia. Vi riuscì, ma non potè conservarlo per sè, perchè Giulio II, con mano energica, seppe spodestarlo e recuperare alla Chiesa le terre di Romagna che il Valentino aveva riordinate.

Cio che accadde dopo la morte del Valentino (i fatti d'armi e le contese fra Stati e Chiesa, con Giulio II in testa a cavallo con la spada in mano)

Di fronte ai due stati stranieri che avevano messo piede nel settentrione e nel mezzogiorno d'Italia non rimanevano che due sole potenze, Venezia e lo Stato Pontificio, le quali avrebbero potuto impedire la rovina della penisola se fossero andate di accordo.
Per riavere le terre occupate dai veneziani Giulio II in un primo momento si limitò a lanciare contro la potente città lagunare semplici ammonimenti a titolo di rivendicazione. Ma poi risoluto a rimettere nelle mani della Chiesa tutti i possessi che le erano appartenuti, GIULIO II aveva ricusato le proposte di Venezia che si dichiarava pronta a pagare alla Santa Sede un tributo per le città che aveva acquistate, e nel novembre del 1503 a NICOLÒ MACHIAVELLI aveva manifestato il suo fermo proposito di ricuperare quelle città dicendo che se non fossero restituite egli «avrebbe fatto ogni estremo sforzo e provocati tutti i principi cristiani » contro i Veneziani. Vedendo che i suoi reclami rimanevano lettera morta, nel gennaio del 1504 il Pontefice pubblicò una bolla con la quale ingiungeva ai Veneziani di restituire tutti i luoghi di Romagna; ma all' ingiunzione il doge rispose che "mai si renderia dette terre, anche se dovessimo spendere fino le fondamenta delle nostre case". Una sfida dunque.

Alle minacce di scomunica, Venezia rispondeva con insolenza. Alle parole di Giulio "Io non mi rimarrò fino a che non vi abbia fatti umili, e tutti pescatori siccome foste", l'ambasciatore Pisani pare sorridesse di compassione e di rimando rispose "Vieppiù vi faremo noi, Padre Santo, un piccol chierico, se non sarete prudente".
A complicare ulteriormente le cose ai veneziani ci si mise l'imperatore Massimiliano I che accampava diritti su alcune città occupate da Venezia in terraferma, dove da un po' di tempo la Repubblica di San Marco stava allargandosi; e per le stesse ragioni anche il re di Francia che - come duca di MIlano - aspirava a Bergamo, Brescia, Cremona.

Non riuscendo ad ottenere ciò che chiedeva con pacifiche trattative, approfittò Giulio II, divenendo il promotore della nascita di una lega ai danni di Venezia. La Lega fu conclusa a Cambrai il 10 dicembre 1508. Vi aderirono i francesi, l'imperatore, il re di Spagna Ferdinando, il marchese di Mantova, i duchi di Savoia e di Ferrara ed altri principi minori.
La superba Venezia confidando nelle sue forze iniziò le ostilità con le truppe condotte da Niccolò Orsini e Bartolomeo di Alviano. I quali affrontarono il conflitto senza un vero e proprio piano di guerra, cosicchè il 14 maggio 1509 ad Agnedello avvenne lo scontro tra Francesi e i Veneziani. che ebbero la peggio, furono battuti. Ma più che una battaglia stavano perdendo una guerra; i nemici invadevano il suo territorio da tutte le parti, e tutti puntavano sulla laguna. Il pericolo era enorme per la stessa sua sopravvivenza. Ma qualche saggio salvò la Repubblica. Per prima cosa sciolse dall'obbedienza tutte le città della terraferma, così ognuna provvide alla propria difesa dall'occupazione straniera. Poi con Giulio II si dichiarò pronta (e inviò a Roma sei delegati) a restituire le città contestate. Il papa che non aspirava che a quel recupero, trattò la pace separatamente con i veneziani e in San Pietro ci fu la riconcialiazione.

La pace separata non piacque a Luigi XII, che oltre che strepitare, inalberò la bandiera della ribellione contro il pontefice; ad una assemblea di cardinali convocata prima a Orleans poi a Tours, stabilì che "il papa non ha la facoltà di far guerra a un principe straniero fuori dello Stato Pontificio; e che verificandosi il caso il principe aggredito ha facoltà di impossessarsi dei domini della Chiesa e di negare obbedienza al romano pontefice". Si ritornò insomma a proclamare i privilegi della chiesa di Francia e la nullità delle censure contro i medesimi.

Giulio non si perse d'animo. Prima fulminò con la scomunica il re di Francia e i cardinali ribelli (14 ottobre). Poi montò a cavallo e alla testa delle truppe accorse di persona contro il Bentivoglio (filofrancese), deciso a impadronirsi di Bologna. Aveva 70 anni, gli strapazzi e le fatiche incisero sul suo fisico. Si mise a letto con la febbre alta, ma nel delirio lanciava invettive contro i francesi. Quando riprese un po' di forze, un cronista bolognese narra che disse "...che non voleva più rasar la barba fino a quando aveva scalzato fora el re Ludovico de Franza dall'Italia".
Alla fine di un dicembre molto rigido, Giulio II lasciò il letto, e contro il parere dei medici, il 2 gennaio 1511 si portava all'esercito che stringeva d'assedio Mirandola in mano ai nemici.
Girolamo Lippomano, ambasciatore veneto così scrisse "Giulio II è comparso contro l'aspettazione di tutti. Da quanto pare è pienamente ristabilito: gira intorno al campo nel turbinio di neve; non teme nè vento nè pioggia, ha una tempra da gigante. Ieri dì e oggi ha nevicato senza interruzione; la neve arriva al ginocchio dei cavalli, pur tuttavia il papa sta nel campo".

Per star vicino alle truppe, si stabilì al chiostro di S. Giustina. E poco mancò l'animoso pontefice di rimanerci per sempre. Il 17 gemmaio una palla di cannone nemica cadde nel suo appartamento ferendo due suoi camerieri e mancando di poco il papa (la palla fu poi inviata come ex voto al santuario di Loreto). E quando tre giorni dopo la fortezza capitolava, nella breccia aperta delle mura, Giulio II si arrampicò su per una scala a pioli per essere tra i primi a penetrare.

Il 21 febbraio del 1513 è il giorno in cui Giulio II cessò di vivere, dopo aver compiuto l'ultimo suo atto: l'alleanza che costrinse i veneziani a unirsi a lui nella Lega Santa per lottare contro gli stranieri. Diceva Giulio II all'ambasciatore veneto Giustiniani "Noi vorressimo che li Italiani non fossero nè francesi, nè spagnoli, e che fossero tutti Italiani e loro stessero a casa sua e noi alla nostra". Fu il primo a lanciare il fatidico grido. "Fuori i barbari!". E fu lui stesso a muovere e a comandare gli eserciti contro i mercenari del trono capetingio: lui il primo ad entrare a Modena nella fortezza presidiata dai francesi, attraverso una breccia. Lui a entrare a Perugia, lui a entrare a Bologna. I francesi furono poi cacciati e dovettero abbandonare tutti i loro possessi nella penisola italiana, compresa la Lombardia, anche se Luigi XII non si era rassegnato a perdere una città dell'importanza di Milano.
Purtroppo gli eventi che portarono a cacciare i Francesi ebbero per conseguenza la loro sostituzione con altri stranieri, gli Spagnoli.
Dunque l'opera di Giulio II quando morì, non era ancora compiuta, ma ebbe la soddisfazione di vedere i "barbari" lontani dall'Italia
.

Un errore lo commise, forse di principio: credette di restaurare l'influenza religiosa del papato, rendendolo forte militarmente. Comunque fra i principi d'Italia di quel secolo Giulio II fu quello che ebbe una politica arditamente italiana. L'egemonia dello Stato Pontificio in Italia e l'egemonia dell'Italia in Europa: ecco l'ideale perseguito - ma non raggiunto - da papa Giulio II.
Si narra che gettò le chiavi di S. Pietro nel Tevere, e che serbò solo la spada di S. Paolo. E si racconta che Michelangelo quando abbozzava la statua da erigere a Bologna a Giulio II, dopo aver disegnata la mano destra del pontefice in atto di benedire, chiedeva "Ma che farà la sinistra? Porterà un libro?". E Giulio gli rispose: "A me un libro? Mi tratti da scolaro? Voglio una spada".

Liberatosi del Borgia, di Gian Paolo Baglioni, e di Giovanni Bentivoglio, dovè arrestarsi di fronte alla potenza di Venezia: come abbiamo letto aderì allora alla Lega di Cambrai affrettando così la fine dell'unico Stato italiano ancora in grado di resistere allo straniero: fu questo il suo principale errore politico. Resosi in seguito conto del pericolo rappresentato dalla Francia le si volse contro, e oltre che con la Spagna e Svizzera si unì proprio con Venezia nella Lega Santa.

Non commise invece nessun errore quando maturò la felice idea di illustrare la religione con la magnificenza delle arti. Andava dicendo "Noi reputiamo essere nostro dovere di promuovere il culto divino non solo con statuti, ma altresì col buono esempio..... Il saggio Salomone, sebbene non illuminato dalla luce del cristianesimo, non risparmiò alcun sacrificio onde edificare al Signore Iddio una casa degna di Lui". Evidentemente Giulio II non solo voleva imitare ma superare Salomone.
Basterà ricordare l'opera concepita e voluta da Giulio II: la nuova basilica di San Pietro; fu lui a collocare la prima pietra il 18 aprile dell'anno 1506; costruzione dapprima affidata al Bramante.
Una grandiosa mole materiale che desse l'immagine tangibile della grandezza della Chiesa, che Cristo aveva affidato da reggere a Pietro.

Altra scelta felice furono gli artisti chiamati da Giulio II a Roma; i più geniali architetti, pittori, scultori di tutti i tempi. Bramante concepì l'architettura di S. Pietro; Raffaello e poi Michelangelo dipinsero le Stanze e la Cappella Sistina; al secondo commise anche il suo sepolcro, che doveva consistere in un mausoleo gigantesco, coronato di statue e coperto da bassorilievi. Michelangelo non lo condusse a termine; ci resta però la statua del Mosè, che è lo sforzo più originale, più grande e più sublime della scultura cristiana. "In verità nel Mosè di Michelangelo (scrive il Pastor) è incarnato quel papa-re, che umiliava la superba Venezia, restaurava lo Stato ecclesiastico e cacciava dall'Italia i bellicosi francesi. Tutta la terribile violenza e quasi sovrumana energia del papa Della Rovere, ma insieme l'orgoglio, la fierezza e il carattere inflessibile non che il naturale oltremodo veemente e passionale dell'artista parlano da questa figura titanica".

Curiose le relazioni tra Giulio II e Michelangelo, due caratteri che giunsero a lotte violente fra loro, ma che tuttavia si comprendevano a vicenda, diventando perfino inseparabili. Ricorriamo a ciò che scrive l'inglese Addington Sjmonnds "Erano due uomini di egual calibro e dello stesso temperamento; grandiosi nei loro disegni, fieri nell'esecuzione dei loro piani, terribili nel rigore e nell'impeto del loro genio; uomini costrutti moralmente e materialmente con linee di forza e di grandezza, piuttosto che di grazia e di sottigliezza; uomini in cui niente era di volgare o di mediocre, i cui stessi difetti erano improntati di passione e di grandezza. Essi si incontrarono come nubi cariche di elettricità, piene di tempeste e di lampi, e di primo tratto s'intesero l'un l'altro".
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Il Gregorovius dà questo giudizio di Giulio II: " Sulla cattedra di S. Pietro fu uno dei più profani e antisacerdotali tra i pontefici, appunto perchè fu uno dei prìincipi più eminenti del suo tempo". Il Bellamino osserva dal canto suo che "...i pontefici avevano pur l'obbligo di difendere i propri Stati, dal momento che erano prìincipi temporali. Tanto meno poi spetta agli Italiani infamare la memoria del bellicoso pontefice, poichè nella sua politica e nelle sue imprese militari diede un raro esempio di seguire un indirizzo risolutamente nazionalista, precorrendo in tempi forse e meglio dei grandi scrittori di storia e di politica della sua epoca".
"I tempi erano tali - come dice il Burckhardt- che bisognava essere o incudine o martello, e Giulio II, per conservare il suo Stato e per restaurare la potenza della Chiesa, fece da martello".

In sintonia anche il Pastor: "All'estero, dove le cose italiane non si conoscevano da vicino, fece molto scandalo per il procedere guerresco del papa, mentre in Italia l'opera politica di Giulio II veniva quasi generalmente riguardata come indispensabile e benefica per la Chiesa e per la patria... Così Giulio II ci sta innanzi come uno dei più poderosi pontefici dopo Innocenzo III, per quanto ei non fosse un ideale di papa. La critica imparziale infatti non può negare che Giulio II, abbia secondato troppo delle tendenza esclusivamente politiche e proceduto in tutte le sue imprese con una passionatezza e interperanza punto dicevoli a un papa. Genuino, personaggio fuori affatto della comune, egli concepì il suo compito in maniera impetuosa, violenta, con una forza veramente erculea. Ma forse richiedevasi appunto un tale personaggio per diventare il salvatore del papato in un epoca di prepotenza, quale era il principio del secolo XVI" (vol. III, 712).

Morto Giulio II, i cardinali si chiusero in conclave il 4 marzo e il giorno 11 riuscì eletto GIOVANNI de' MEDICI che, col nome di LEONE X, fu incoronato papa in San Giovanni in Laterano l' 11 aprile del 1513, anniversario della battaglia di Ravenna. 
Nella scelta del Medici, uomo dotto, amante delle arti e della pace, c'era la volontà e il desiderio da cui il collegio cardinalizio era animato di dare alla Chiesa un capo che del predecessore non avesse la natura collerica e l' indole battagliera.

LEONE X - Giovanni de' Medici (1475-1521)
(Pontificato 1513-1521)

GIOVANNI nacque a a Firenze l'11 dicembre 1475 dalla nobile casata DE' MEDICI, secondogenito di Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini. Destinato dal padre alla carriera ecclesiastica fu circondato da insigni precettori, raffinati umanisti quali Calcondila, Poliziano, Ficino, Eginota, Bibiena, crescendo in mezzo al fasto della casata medicea, che gli ispirò l'amore per il lusso e le prodigalità e quella passione per tutte le arti, che tanto distinsero il suo pontificato. Ottenne fin dalla fanciullezza cospicui benefici: nomina ad abate di Montecassino e di Morimondo, nomina a Protonotaio Apostolico a soli sette anni, nomina cardinalizia da parte di Innocenzo VIII avvenuta a soli tredici anni, con l'obbligo però di assumere le insegne soltanto dopo tre anni. Studiò per un triennio diritto canonico a Pisa, dove ebbe come compagno Cesare Borgia.

Nel 1492, una volta preso pubblicamente il cappello cardinalizio si trasferì a Roma, ma si trovava a Firenze quando, nel 1494, ebbe luogo la caduta dei Medici e fu proclamata la Repubblica. Allora per alcuni anni Giovanni prese a girare, trovando asilo dapprima alla corte urbinate di Guidubaldo di Montefeltro ed Elisabetta d'Este Gonzaga insieme al fratello minore Giuliano e al cugino Giulio (il futuro Clemente VII), poi viaggiò nei Paesi Bassi, in Germania e in Francia, dove conobbe molti uomini illustri ma dove venne anche arrestato, a Rouen, e quindi espluso. Ritornò a Roma nel 1500 e qui prese alloggio nel palazzo di san Eustachio, attuale palazzo Madama, residenza dei Medici in città, facendo vita mondana e dedicandosi agli studi umanistici, al teatro contemporaneo (nell'autunno del 1514 farà rappresentare nelle sue stanze la commedia Calandria del cardinale Bernardo Dovizi, il Bibiena), al collezionismo di antichità e al mecenatismo artistico (tra i pittori da lui ricercati e protetti figura l'ammiratissimo Raffaello, cui commissionò svariati lavori).

Nel 1511 ricevette da Giulio II l'incarico di Legato per la Romagna; l'11 aprile 1512 assistette alla battaglia di Ravenna dove venne catturato e fatto prigioniero dai francesi vincitori. Condotto a Milano riuscì tuttavia a fuggire prima di essere trasferito in Francia. Grazie al contributo dell'esercito ispano-pontificio riuscì a ristabilire la signoria medicea a Firenze (1512-1513) che governò insieme al fratello Giuliano.

Morto Giulio II (21 febbraio 1513), nel conclave che si aprì, abile fu il lavorio del segretario privato del cardinale de' Medici, Bernardo Dovizi il Bibiena, che riuscì a rendere bene accetta ai cardinali la presenza di un Medici sul trono pontificio, considerato anche esponente di una tendenza conciliatrice dopo il turbinoso pontificato di Giulio II; e considerata anche la salute malferma del seppur giovane candidato, che perfino in sede di conclave dovette stare a letto e subire degli interventi chirurgici, e che non lasciava intravedere un lungo periodo di governo. Il cardinale de' Medici fu eletto al soglio pontificio il 9 marzo 1513, scegliendo di chiamarsi LEONE X. Aveva appena trentotto anni. La sua incoronazione si fece attendere una decina di giorni, il tempo occorrente per poter ordinare il neoeletto sacerdote e vescovo.

Fin dai primi atti del suo governo mostrò di non possedere lo spirito battagliero del suo predecessore. Per la situazione caotica in cui versava l'Italia con i vari conflitti, Leone X cercò di condurre una politica meno belligerante, con un'azione di mediazione diplomatica, dal perdono concesso ai cardinali che avevano organizzato il "Conciliabolo" di Pisa, alla riconciliazione ufficiale con Pompeo Colonna, che aveva tentato di aizzare il popolo in un folle tentativo di instaurare una repubblica, e alla buona opera di mediazione compiuta a Firenze, nella scoperta della congiura di Boscoli e Capponi contro i Medici, per salvare la vita di Machiavelli. Non fu nemmeno costante nella posizione politica europea: da antifrancese a filofrancese, e infine, a filoimperiale, navigò nella doppiezza, ma fondamentalmente ebbe a cuore la sua famiglia: creò cardinale il cugino Giulio, futuro Clemente VII, e il nipote Innocenzo Cibo.

Purtroppo in vari punti della penisola si erano accese varie dispute: Francia e Spagna erano decise a ignorare ogni compromesso, e tanto meno a rinunciare alla loro ambizione; i veneziani avevano stipulato un'alleanza con i francesi il 23 marzo 1513 a Blois. L'intenzione era quella di sferrare un attacco agli svizzeri che controllavano il ducato di Milano. L' attacco avvenne e si concluse con la battaglia di Melegnano (1515) e la riconquista francese del ducato; il papa rimase a guardare, anche quando Francesco I si impossessò di Parma e Piacenza già assegnati allo Stato Pontificio tre anni prima. Lo lasciò fare, per avviare poi trattative segrete al fine di ricomporre tutti i contrasti esistenti a Bologna, dove furono gettate le basi di un concordato che regolasse definitivamente la questione religiosa in Francia.

Gli accordi si chiusero con un Trattato di pace firmato a Viterbo il 13 ottobre 1515, con cui il pontefice cedette Parma e Piacenza e il sovrano si obbligò a garantire l'autorità dei Medici a Firenze. Mentre il 18 agosto 1516 venne stipulato un Concordato che conteneva la soppressione (finalmente!) della Pragmatica Sanzione di Bourges del 1438, ma in compenso la curia papale dovette fare sacrifici grandissimi: il re di Francia ricevette il diritto di nomina per tutti vescovadi (93, fra cui 10 arcivescovadi), le abbazie (527) e i priorati del suo regno; al papa rimase solo il diritto immediato di collazione per un numero ristretto di casi e la facoltà di confermare i candidati alle sedi vescovili, da nominarsi entro sei mesi dalla vacanza. Questa sistemazione ebbe il buon effetto si stroncare le tendenze scismatiche della nazione francese e di riannodare più strettamente il paese alla Santa Sede fino alla Rivoluzione.

Nello stesso giorno Leone X dava l'investitura del ducato d' Urbino al nipote Lorenzo, figlio del fratello Piero de' Medici, che il 30 maggio di quell'anno, alla testa delle truppe pontificie e fiorentine era entrato a Urbino da dove poco prima era fuggito, riparando a Mantova.

Sempre nel 1517 la vita del pontefice corse serio pericolo per una congiura ordita all'interno del Sacro Collegio ad opera del cardinale Alfonso PETRUCCI, figlio di quel Pandolfo, signore di Siena, da alcuni sospettato di aver eliminato Pio III; era morto anche lui, lasciando il potere all'altro suo figlio, Borghese, ma Leone X nel 1516 lo aveva scacciato da Siena affidandone la signoria ad un altro Petrucci, Raffaello, vescovo di Grosseto, che aveva in vantaggio di essere amico del pontefice. Accecato dall'odio e assetato di vendetta, il cardinale Petrucci avrebbe voluto assassinare Leone X, ma resosi conto che la stretta sorveglianza da cui era circondato il papa non avrebbe consentito di attuare il progetto, decise di ricorrere al veleno. Corruppe il medico del pontefice, Pietro Vercelli, e lo indusse ad avvelenare la medicatura che era solito dare ad una fistola a cui Leone X soffriva da tempo. Ma una lettera diretta al suo segretario Antonio de Nini venne intercettata e la congiura fu scoperta. Il cardinale Petrucci arrestato e processato, fu fatto strangolare in castel sant'Angelo il 6 luglio; il de Nini e il Vercelli subirono sorte peggiore.

Nel processo risultarono coinvolti ben quattro cardinali: il Riario, decano del Sacro Collegio, il Sauli, il Volterrano e il Castellanese. Furono tutti deposti e riuscirono ad evitare il carcere solo dietro pagamento di forti somme di denaro. Il Riario perse anche il suo palazzo, che fu da allora assegnato a sede della Cancelleria. Leone X, accortosi che tredici cardinali che componevano il Sacro Collegio gli davano così preoccupanti prove di inimicizia, per circondarsi di persone devote, nominò in una sola volta trentuno nuovi cardinali, fatto che non si era mai verificato prima. In ogni caso quelle condanne a morte cancellarono di colpo i precedenti atti di magnanimità e perdono del pontefice e tanto più le grazie concesse sub condicione ai quattro cardinali furono fortemente criticate in Italia e Germania.
Durante il pontificato di Leone X si ebbe l'elezione del nuono imperatore, successore del defunto Massimiliano I d'Asburgo. I principi elettori elessero a Francoforte il 28 giugno 1519, l'appena ventenne CARLO V di Spagna, figlio di Filippo d'Asburgo e Giovanna di Castiglia, incoronato ad Aquisgrana nell'ottobre 1520. Il giovane imperatore era riuscito a far convergere su di lui i voti appoggiandosi alla potente banca dei Fugger (850.000 fiorini di prestiti promessi!), che si ripagò il favore imperiale con vasti possedimenti, grazie alla quale era riuscito a 'convincere' gli elettori. Il giovane imperatore era così venuto a trovarsi improvvisamente nella posizione di sovrano più potente d'Europa: un complesso blocco eterogeneo frutto di quattro eredità distinte, con una costellazione di principati e città libere; un agglomerato di repubbliche mercantili e urbane e di signorie feudali, spesso travagliate da lotte intestine; la Castiglia e le conquiste castigliane, nell'Africa settentrionale, nell'area caraibica e nell'America centrale; l'Aragona e i domini aragonesi d'oltremare e cioè Napoli, la Sicilia e la Sardegna.

Insomma stava iniziando l'avventura storica, politica e umana del monarca spagnolo che costruì un impero "sul quale non tramontava mai il sole". Leone X si convinse a dare il suo appoggiò quando si rese conto che Carlo V poteva costituire un ottimo appoggio per un tentativo di unificazione politico-religiosa dell'Europa.
Qualche tentativo di riforma e unificazione fu avviato con la conclusione del Concilio Lateranense V, aperto da Giulio II nel maggio 1512, e che si era protratto per parecchio tempo anche con Leone X. Nella sessione VIII (dicembre 1513) era stata condannata la dottrina della duplice verità in filosofia e teologia e nella sessione XI (dicembre 1516) con la bolla 'Pastor aeternus' veniva rigettata la Pragmatica Sanzione di Bourges (vedi sopra) e la teoria conciliarista, con la dichiarazione solenne che al romano pontefice spetta una giurisdizione plenaria sopra tutti i concili, la loro convocazione, il loro trasferimento e scioglimento.

Circa la questione specifica della riforma, furono emanate alcune buone disposizioni riguardanti la nomina ai benefici ecclesiastici, la condotta del clero e dei laici, l'esenzione, le tasse curiali, i diritti dei religiosi rispetto all'esercizio della cura d'anime, ecc.; ma nel loro complesso erano norme troppo superficiali e blande, come dimostrarono le clausole restrittive aggiunte. Ma il vero problema era la mancanza di una ferma volontà pontificia di una energica attività riformatrice.

Quello della politica religiosa è del resto un capitolo estremamente controverso del pontificato leonino. L'esaurimento delle già compromesse finanze papali (il mantenimento della corte leonina costava ben 100.000 ducati annui), la necessità di reperire i fondi per l'immenso cantiere di san Pietro, dove i lavori per l'erigenda basilica procedevano sempre piu a rilento, costrinsero il papa a un sensibile aggravio delle imposte, che aveva già causato il complotto del Petrucci (vedi sopra). A ciò si assommava l'esigenza di fronteggiare il pericolo turco, che ormai spadroneggiava con numerose scorribande per tutto il Mediterraneo. Inoltre, le costanti richieste di interventi di riforma, specie nel nord Europa, dove la situazione religiosa e politica era ormai in rapidissima evoluzione, convinsero Leone X a concedere, come già prima di lui i suoi predecessori, un'indulgenza plenaria da divulgarsi in tutta la cristianità.

L'indulgenza era (ed è) un condono delle pene che il credente dovrebbe scontare nel Purgatorio e in vita, che il papa concede a quei fedeli, sinceramente pentiti, disposti a compiere particolari penitenze (pellegrinaggi, elemosine, opere meritorie). Lo "sconto" offerto da questi certificati d'indulgenza era proporzionato all'importo del denaro versato. Quale commissiario dell'indulgenza per grande parte della Germania il papa nel 1515 nominò il giovane principe di Hohenzollern Alberto di Brandeburgo. I redditi ricavati dall'indulgenza dovevano venire devoluti per la metà alla fabbrica di san Pietro; l'altra metà veniva rilasciata all'arcivescovo, per dargli modo di pagare le gravi tasse dovute alla curia papale per la conferma della sua elezione e per la cumulazione di tre vescovadi (14.000 e 10.000 ducati), più esattamente per estinguere il debito di 29.000 fiorini contratto a tale scopo presso i banchieri Fugger di Augusta.

Ma fu proprio in Germania che si ebbero particolari abusi e scandali. Addirittura il predicatore domenicano Johann TETZEL giunse ad affermare che ad ottenere l'indulgenza per i defunti bastava la sola offerta dell'elemosina ("...appena il tintinnio della monetina tocca il fondo della cassetta delle offerte..."), anche senza lo stato di grazia. Chi, pagando una certa somma, riusciva ad entrare in possesso del documento scritto (i vivi direttamente, i morti tramite i parenti ancora in vita), poteva ottenere uno sconto sulla pena (per i vivi anche sulle pene future!), a prescindere naturalmente dalla fede personale di chi lo acquistava o di chi ne beneficiava. In tal modo i benestanti potevano facilmente mettersi la coscienza a posto. Addiritture era stato creato un tariffario (la 'taxa camarae', composta di 35 articoli), che catalogava le colpe in base alla gravità; in questo modo tutti i crimini, anche i più orrendi, potevano essere perdonati in cambio di denaro. Ne riportiamo alcuni articoli più significativi: "[...] I sacerdoti che volessero vivere in concubinato con i loro parenti, pagheranno 76 libbre, 1 soldo. [...] La donna adultera che chieda l'assoluzione per restare libera da ogni processo e avere ampie dispense per proseguire i propri i rapporti illeciti, pagherà al Papa 87 libbre, 3 soldi. [...] Il vescovo o abate che commettesse omicidio per imboscata, incidente o per necessità, pagherà, per raggiungere l'assoluzione, 179 libbre, 14 soldi. Colui che in anticipo volesse comperare l'assoluzione di ogni omicidio incidentale che potesse perpetrare in futuro, pagherà 168 libbre, 15 soldi. [...] Il frate che per migliore convenienza o gusto volesse passare la vita in un eremo con una donna, consegnerà al tesoro pontificio 45 libbre, 19 soldi. [...] I laici contraffatti o deformi che vogliano ricevere ordini sacri e possedere benefici, pagheranno alla cancelleria apostolica 58 libbre, 2 soldi. Uguale somma pagherà il guercio dell'occhio destro, mentre il guercio dell'occhio sinistro pagherà al Papa 10 libbre, 7 soldi. Gli strabici pagheranno 45 libbre, 3 soldi. Gli eunuchi che volessero entrare negli ordini, pagheranno la quantità di 310 libbre, 15 soldi [...]".

Come si può vedere la Chiesa cattolica aveva raggiunto l'apice massimo in fatto di corruzione. Tra il malcontento generale si levò una voce, quella del monaco agostiniano tedesco MARTIN LUTHER
 

(latinizzato in Lutero), nel cui sistema teologico (ricordiamo il voto di farsi monaco, l'esperienza della Torre, il suo commento alla Lettera ai Romani) ormai non c'era più posto per l'indulgenza. Il 31 ottobre 1517 questi affisse, secondo l'uso accademico, all'ingresso della chiesa del castello e dell'università di Wittenberg 95 tesi formulate in latino, sul valore e l'efficiacia delle indulgenze (Disputatio circularis pro declaratione virtutis indulgentiarum ) e altri problemi connessi. Queste tesi ebbero una risonanza enorme, in poche settimane si diffusero in tutta la Germania: molti speravano che dal suo intervento provenisse la spinta decisiva per una vera riforma della Chiesa.

Ma il suo scritto non fece altro che suscitare polemica: Tetzel contrappose alle tesi luterane delle tesi contrarie, il celebre teologo cattolico Eck lo accusò di sostenere le stesse tesi di Jan Hus, vale a dire la negazione dell'autorità del papa e dei concili. Frattanto la curia romana aveva cercato di ricondurre l'agostiniano alla retta dottrina per mezzo dei superiori del suo ordine ma invano; poi nel luglio del 1518, Leone decise di convocare il monaco a Roma, dove quest'ultimo confermò nuovamente le proprie posizioni; il mese successivo risolse ancora di farlo convocare, in Germania, dal cardinale Caietano, suo inviato alla dieta imperiale di Augusta, e di farlo incarcerare e mandare a Roma se avesse perseverato nella sua linea; se invece fosse stato contumace, di scomunicarlo.

Accolse quindi fiduciosamente le generiche promesse di sottomissione del monaco e attese fino al 1° giugno 1520 prima di condannare i punti fondamentali della sua dottrina (bolla Exsurge Domine). A sua volta il 10 dicembre il teologo ribelle di Wittenberg, bruciò in pubblico platealmente la bolla papale.

Leone rispose il 3 gennaio 1521 con la scomunica (bolla Decet Romanum ponteficem). Si stava prospettando la rottura definitiva fra il papato e il monaco. Ma quando arrivò la promulgazione dell'editto imperiale di Worms (25 maggio 1521),

con cui Carlo V poneva Lutero al bando dall'impero e ordinava la distruzione dei suoi scritti, il mondo germanico e del nord Europa aveva già avviato il distacco dalla Chiesa cattolica di Roma, e il monaco tedesco aveva già trovato ospitalità presso il principe elettore Federico di Sassonia.

Ricordando questi avvenimenti, appare chiaro come Leone X si sia mostrato inadatto alla situazione enorme che si era trovato a fronteggiare ed è azzeccata l'affermazione del Seppelt secondo cui egli «fu per la Chiesa una indicibile sfortuna e una fatalità che sulla cattedra di Pietro sedesse lui. Quando la catastrofe incombeva, egli non si rese conto della sua gravità e non fece nulla per allontanarla, perchè il suo buon senso si dissolveva in frivolezze e in politici intrighi».

Se la politica religiosa fu un vero disastro, nel corso dei nove anni di pontificato di Leone X fu tanto lo splendore a cui salirono le arti e le lettere italiane, da essere uno dei maggiori papati più prolifici che la storia ricordi. Ciò che valse a rendere illustre questo papa e a farlo annoverare fra i grandi italiani, fu l'aver riunito intorno a sè e l'avere incoraggiato e protetto i maggiori ingegni dell'epoca. Basti accennare a Michelangelo, Raffaello, Bembo, Sadoleto, Sannazzaro, Castiglione, Guicciardini, Erasmo, Giuliano e Antonio da Sangallo, Sansovino, Peruzzi, Romano ; piu freddo verso l'Ariosto, ostile verso il Machiavelli.
Leone X arricchì la Biblioteca Vaticana, restaurò e ampliò la Biblioteca già voluta dal padre (e detta appunto Laurenziana) dopo i saccheggi compiuti dai seguaci di Savonarola: compito, questo, che avrebbe portato a termine il cugino Clemente VII affidando i lavori a Michelangelo. A quest'ultimo commissionò la facciata di san Lorenzo a Firenze. Affidò a Raffaello la decorazione delle Logge del Vaticano. Mandò dovunque dotti esploratori alla ricerca di preziose antichità, acquistò manoscritti latini che erano all'estero, contribuì allo sviluppo e alla diffusione della stampa, protesse e favori la stamperia del Muzio. Istituì scuole e università che divennero famose per gli uomini che vi pose a insegnare.
Creò un collegio per gli studi greci sotto la direzione di Giano Lascaris. Favorì gli studi di arabo ed ebraico ed ebbe come segretari ai Brevi umanisti quali Pietro Bembo, Jacopo Sadoleto e Angelo Colocci (che fu anche segretario apostolico). Bembo (a Roma dal 1512 al 1519) raccolse poi epistole e brevi papali, esempi del suo gusto ciceroniano, negli 'Epistolarum Petri Bembi Cardinalis et Patricii Veneti, nomine Leonis X Pontificis Maximi scriptarum libri XVI'; Colocci fece della sua villa romana (detta anche Horti Colotiani) un importante luogo di elaborazione e diffusione dell'umanesimo romano dopo l'esperienza dell'Accademia romana di Pomponio Leto.

Su sollecitazione di Leone X Jacopo Sannazaro attese all'edizione del poemetto cristiano, lungamente elaborato, 'De partu Virginis' e Marco Girolamo Vida diede inizio alla 'Christias', un poema sulla vita e la passione di Cristo, che completò tuttavia soltanto nel 1527, sotto il pontificato di Clemente VII. In questa vera e propria "età dell’oro" delle arti, giunge a maturazione quel linguaggio antichizzante e classicista su cui si erano esercitati gli umanisti quattrocenteschi, e che comincia davvero ad affermarsi come strumento di comunicazione universale.

Non da meno la passione architettonica. Raffaello progettò Palazzo Branconio dall’Aquila e poi Palazzo Vidoni-Caffarelli; Antonio da Sangallo elaborò, in Palazzo Baldassini, nuove proposte tipologiche di derivazione antiquaria che poi troveranno applicazione anche al momento della costruzione di Palazzo Farnese in via Giulia, mentre in Palazzo Alberini-Cacciaporci e in Palazzo Maccarani Giulio Romano mise a punto ulteriori varianti tipologiche dello stesso segno. Baldassarre Peruzzi realizzò la residenza suburbana di Agostino Chigi alla Lungara (la Farnesina) che può ben dirsi il luogo dove, grazie anche al determinante appoggio decorativo di Raffaello, forse più che altrove si raggiunge quell’auspicata 'unione delle arti' che ne fa ancor oggi uno degli edifici più rappresentativi e ben conservati dell’epoca.

Tutta la città si rinnovò su iniziativa di molteplici promotori. In questo contesto il ruolo propulsivo di Leone X è centrale e determinante. Grazie al suo mecenatismo possono prendere il largo operazioni urbane raffinatissime e svilupparsi progetti di svariata natura. La sua passione antiquaria, inoltre, lo porterà a cercare di prendere provvedimenti anche in materia di conservazione del patrimonio monumentale antico, minacciato dalle attività edilizie più disparate. In tal senso risulta fondamentale la nomina di Raffaello a sovrintendente dei 'magistri viarum', con mansioni d’ispettore generale del patrimonio artistico. Raffaello svolse per il papa anche il ruolo di architetto della Fabbrica di san Pietro, proponendo per la chiesa un progetto a pianta longitudinale che risentiva di stilemi bramanteschi ed elaborando un’idea di nuova piazza rettangolare dominata al centro dalla presenza di un alto obelisco (1514).

Per il cardinale Giulio de’ Medici l’urbinate progettò inoltre la Villa Madama a Monte Mario, realizzata solo in parte, che venne esemplata dichiaratamente sul modello della villa pliniana di Tusci e rappresenta una delle più complesse opere architettoniche realizzate attingendo elementi compositivi derivati dal vocabolario progettuale dell’antichità. La presenza di Antonio da Sangallo in qualità di assistente di Raffaello in questi due ultimi cantieri ricorda l’alta considerazione che di lui ebbe il papa, il quale lo impiegò anche in progetti più direttamente legati alla sua persona, come nel caso della complessa opera di riprogettazione di piazza Navona e adiacenze, per dare forma a una vera e propria 'cittadella medicea' nell’area più rappresentativa dell’antico Campo Marzio. Nelle intenzioni del pontefice, infatti, l’area tra il Pantheon e piazza Navona avrebbe dovuto accogliere un’enorme residenza papale (dapprima progettata da Giuliano da Sangallo nel 1513 e poi da Antonio da Sangallo), oltre ad altre funzioni direzionali. La facciata del palazzo si sarebbe proiettata sulla piazza, che veniva così a essere a sua volta l’emanazione fisica del potere papale e principesco dei Medici. Se questo progetto urbanistico sfumò, altri non meno importanti vennero realizzati. Leone X si rivolse alla zona più orientale della città, verso la porta del Popolo. L’obiettivo era quello di mettere in collegamento la zona medicea di piazza Navona con quella che era la porta urbana più frequentata dell’epoca, nell’idea di rifunzionalizzarla in pieno.

Nel 1517 venne aperta la via di Ripetta, denominata anche Leonina, che costeggia il Tevere fino alla porta. La fama di Leone X si diffuse ovunque e il fatto che il suo pontificato coincise con l'apogeo del Rinascimento hanno spinto alcuni storici e letterati a chiamare quel periodo col nome di 'papa Medici'.

Dopo aver da poco elevato Carlo V a difensore della fede cattolica contro il luteranesimo dilagante, una volta aver rivisto ritornare Milano nelle mani degli Sforza, assicurate allo Stato Pontificio Parma e Piacenza, per la quale a Roma già si preparavano grandi avvenimento, Leone X morì improvvisamente, il 1° dicembre 1521. La sua improvvisa scomparsa, a soli 46 anni, dopo appena otto di pontificato, fece circolare la voce che fosse stato avvelenato; per questo fu arrestato il suo coppiere, Bernabò Malaspina. Il maestro delle cerimonie di corte, Paride de Grassis insistette presso i medici per l'autopsia, ma non se ne fece nulla e tutto fu messo a tacere. La voce che parlò invece, come sempre, fu quella di Pasquino, che tra sarcasmo e maldicenza così salutava il papa mediceo:

Gli ultimi istanti per Leon venuti,
egli non poté avere i sacramenti.
Perdio, li avea venduti!

Di certo la continua ebbrezza intellettuale e materiale (non sono poche le testimonianze intorno ad una sua presunta omosessualità) in cui visse questo papa fece coincidere la sua volontà di vita con la voglia di vivere del suo tempo. Il suo desiderio di godere la vita e di evitare grandi responsabilita gli fece tollerare scandali di prelati e cortigiani, lo indusse a creare cardinali indegni, per brama di appoggi e ricchezze, senza rendersi conto che ormai l'unità cristiana dell'Europa era definitivamente compromessa. Floscio e obeso come lo dipinge Sebastiano da Piombo, ci appare idealizzato in una placida signorilità nel celeberrimo ritratto di Raffaello (oggi ammirabile nella Galleria di Palazzo Pitti a Firenze). Sepolto momentaneamente in san Pietro, fu poi trasferito nel suo mausoleo, disegnato dal Sangallo, in santa Maria sopra Minerva.

ADRIANO VI - Adriaan Florensz Dedel (1459-1523)
(papato 1522-1523)

ADRIAAN FLORENSZ Dedel, nacque a Utrecht in Olanda il 2 marzo 1459. Nonostante le umili origini fu teologo, professore e rettore dell'università di Lovanio dove ebbe come allievo Erasmo da Rotterdam. Fu scelto dall'imperatore Massimiliano come precettore del nipote Carlo, futuro imperatore, fino al 1515, riuscendo ad infondere una forte religiosità sul giovane. Questo tipo di formazione profondamente meditativa e contemplativa unita al carattere già profondamente introverso del suo protetto, diede vita ad una personalità di ottimo spessore culturale, intrisa di un fervente cattolicesimo, quasi mistico, che portavano il futuro sovrano, in casi di particolare difficoltà, anche a lunghi periodi di abbandono eremitico e di preghiera.

La protezione imperiale gli facilitò la carriera: vescovo di Tortosa e Inquisitore di Aragona e Navarra in Ispagna nel 1516; nominato da Leone X cardinale-presbitero del titolo dei santi Giovanni e Paolo nel 1517; Governatore generale della Spagna nel 1520.

Il conclave apertosi alla morte di Leone X era dominato da due correnti: quella filo-imperiale e quella filo-francese; non mancavano, però, rappresentanti di Enrico VIII, quale il cardinale Volsey. Il favorito sembrava fosse Giulio de' Medici (futuro Clemente VII). Dopo lunghe discussioni i suffragi furono dati al fiammingo Adriano di Utrecht, eletto il 9 gennaio 1522, malgrado la nazionalità straniera e le umili origini. Pochissimi a Roma lo conoscevano e ci volle poco a capire che la scelta di un tal cardinale si doveva alla preponderanza del partito di Cesare. Quando ricevette la notizia della sua elezione Adriano si trovava a Vittoria, città spagnola; accettò esclusivamente in obbedienza a Dio, cosciente della grave responsabilità a cui era stato chiamato.

Assunto il nome di ADRIANO VI, chiamato dall'Aretino 'la tedesca tigna', si preparò a partire, ma soltanto nell'agosto del 1522 riuscì a giungere in Italia, dopo aver rifiutato gli inviti di Enrico VIII, Francesco I e Carlo V che lo pregavano di recarsi presso le rispettive corti. Durante la sua assenza il governo fu tenuto da tre cardinali scelti a sorte ogni mese. Una volta entrato in Roma, venuto a conoscenza che si stava per costruire un arco trionfale in suo onore, che sarebbe costato cinquecento ducati, ordinò che fossero subito sospesi i lavori.

Con l'ascesa al trono pontificio di Adriano VI si passò dal fiorente mecenatismo e dalla mondanità della corte di Leone X all'austerità di questo monaco fiammingo che improntò la sua missione apostolica a rigore e severità. In un messaggio affidato ad un suo Legato, Francesco Chieregati, alla Dieta di Norimberga del 25 novembre 1522 riconobbe apertamente "gli abomini, gli abusi e le prevaricazioni della corte romana; [...] malattia profondamente radicata, sviluppata ed estesa dal capo ai membri". Il tentativo di riforma intera incontrò le resistenze venali di una curia corrotta e ostile; per questo invitò a Roma Gian Pietro Carafa (futuro Paolo IV), per affidargli la riforma dei costumi e della disciplina del clero. Agli ecclesiastici che reclamavano perchè venivano privati di tanti emolumenti era solito ripetere: " Il papa deve ornar le chiese con i prelati e non i prelati con le chiese".

Tentò anche di arrestare, in Germania, i progressi di Lutero, invitando i principi tedeschi all'unità, rispettando la messa al bando dall'impero di Lutero. Ma a causa dell'ostilità largamente diffusa contro Roma, il suo appello incontrò una ben scarsa eco. Lutero potè continuare senza interruzione i suoi attacchi violenti contro la Chiesa; libelli come il "Monaco vitello" e il "Papa asino" uscirono in quel tempo dalla sua penna.

Si rese fautore di un'intesa tra il cattolico Impero, con Carlo V, e la cattolica Francia, con Francesco I, unendo le forze in una spedizione contro il pericolo turco: Rodi era caduta in mano musulmana il 25 dicembre 1522. Ma suo malincuore dovette aderire alla lega imperiale contro i francesi quando si accorse che Francesco I simpatizzava per gli ottomani e si preparava ad impadronirsi del Regno di Napoli.

Interessantissima una sua affermazione, tratta da un suo Commentario, sull'infallibilità papale: "Se per Chiesa romana si intende il suo capo o pontefice, è indiscutibile che egli possa errare anche su argomenti concernenti la fede. Lo fa quando predica l'eresia nei propri giudizi o nelle proprie decretali. In verità molti pontefici romani furono eretici, e l'ultimo di essi fu papa Giovanni XXII".

Nonostante la vasta impresa di riforma intrapresa, Adriano VI, forse perchè non amante delle arti e delle lettere (scrive il Negri: "dubito molto che un dì non faccia quello che dice aver fatto già san Gregorio, e che di tutte queste statue, viva grandezza e gloria romana, non faccia calce per la fabbrica di san Pietro!"), benchè assai caritatevole, non fu per nulla amato dai romani, abituati a spensierate baldorie di feste paganeggianti: quell'integrità morale non suonava affatto bene. L'insofferenza dei romani fu evidenziata dalla voce poetica del Berni che si scagliò contro il papa con versi pieni di sarcasmi e vituperi, talvolta pungenti, spesso semplicemente calunniosi. Nel 1523 Adriano VI allontanò da Roma il poeta per uno scandalo legato ad un amore omosessuale e, forse, anche per aver composto delle rime contro il papa.

Ma la voce più grossa, come sempre in questi casi, fu il Pasquino, portavoce ufficioso di sentimenti e risentimenti di nobili e non. E gli insulti sulle carte, affisse nottetempo al torso di Parione, si moltiplicarono al tal punto che Adriano pensò di liberarsene gettandolo nel Tevere. Fu dissuaso dal duca di Sessa che "con ingegno civile e arguto, disse che ciò non si doveva fare, soggiungendo che Pasquino, ancora nel più basso fondo del fiume, a uso delle rane, non avrebbe taciuto"!.

In questo clima ingiustificato di malcontento generale, Adriano VI improvvisamente si ammalò e morì (secondo alcuni storici a causa della sua smodata passione per la birra) il 14 settembre 1523, dopo neanche due anni di regno. La sua morte fu salutata come una festa; alla porta del medico personale, Giovanni Antracino, fu apposta l'iscrizione 'Liberator Patriae S.P.Q.R.' (al Liberatore della Patria, il Senato e il Popolo Romano). Cardinali, curiali, cortigiane, buffoni e parassiti si unirono all'assurda euforia dei romani, fiduciosi di riguadagnare terreno con il nuovo papa. La Roma gaudente non aveva compreso a fondo questo pontefice che aveva gettato, forse troppo precocemente, forse in maniera esageratamente austera, i semi della futura Riforma cattolica.

Fu sepolto provvisoriamente in san Pietro tra Pio II e Pio III; la 'pasquinata' non tardò ad arrivare: "Hic jacet impius inter Pios", 'Qui giace un non pio tra i Pii". Una semplice ma amara iscrizione, che ebbe comunque una degna e nobile risposta nell'epitaffio che egli stesso preparò per il suo sepolcro: "Adrianus VI hic situs est, qui nihil sibi infelicius in vita quam quod imperare ", 'Qui giace Adriano VI, che ebbe la maggiore delle sventure, quella di regnare'.
A farla incidere fu l'unico fedele amico su cui potè contare anche da morto, il cardinale Wilhelm Enkenvoert, che provvide nell'agosto del 1533 a far traslare le sue spoglie in un grandioso mausoleo, opera dello scultore Niccolò Pericoli il Tribolo, nella chiesa dei tedeschi in Roma, santa Maria dell'Anima. Adriano VI fu l'ultimo papa non italiano prima dell'attuale Giovanni Paolo II.

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