
CALLISTO III,
Alonso de Borja, spagnolo
(pontificato 1455-1458)
PIO II, Enea Silvio Piccolomini,
di Siena
(pontificato 1458-1464)
PAOLO II, Pietro Barbo, di Venezia
(pontificato 1464-1471)
SISTO IV, Francesco della Rovere,
di Savona
(pontificato 1471-1484)
INNOCENZO VIII, G. B. Cibo,
genovese
(pontificato 1484-1492)

ALESSANDRO VI,
Rodrigo de Borja, spagnolo
(pontificato 1492-1503)
PIO III,
Francesco Todeschini-Piccolomini, di Siena
(pontificato
1503 - nemmeno un mese)
Alla
notizia della morte del Borgia (Alessandro
VI), il popolo romano si abbandonò in
manifestazione di gioia. Era del resto stato
il suo pontificato uno dei periodi più
tristi della storia della Chiesa, un'età di
corruzione e di nepotismo, di crisi
dell'autorità spirituale e temporale del
Papa.
Diffusasi la notizia della sua morte, a Roma
erano precipitosamente rientrati gli Orsini
e i Colonna, nel tentativo di riprendere il
loro antico prestigio. E nel farlo qualche
tumulto lo incitarono ma senza particolari
conseguenze.
Il figlio del papa morto, Cesare (il
Valentino) era ancora a letto con la stessa
febbre perniciosa che aveva condotto alla
tomba il padre; tuttavia, aveva inviato i
suoi scagnozzi in Laterano, e aveva già
provveduto a mettere le mani sul tesoro
pontificio, due casse di monete d'oro, oltre
una discreta quantità di oggetti di valore.
Inoltre sempre con i suoi soldati teneva
sotto controllo la situazione, soprattutto
in Vaticano, dove doveva avvenire la nuova
elezione e dove ovviamente mirava a influire
sul suo andamento o meglio a dominare le
sorti del conclave.
Il collegio cardinalizio temendo proprio un
colpo di mano del Valentino per eliminare
questo pericolo venne subito a patti con
lui, assicurandogli un salvacondotto di tre
giorni nello Stato Pontificio, garantendogli
i suoi possedimenti in Romagna e il titolo
di gonfaloniere della Chiesa. Non lo
volevano però nel conclave, e nemmeno a
Roma. Cesare - che malato com'era non era di
certo nelle condizioni di fare diversamente
- accettò di lasciare Roma entro tre giorni,
e malandato com'era andò a proseguire la
convalescenza a Nemi.
Il 16 settembre 1503, si riunì il conclave
formato da 38 cardinali; una buona parte
erano Spagnoli, l'altra composta da
Francesi. I primi erano legati ai Borgia, i
secondi in contrasto proprio con gli
Spagnoli, per il fatto che da qualche tempo
stavano litigando per la spartizione del
Regno di Napoli , che insieme avevano
strappato agli Aragonesi. Gli italiani erano
pochi, inoltre non contavano nulla, anche se
- guidati dall'abile Giuliano Della Rovere-
erano loro l'ago della bilancia.
Nessuno dei due gruppi - com'era di norma
per l'elezione di un nuovo pontefice -
poteva raccogliere i due terzi di voti; fu
quindi allora accettata la proposta italiana
di una candidatura di transizione in attesa
del maturare degli eventi.
Il 22 settembre i voti andarono a un anziano
e devoto cardinale di Siena, che non era mai
stato impegnato politicamente e questo ne
aveva facilitato la scelta, però era con il
piede già nella fossa, perchè da tempo
sofferente di gotta; il prescelto era
Francesco Todeschi Piccolomini, nato a Siena
il 9 maggio 1439, figlio di una sorella di
Pio II, ed infatti dopo essere stato eletto
papa prese il nome di Pio III.
Fu consacrato nella basilica di S. Pietro
dal cardinale Riario l'8 ottobre, ma
soffriva di così gravi disturbi ed era così
malandato che - com'era costume - non andò
nemmeno a prendere possesso della basilica
di S. Giovanni in Laterano.
Giuliano Della Rovere che capeggiava il
gruppo cardinalizio italiano, con l'elezione
del malconcio Piccolomini, era convinto di
poterlo manovrare a suo modo. Ma per la sua
indole di uomo amante della pace, Pio III
non volle prendere dure posizione nei
confronti di Cesare Borgia, anzi, quando il
Valentino - sempre in convalescenza a Nemi -
fece una accorata richiesta di tornare a
Roma, nella sua ingenua bontà, il papa la
concesse, così giustificandosi "I
cardinali spagnoli hanno interceduto per lui
e mi hanno detto che egli è gravemente
ammalato e che non può più guarire. Desidera
ardentemente tornare a Roma per esalarvi
l'ultimo respiro; gli ho concesso questa
grazia."
Cesare era invece perfettamente guarito, e
tornò sì a Roma, ma si trincerò da padrone a
Castel S. Angelo, allarmando gli Orsini e i
Colonna, che subito chiesero al papa di
farlo catturare. Ma ancora una volta la
bontà di Pio III ebbe la meglio "E' mio
dovere essere misericordioso con tutti"
e condannò qualsiasi azione fosse intrapresa
contro "...il diletto figlio Cesare
Borgia di Francia, duca di Romagna e di
Valenza, gonfaloniere della Chiesa".
Anche se poi aggiunse "...ma vedo che
finirà male dinanzi al giudizio di Dio"
Quando poi Pio III il 13 ottobre si mise a
letto per un altro improvviso attacco di
gotta, gli Orsini e i Colonna, insieme
tentarono un colpo di mano per eliminare il
Borgia, ma andò a vuoto. Pochi giorni dopo,
il 18 ottobre, Pio III moriva. I cronisti
maligni dell'epoca dissero "assassinato" con
un veleno propinatogli da Pandolfo Petrucci,
signore di Siena, ma dal Piccolomini
considerato usurpatore e tiranno della sua
città natale.
Il pontificato di Pio III non era durato
nemmeno un mese.
Le sue spoglie mortali, assieme a quelle
dello zio, vennero in seguito (nel 1614)
trasportate nella chiesa di S. Andrea della
Valle, in Roma.
La morte di Pio III, non colse impreparato
il collegio dei cardinali, tutti sapevano
che la sua malattia irreversibile l'avrebbe
a breve termine portato alla tomba, quindi i
maneggi tra i diversi gruppi per una nuova
elezione erano iniziate già all'indomani
della sua elezione. Infatti quando il 31
ottobre 1503 si riunirono in conclave, dopo
poche ore elessero Giuliano Della Rovere,
che prese il nome di Giulio II.
....vedi sotto la biografia di PAPA GIULIO II
GIULIO II, Giuliano della
Rovere, di Savona
(pontificato 1503-1513)
Giuliano della Rovere
nasce ad Albisola il 5 dicembre 1443. La famiglia,
nobile da alcuni anni, ha già un suo membro
candidato al trono papale; si tratta di Sisto IV
(pontificato 1471-1484) , zio di Giuliano, che nei
primi studi aiuterà il giovane nipote nella carriera
ecclesiastica. Prima ancora che Sisto IV salga sul
soglio, Giuliano diviene vescovo di Avignone e di
altri sedi fra cui Bologna e Vercelli e ha anche la
legazione della Marca e dell'Umbria.
Poi appena salito sul soglio (1471) lo zio al 28enne
nipote gli dà la porpora di cardinale.
Sia dallo zio papa, sia da papa Innocenzo VIII,
Giuliano riceve importanti incarichi diplomatici e
missioni politiche presso la corte francese e in
Olanda. Queste sue esperienze gli permette di
contrarre vincoli di amicizie presso i regnanti di
Francia e ciò gli sarà particolarmente utile quando
chiederà l'aiuto del re francese Carlo VIII contro
il papa Mediceo Alessandro VI, sotto il cui
pontificato egli è costretto a vivere dieci anni in
Francia, esule da Roma.
Era quello uno dei periodi più tristi della storia
della Chiesa, un'età di corruzione e di nepotismo,
di crisi dell'autorità spirituale e temporale del
Papa. Per capovolgere la situazione ci voleva un
uomo innanzitutto di nazionalità italiana, ricco di
cultura rinascimentale, oltre che un uomo di azione,
cioè un principe che va alla conquista di un regno
come un soldato.
L'obiettivo doveva essere: la restaurazione della
potesta temporale della Chiesa assai compromessa
nell'Italia delle Signorie, ed era una potestà che
desiderava accomunare tutto il territorio italiano.
Finalmente, il 31 ottobre 1503, ormai 60enne, la
tenace avversione allo scandaloso pontificato di
Alessandro VI, è premiata. Alla morte di
quest'ultimo per un attacco di febbre perniciosa (di
malaria, ma alcuni dicono avvelenato) e dopo il
brevissimo (nemmeno un mese)
pontificato di Pio III,
Giuliano viene eletto Papa col nome di GIULIO II.
Più che un papa di chiesa, fu poi - per il suo
procedere guerresco- definito un "papa soldato".
Purtroppo la sua eccessiva audacia e impulsività non
gli permetteranno di coronare i suoi intenti.
Si era scelto il nome Giulio, non tanto in omaggio
al pontefice che aveva portato quel nome, quanto per
ammirazione verso Giulio Cesare. E nonostante i suoi
60 anni, di animo e più ancora di aspetto era
veramente cesareo, più adatto a fare un principe o
un capitano d'esercito che non un papa. "Ma di un
tal papa (sostiene il Rohrbarcher) aveva bisogno
quel tempo".
Alla sua elezione ci furono i soliti maneggi tra i
diversi gruppi di cardinali. Giuliano riunì il 20
ottobre nel palazzo Vaticano i cardinali spagnoli e
Cesare Borgia (non del tutto ripreso dallo stesso
male che aveva colpito Alessandro VI). Il Borgia
nella speranza di poterlo sfruttare diede il suo
voto favorevole a Giuliano Della Rovere, ma questi a
sua volta contava di sfruttare il Borgia,
promettendogli di crearlo gonfaloniere della Chiesa,
assicurardogli i domini, di unire in matrimonio il
nipote Francesco della Rovere con una figlia del
duca. Il Valentino - che non si era mai fidato di
nessuno - non fece bene i suoi calcoli fidandosi
proprio nel Papa che era stato il nemico più
accanito della famiglia Borgia. Ma ciò non ci deve
recare meraviglia. Le condizioni di Cesare Borgia
erano tali da indurlo ad accettar l'amicizia di chi
lo aveva sempre avversato. Egli aveva difatti
perduta gran parte del suo stato, e le stesse
Romagne che gli si erano mantenute fedeli, ora erano
in subbuglio e gli sfuggivano di mano.
Pandolfo Malatesta aveva ceduto Rimini ai Veneziani;
in potere di questi ultimi erano cadute Faenza,
Montefiore, Sant'Arcangelo, Verucchio, Porto
Cesenatico e parecchie altre terre; al Valentino
non rimanevano che le rocche di Forlì, Cesena,
Forlimpopoli e Bertinoro.
Il 31 ottobre 1503, in poche ore i 27 cardinali
avevano eletto Giuliano, il giorno dopo lo
proclamarono.
Per prima cosa Giulio II, avverso com'era alla
famiglia del suo predecessore, non volle abitare
l'appartamento dei Borgia, per non vedersi davanti i
loro ritratti o i loro stemmi.
Suo pensiero dominante - e lo comunicò a tutti i
sovrani - la restaurazione della potestà temporale
della Chiesa, oltre il proposito di abbattere
l'impero turco. Esortava quindi i sovrani di Spagna
a far la pace con la Francia, onde unire le loro
armi nella santa impresa. In cuor suo altro impegno,
era quello di distruggere non solo i loro stemmi da
ogni edificio ma i Borgia stessi.
Ma per distruggere l'opera dei Borgia, era
necessario liquidare il duca Valentino e la di lui
famiglia. Delle sue intenzioni il pontefice dava
prova l'anno dopo (1504), quando con una bolla tolse
il ducato di Semoneta a Rodrigo Borgia per
assegnarlo al Gaetani, e a Cesare non concesse la
carica promessagli di capitano generale della
Chiesa. Il Borgia rodendosi dalla rabbia si accorse
presto del suo errore, delle mire del papa, ed era
indispettito perchè i territori della Romagna erano
in subbuglio, e Venezia pronta ad impadronirsene,
aveva già occupato Faenza, Ravenna, Cervia e scesa
fino a Rimini, la parte migliore della Romagna.
Giulio in questa situazione non proprio chiara, anzi
piuttosto ambigua dei veneziani, non volle rompere
del tutto con il Valentino, gli sembrò invece più
opportuno incitarlo a riconquistare quei territori,
temendo che passassero in soggezione di Venezia (a
suo parere già troppo forte).
In effetti i veneziani speravano di giocare il
pontefice, dandogli a credere che quanto facevano in
Romagna, lo facevano contro il suo nemico Cesare
Borgia e non contro di lui.
Giulio non si fece incantare dai veneziani e agì
subito: intimò al Borgia di consegnargli tutte le
terre della Romagna. Cesare cominciò a nicchiare, e
allora il papa diede ordine che fosse catturato e
tradotto a Roma.
La cattura fu eseguita da Mantova, e il suo
ambasciatore narra che Cesare era all'improvviso
diventato vile e pauroso, e che piangendo pensava al
suo triste destino, convinto che l'avrebbero
condannato a morte. Giulio invece non arrivò a
tanto, quando l'ebbe davanti non si mostrò crudele;
gli assegnò perfino un appartamento dentro il
Vaticano, ovviamente sotto stretta sorveglianza.
Dalla sua quasi prigionia, il duca scrisse e ordinò
ai suoi capitani di consegnare le città ai messi
papali. I capitani di Forlì e Bertinoro non vollero
eseguire l'ordine dicendo che l'avrebbero eseguito
solo alla presenza del duca in piena libertà; quello
di Cesena non solo si rifiutò ma i messi del papa li
fece impiccare. Giulio a Roma andò su tutte le furie
e rinchiuse questa volta Cesare nella torre dei
Borgia.
Però nel frattempo gli spagnoli avevano rialzato la
testa in seguito alle vittorie di Consalvo Borgia di
Cordova contro i francesi nell'Italia meridionale. In
brevissimo tempo tutto il reame di Napoli era caduto
in potere della Spagna, la quale, l' 11 febbraio del
1504 concluse a Lione una tregua di tre anni con la
Francia.
Giulio a quel punto
acconsentì ad un accomodamento pacifico col
Valentino; lo liberò, lo mise sotto la sorveglianza
del cardinale spagnolo Carnayal, e lo mandò in
Romagna dandogli tempo 40 giorni per convincere i
capitani di Cesena, Forlì e Bertinoro a consegnare
le fortezze delle città.
Bertinoro e Cesena (ma non Forlì) consegnarono le
fortezze, e Carnayal dopo aver ricevute in mano le
città, ad insaputa del pontefice mise il libertà il
Valentino, il quale si precipitò a Napoli presso lo
zio cardinale Lodovico Borgia. Consalvo di Cordova,
non solo lo accolse bene, ma gli promise delle
milizie per riconquistare la Romagna. Doveva però
chiedere in Spagna a Re Ferdinando il Cattolico, che
per tutta risposta invece di assentire, gli passò
l'ordine di catturare il Valentino, perchè
pericoloso alla pace d'Italia.
Il 27 maggio 1504, Cesare fu catturato, incatenato,
rinchiuso nel castello di Ischia. Il 20 agosto
successivo inviato in Spagna in catene e rinchiuso
nel castello di Medina del Campo. Ma pur sorvegliato
a vista, Cesare il 25 ottobre 1506 calandosi da una
finestra riusci a evadere dalla fortezza. Andò a
rifugiarsi presso il cognato Giovanni d'Albrette, re
di Navarra.
Giulio II apprese la notizia con qualche timore,
subito allontanato quando il 12 marzo 1507 gli
giunse un'altra rassicurante notizia
che l'informava che Cesare
era caduto combattendo in una banale battaglia sotto
le mura del castello di Viana contro un ribelle del
cognato.
Così finiva, quasi nell'oscurità, i suoi giorni
questo principe che con ogni mezzo era riuscito a
costituirsi in Italia uno stato potente. La sua
sorte provava chiaramente come fossero di durata
effimera quegli stati acquisiti con il nepotismo
delle famiglie papali, con le nefandezze, con la
forza, con la minaccia delle armi, con i crimini.
Tuttavia, Machiavelli parlando dell'opera politica
del Valentino nel "Principe" dice: " Benchè
l'intento suo non fosse di far grande la Chiesa, non
di meno ciò che fece tornò a grandezza della Chiesa,
la quale, spento il duca, fu erede delle fatiche
sue". Vale a dire che il Valentino aspirò a
formarsi un principato nei territori pontifici, dove
imperversava l'anarchia. Vi riuscì, ma non potè
conservarlo per sè, perchè Giulio II, con mano
energica, seppe spodestarlo e recuperare alla Chiesa
le terre di Romagna che il Valentino aveva
riordinate.
Cio che accadde dopo la morte del Valentino (i fatti
d'armi e le contese fra Stati e Chiesa, con Giulio
II in testa a cavallo con la spada in mano)
Di
fronte ai due stati stranieri che avevano
messo piede nel settentrione e nel
mezzogiorno d'Italia non rimanevano che due
sole potenze, Venezia e lo Stato Pontificio,
le quali avrebbero potuto impedire la rovina
della penisola se fossero andate di accordo.
Per riavere le terre occupate dai veneziani
Giulio II in un primo momento si limitò a
lanciare contro la potente città lagunare
semplici ammonimenti a titolo di
rivendicazione. Ma poi risoluto a rimettere
nelle mani della Chiesa tutti i possessi che
le erano appartenuti, GIULIO II aveva
ricusato le proposte di Venezia che si
dichiarava pronta a pagare alla Santa Sede
un tributo per le città che aveva
acquistate, e nel novembre del 1503 a NICOLÒ
MACHIAVELLI aveva manifestato il suo fermo
proposito di ricuperare quelle città dicendo
che se non fossero restituite egli
«avrebbe fatto ogni estremo sforzo e
provocati tutti i principi cristiani »
contro i Veneziani. Vedendo che i suoi
reclami rimanevano lettera morta, nel
gennaio del 1504 il Pontefice pubblicò una
bolla con la quale ingiungeva ai Veneziani
di restituire tutti i luoghi di Romagna; ma
all' ingiunzione il doge rispose che "mai
si renderia dette terre, anche se dovessimo
spendere fino le fondamenta delle nostre
case". Una sfida dunque.
Alle minacce di scomunica, Venezia
rispondeva con insolenza. Alle parole di
Giulio "Io non mi rimarrò fino a che non
vi abbia fatti umili, e tutti pescatori
siccome foste", l'ambasciatore Pisani
pare sorridesse di compassione e di rimando
rispose "Vieppiù vi faremo noi, Padre
Santo, un piccol chierico, se non sarete
prudente".
A complicare ulteriormente le cose ai
veneziani ci si mise l'imperatore
Massimiliano I che accampava diritti su
alcune città occupate da Venezia in
terraferma, dove da un po' di tempo la
Repubblica di San Marco stava allargandosi;
e per le stesse ragioni anche il re di
Francia che - come duca di MIlano - aspirava
a Bergamo, Brescia, Cremona.
Non riuscendo ad ottenere ciò che chiedeva
con pacifiche trattative, approfittò Giulio
II, divenendo il promotore della nascita di
una lega ai danni di Venezia. La Lega fu
conclusa a Cambrai il 10 dicembre 1508. Vi
aderirono i francesi, l'imperatore, il re di
Spagna Ferdinando, il marchese di Mantova, i
duchi di Savoia e di Ferrara ed altri
principi minori.
La superba Venezia confidando nelle sue
forze iniziò le ostilità con le truppe
condotte da Niccolò Orsini e Bartolomeo di
Alviano. I quali affrontarono il conflitto
senza un vero e proprio piano di guerra,
cosicchè il 14 maggio 1509 ad Agnedello
avvenne lo scontro tra Francesi e i
Veneziani. che ebbero la peggio, furono
battuti. Ma più che una battaglia stavano
perdendo una guerra; i nemici invadevano il
suo territorio da tutte le parti, e tutti
puntavano sulla laguna. Il pericolo era
enorme per la stessa sua sopravvivenza. Ma
qualche saggio salvò la Repubblica. Per
prima cosa sciolse dall'obbedienza tutte le
città della terraferma, così ognuna provvide
alla propria difesa dall'occupazione
straniera. Poi con Giulio II si dichiarò
pronta (e inviò a Roma sei delegati) a
restituire le città contestate. Il papa che
non aspirava che a quel recupero, trattò la
pace separatamente con i veneziani e in San
Pietro ci fu la riconcialiazione.
La pace separata non piacque a Luigi XII,
che oltre che strepitare, inalberò la
bandiera della ribellione contro il
pontefice; ad una assemblea di cardinali
convocata prima a Orleans poi a Tours,
stabilì che "il papa non ha la facoltà
di far guerra a un principe straniero fuori
dello Stato Pontificio; e che verificandosi
il caso il principe aggredito ha facoltà di
impossessarsi dei domini della Chiesa e di
negare obbedienza al romano pontefice".
Si ritornò insomma a proclamare i privilegi
della chiesa di Francia e la nullità delle
censure contro i medesimi.
Giulio non si perse d'animo. Prima fulminò
con la scomunica il re di Francia e i
cardinali ribelli (14 ottobre). Poi montò a
cavallo e alla testa delle truppe accorse di
persona contro il Bentivoglio (filofrancese),
deciso a impadronirsi di Bologna. Aveva 70
anni, gli strapazzi e le fatiche incisero
sul suo fisico. Si mise a letto con la
febbre alta, ma nel delirio lanciava
invettive contro i francesi. Quando riprese
un po' di forze, un cronista bolognese narra
che disse "...che non voleva più rasar la
barba fino a quando aveva scalzato fora el
re Ludovico de Franza dall'Italia".
Alla fine di un dicembre molto rigido,
Giulio II lasciò il letto, e contro il
parere dei medici, il 2 gennaio 1511 si
portava all'esercito che stringeva d'assedio
Mirandola in mano ai nemici.
Girolamo Lippomano, ambasciatore veneto così
scrisse "Giulio II è comparso contro
l'aspettazione di tutti. Da quanto pare è
pienamente ristabilito: gira intorno al
campo nel turbinio di neve; non teme nè
vento nè pioggia, ha una tempra da gigante.
Ieri dì e oggi ha nevicato senza
interruzione; la neve arriva al ginocchio
dei cavalli, pur tuttavia il papa sta nel
campo".
Per star vicino alle truppe, si stabilì al
chiostro di S. Giustina. E poco mancò
l'animoso pontefice di rimanerci per sempre.
Il 17 gemmaio una palla di cannone nemica
cadde nel suo appartamento ferendo due suoi
camerieri e mancando di poco il papa (la
palla fu poi inviata come ex voto al
santuario di Loreto). E quando tre giorni
dopo la fortezza capitolava, nella breccia
aperta delle mura, Giulio II si arrampicò su
per una scala a pioli per essere tra i primi
a penetrare.
Il 21 febbraio del
1513 è il giorno in cui Giulio II cessò di
vivere, dopo aver compiuto l'ultimo suo
atto: l'alleanza che costrinse i veneziani a
unirsi a lui nella Lega Santa per lottare
contro gli stranieri. Diceva Giulio II
all'ambasciatore veneto Giustiniani "Noi
vorressimo che li Italiani non fossero nè
francesi, nè spagnoli, e che fossero tutti
Italiani e loro stessero a casa sua e noi
alla nostra". Fu il primo a lanciare il
fatidico grido. "Fuori i barbari!".
E fu lui stesso a muovere e a comandare gli
eserciti contro i mercenari del trono
capetingio: lui il primo ad entrare a Modena
nella fortezza presidiata dai francesi,
attraverso una breccia. Lui a entrare a
Perugia, lui a entrare a Bologna. I francesi
furono poi cacciati e dovettero abbandonare
tutti i loro possessi nella penisola
italiana, compresa la Lombardia, anche se
Luigi XII non si era rassegnato a perdere
una città dell'importanza di Milano.
Purtroppo gli eventi che portarono a
cacciare i Francesi ebbero per conseguenza
la loro sostituzione con altri stranieri,
gli Spagnoli.
Dunque l'opera di Giulio II quando morì, non
era ancora compiuta, ma ebbe la
soddisfazione di vedere i "barbari" lontani
dall'Italia.
Un
errore lo commise, forse di principio:
credette di restaurare l'influenza religiosa
del papato, rendendolo forte militarmente.
Comunque fra i principi d'Italia di quel
secolo Giulio II fu quello che ebbe una
politica arditamente italiana. L'egemonia
dello Stato Pontificio in Italia e
l'egemonia dell'Italia in Europa: ecco
l'ideale perseguito - ma non raggiunto - da
papa Giulio II.
Si narra che gettò le chiavi di S. Pietro
nel Tevere, e che serbò solo la spada di S.
Paolo. E si racconta che Michelangelo quando
abbozzava la statua da erigere a Bologna a
Giulio II, dopo aver disegnata la mano
destra del pontefice in atto di benedire,
chiedeva "Ma che farà la sinistra? Porterà
un libro?". E Giulio gli rispose: "A me un
libro? Mi tratti da scolaro? Voglio una
spada".
Liberatosi del Borgia, di Gian Paolo
Baglioni, e di Giovanni Bentivoglio, dovè
arrestarsi di fronte alla potenza di
Venezia: come abbiamo letto aderì allora
alla Lega di Cambrai affrettando così la
fine dell'unico Stato italiano ancora in
grado di resistere allo straniero: fu questo
il suo principale errore politico. Resosi in
seguito conto del pericolo rappresentato
dalla Francia le si volse contro, e oltre
che con la Spagna e Svizzera si unì proprio
con Venezia nella Lega Santa.
Non commise invece nessun errore
quando maturò la felice idea di illustrare
la religione con la magnificenza delle arti.
Andava dicendo "Noi reputiamo essere
nostro dovere di promuovere il culto divino
non solo con statuti, ma altresì col buono
esempio..... Il saggio Salomone, sebbene non
illuminato dalla luce del cristianesimo, non
risparmiò alcun sacrificio onde edificare al
Signore Iddio una casa degna di Lui".
Evidentemente Giulio II non solo voleva
imitare ma superare Salomone.
Basterà ricordare l'opera concepita e voluta
da Giulio II: la nuova basilica di San
Pietro; fu lui a collocare la prima pietra
il 18 aprile dell'anno 1506; costruzione
dapprima affidata al Bramante.
Una grandiosa mole materiale che desse
l'immagine tangibile della grandezza della
Chiesa, che Cristo aveva affidato da reggere
a Pietro.
Altra scelta felice furono gli artisti
chiamati da Giulio II a Roma; i più geniali
architetti, pittori, scultori di tutti i
tempi. Bramante concepì l'architettura di S.
Pietro; Raffaello e poi Michelangelo
dipinsero le Stanze e la Cappella Sistina;
al secondo commise anche il suo sepolcro,
che doveva consistere in un mausoleo
gigantesco, coronato di statue e coperto da
bassorilievi. Michelangelo non lo condusse a
termine; ci resta però la statua del
Mosè, che è lo sforzo più originale,
più grande e più sublime della scultura
cristiana. "In verità nel Mosè di
Michelangelo (scrive il Pastor) è incarnato
quel papa-re, che umiliava la superba
Venezia, restaurava lo Stato ecclesiastico e
cacciava dall'Italia i bellicosi francesi.
Tutta la terribile violenza e quasi
sovrumana energia del papa Della Rovere, ma
insieme l'orgoglio, la fierezza e il
carattere inflessibile non che il naturale
oltremodo veemente e passionale dell'artista
parlano da questa figura titanica".
Curiose le relazioni tra Giulio II e
Michelangelo, due caratteri che giunsero a
lotte violente fra loro, ma che tuttavia si
comprendevano a vicenda, diventando perfino
inseparabili. Ricorriamo a ciò che scrive
l'inglese Addington Sjmonnds "Erano due
uomini di egual calibro e dello stesso
temperamento; grandiosi nei loro disegni,
fieri nell'esecuzione dei loro piani,
terribili nel rigore e nell'impeto del loro
genio; uomini costrutti moralmente e
materialmente con linee di forza e di
grandezza, piuttosto che di grazia e di
sottigliezza; uomini in cui niente era di
volgare o di mediocre, i cui stessi difetti
erano improntati di passione e di grandezza.
Essi si incontrarono come nubi cariche di
elettricità, piene di tempeste e di lampi, e
di primo tratto s'intesero l'un l'altro".
-------------------------------
Il Gregorovius dà questo giudizio di
Giulio II: " Sulla cattedra di S. Pietro
fu uno dei più profani e antisacerdotali tra
i pontefici, appunto perchè fu uno dei
prìincipi più eminenti del suo tempo".
Il Bellamino osserva dal canto suo che
"...i pontefici avevano pur l'obbligo di
difendere i propri Stati, dal momento che
erano prìincipi temporali. Tanto meno poi
spetta agli Italiani infamare la memoria del
bellicoso pontefice, poichè nella sua
politica e nelle sue imprese militari diede
un raro esempio di seguire un indirizzo
risolutamente nazionalista, precorrendo in
tempi forse e meglio dei grandi scrittori di
storia e di politica della sua epoca".
"I tempi erano tali - come dice il
Burckhardt- che bisognava essere o
incudine o martello, e Giulio II, per
conservare il suo Stato e per restaurare la
potenza della Chiesa, fece da martello".
In sintonia anche il Pastor: "All'estero,
dove le cose italiane non si conoscevano da
vicino, fece molto scandalo per il procedere
guerresco del papa, mentre in Italia l'opera
politica di Giulio II veniva quasi
generalmente riguardata come indispensabile
e benefica per la Chiesa e per la patria...
Così Giulio II ci sta innanzi come uno dei
più poderosi pontefici dopo Innocenzo III,
per quanto ei non fosse un ideale di papa.
La critica imparziale infatti non può negare
che Giulio II, abbia secondato troppo delle
tendenza esclusivamente politiche e
proceduto in tutte le sue imprese con una
passionatezza e interperanza punto dicevoli
a un papa. Genuino, personaggio fuori
affatto della comune, egli concepì il suo
compito in maniera impetuosa, violenta, con
una forza veramente erculea. Ma forse
richiedevasi appunto un tale personaggio per
diventare il salvatore del papato in un
epoca di prepotenza, quale era il principio
del secolo XVI" (vol. III, 712).
Morto Giulio II, i cardinali si chiusero in
conclave il 4 marzo e il giorno 11 riuscì
eletto GIOVANNI de' MEDICI che, col nome di
LEONE X, fu incoronato papa in San Giovanni
in Laterano l' 11 aprile del 1513,
anniversario della battaglia di Ravenna.
Nella scelta del Medici, uomo dotto, amante
delle arti e della pace, c'era la volontà e
il desiderio da cui il collegio cardinalizio
era animato di dare alla Chiesa un capo che
del predecessore non avesse la natura
collerica e l' indole battagliera.
LEONE X
- Giovanni de' Medici (1475-1521)
(Pontificato 1513-1521)
GIOVANNI nacque a a Firenze l'11
dicembre 1475 dalla nobile casata
DE' MEDICI, secondogenito di Lorenzo
il Magnifico e Clarice Orsini.
Destinato dal padre alla carriera
ecclesiastica fu circondato da
insigni precettori, raffinati
umanisti quali Calcondila,
Poliziano, Ficino, Eginota, Bibiena,
crescendo in mezzo al fasto della
casata medicea, che gli ispirò
l'amore per il lusso e le
prodigalità e quella passione per
tutte le arti, che tanto distinsero
il suo pontificato. Ottenne fin
dalla fanciullezza cospicui
benefici: nomina ad abate di
Montecassino e di Morimondo, nomina
a Protonotaio Apostolico a soli
sette anni, nomina cardinalizia da
parte di Innocenzo VIII avvenuta a
soli tredici anni, con l'obbligo
però di assumere le insegne soltanto
dopo tre anni. Studiò per un
triennio diritto canonico a Pisa,
dove ebbe come compagno Cesare
Borgia.
Nel 1492, una volta preso
pubblicamente il cappello
cardinalizio si trasferì a Roma, ma
si trovava a Firenze quando, nel
1494, ebbe luogo la caduta dei
Medici e fu proclamata la
Repubblica. Allora per alcuni anni
Giovanni prese a girare, trovando
asilo dapprima alla corte urbinate
di Guidubaldo di Montefeltro ed
Elisabetta d'Este Gonzaga insieme al
fratello minore Giuliano e al cugino
Giulio (il futuro Clemente VII), poi
viaggiò nei Paesi Bassi, in Germania
e in Francia, dove conobbe molti
uomini illustri ma dove venne anche
arrestato, a Rouen, e quindi espluso.
Ritornò a Roma nel 1500 e qui prese
alloggio nel palazzo di san
Eustachio, attuale palazzo Madama,
residenza dei Medici in città,
facendo vita mondana e dedicandosi
agli studi umanistici, al teatro
contemporaneo (nell'autunno del 1514
farà rappresentare nelle sue stanze
la commedia Calandria del cardinale
Bernardo Dovizi, il Bibiena), al
collezionismo di antichità e al
mecenatismo artistico (tra i pittori
da lui ricercati e protetti figura
l'ammiratissimo Raffaello, cui
commissionò svariati lavori).
Nel 1511 ricevette da Giulio II
l'incarico di Legato per la Romagna;
l'11 aprile 1512 assistette alla
battaglia di Ravenna dove venne
catturato e fatto prigioniero dai
francesi vincitori. Condotto a
Milano riuscì tuttavia a fuggire
prima di essere trasferito in
Francia. Grazie al contributo
dell'esercito ispano-pontificio
riuscì a ristabilire la signoria
medicea a Firenze (1512-1513) che
governò insieme al fratello
Giuliano.
Morto Giulio II (21 febbraio 1513),
nel conclave che si aprì, abile fu
il lavorio del segretario privato
del cardinale de' Medici, Bernardo
Dovizi il Bibiena, che riuscì a
rendere bene accetta ai cardinali la
presenza di un Medici sul trono
pontificio, considerato anche
esponente di una tendenza
conciliatrice dopo il turbinoso
pontificato di Giulio II; e
considerata anche la salute malferma
del seppur giovane candidato, che
perfino in sede di conclave dovette
stare a letto e subire degli
interventi chirurgici, e che non
lasciava intravedere un lungo
periodo di governo. Il cardinale de'
Medici fu eletto al soglio
pontificio il 9 marzo 1513,
scegliendo di chiamarsi LEONE X.
Aveva appena trentotto anni. La sua
incoronazione si fece attendere una
decina di giorni, il tempo
occorrente per poter ordinare il
neoeletto sacerdote e vescovo.
Fin dai primi atti del suo governo
mostrò di non possedere lo spirito
battagliero del suo predecessore.
Per la situazione caotica in cui
versava l'Italia con i vari
conflitti, Leone X cercò di condurre
una politica meno belligerante, con
un'azione di mediazione diplomatica,
dal perdono concesso ai cardinali
che avevano organizzato il
"Conciliabolo" di Pisa, alla
riconciliazione ufficiale con Pompeo
Colonna, che aveva tentato di
aizzare il popolo in un folle
tentativo di instaurare una
repubblica, e alla buona opera di
mediazione compiuta a Firenze, nella
scoperta della congiura di Boscoli e
Capponi contro i Medici, per salvare
la vita di Machiavelli. Non fu
nemmeno costante nella posizione
politica europea: da antifrancese a
filofrancese, e infine, a
filoimperiale, navigò nella
doppiezza, ma fondamentalmente ebbe
a cuore la sua famiglia: creò
cardinale il cugino Giulio, futuro
Clemente VII, e il nipote Innocenzo
Cibo.
Purtroppo in vari punti della
penisola si erano accese varie
dispute: Francia e Spagna erano
decise a ignorare ogni compromesso,
e tanto meno a rinunciare alla loro
ambizione; i veneziani avevano
stipulato un'alleanza con i francesi
il 23 marzo 1513 a Blois.
L'intenzione era quella di sferrare
un attacco agli svizzeri che
controllavano il ducato di Milano.
L' attacco avvenne e si concluse con
la battaglia di Melegnano (1515) e
la riconquista francese del ducato;
il papa rimase a guardare, anche
quando Francesco I si impossessò di
Parma e Piacenza già assegnati allo
Stato Pontificio tre anni prima. Lo
lasciò fare, per avviare poi
trattative segrete al fine di
ricomporre tutti i contrasti
esistenti a Bologna, dove furono
gettate le basi di un concordato che
regolasse definitivamente la
questione religiosa in Francia.
Gli accordi si chiusero con un
Trattato di pace firmato a Viterbo
il 13 ottobre 1515, con cui il
pontefice cedette Parma e Piacenza e
il sovrano si obbligò a garantire
l'autorità dei Medici a Firenze.
Mentre il 18 agosto 1516 venne
stipulato un Concordato che
conteneva la soppressione
(finalmente!) della Pragmatica
Sanzione di Bourges del 1438, ma in
compenso la curia papale dovette
fare sacrifici grandissimi: il re di
Francia ricevette il diritto di
nomina per tutti vescovadi (93, fra
cui 10 arcivescovadi), le abbazie
(527) e i priorati del suo regno; al
papa rimase solo il diritto
immediato di collazione per un
numero ristretto di casi e la
facoltà di confermare i candidati
alle sedi vescovili, da nominarsi
entro sei mesi dalla vacanza. Questa
sistemazione ebbe il buon effetto si
stroncare le tendenze scismatiche
della nazione francese e di
riannodare più strettamente il paese
alla Santa Sede fino alla
Rivoluzione.
Nello stesso giorno Leone X dava
l'investitura del ducato d' Urbino
al nipote Lorenzo, figlio del
fratello Piero de' Medici, che il 30
maggio di quell'anno, alla testa
delle truppe pontificie e fiorentine
era entrato a Urbino da dove poco
prima era fuggito, riparando a
Mantova.
Sempre nel 1517 la vita del
pontefice corse serio pericolo per
una congiura ordita all'interno del
Sacro Collegio ad opera del
cardinale Alfonso PETRUCCI, figlio
di quel Pandolfo, signore di Siena,
da alcuni sospettato di aver
eliminato Pio III; era morto anche
lui, lasciando il potere all'altro
suo figlio, Borghese, ma Leone X nel
1516 lo aveva scacciato da Siena
affidandone la signoria ad un altro
Petrucci, Raffaello, vescovo di
Grosseto, che aveva in vantaggio di
essere amico del pontefice. Accecato
dall'odio e assetato di vendetta, il
cardinale Petrucci avrebbe voluto
assassinare Leone X, ma resosi conto
che la stretta sorveglianza da cui
era circondato il papa non avrebbe
consentito di attuare il progetto,
decise di ricorrere al veleno.
Corruppe il medico del pontefice,
Pietro Vercelli, e lo indusse ad
avvelenare la medicatura che era
solito dare ad una fistola a cui
Leone X soffriva da tempo. Ma una
lettera diretta al suo segretario
Antonio de Nini venne intercettata e
la congiura fu scoperta. Il
cardinale Petrucci arrestato e
processato, fu fatto strangolare in
castel sant'Angelo il 6 luglio; il
de Nini e il Vercelli subirono sorte
peggiore.
Nel processo risultarono coinvolti
ben quattro cardinali: il Riario,
decano del Sacro Collegio, il Sauli,
il Volterrano e il Castellanese.
Furono tutti deposti e riuscirono ad
evitare il carcere solo dietro
pagamento di forti somme di denaro.
Il Riario perse anche il suo
palazzo, che fu da allora assegnato
a sede della Cancelleria. Leone X,
accortosi che tredici cardinali che
componevano il Sacro Collegio gli
davano così preoccupanti prove di
inimicizia, per circondarsi di
persone devote, nominò in una sola
volta trentuno nuovi cardinali,
fatto che non si era mai verificato
prima. In ogni caso quelle condanne
a morte cancellarono di colpo i
precedenti atti di magnanimità e
perdono del pontefice e tanto più le
grazie concesse sub condicione ai
quattro cardinali furono fortemente
criticate in Italia e Germania.
Durante il pontificato di Leone X si
ebbe l'elezione del nuono
imperatore, successore del defunto
Massimiliano I d'Asburgo. I principi
elettori elessero a Francoforte il
28 giugno 1519, l'appena ventenne
CARLO V di Spagna, figlio di Filippo
d'Asburgo e Giovanna di Castiglia,
incoronato ad Aquisgrana
nell'ottobre 1520. Il giovane
imperatore era riuscito a far
convergere su di lui i voti
appoggiandosi alla potente banca dei
Fugger (850.000 fiorini di prestiti
promessi!), che si ripagò il favore
imperiale con vasti possedimenti,
grazie alla quale era riuscito a
'convincere' gli elettori. Il
giovane imperatore era così venuto a
trovarsi improvvisamente nella
posizione di sovrano più potente
d'Europa: un complesso blocco
eterogeneo frutto di quattro eredità
distinte, con una costellazione di
principati e città libere; un
agglomerato di repubbliche
mercantili e urbane e di signorie
feudali, spesso travagliate da lotte
intestine; la Castiglia e le
conquiste castigliane, nell'Africa
settentrionale, nell'area caraibica
e nell'America centrale; l'Aragona e
i domini aragonesi d'oltremare e
cioè Napoli, la Sicilia e la
Sardegna.
Insomma stava iniziando l'avventura
storica, politica e umana del
monarca spagnolo che costruì un
impero "sul quale non tramontava mai
il sole". Leone X si convinse a dare
il suo appoggiò quando si rese conto
che Carlo V poteva costituire un
ottimo appoggio per un tentativo di
unificazione politico-religiosa
dell'Europa.
Qualche tentativo di riforma e
unificazione fu avviato con la
conclusione del Concilio Lateranense
V, aperto da Giulio II nel maggio
1512, e che si era protratto per
parecchio tempo anche con Leone X.
Nella sessione VIII (dicembre 1513)
era stata condannata la dottrina
della duplice verità in filosofia e
teologia e nella sessione XI
(dicembre 1516) con la bolla 'Pastor
aeternus' veniva rigettata la
Pragmatica Sanzione di Bourges (vedi
sopra) e la teoria conciliarista,
con la dichiarazione solenne che al
romano pontefice spetta una
giurisdizione plenaria sopra tutti i
concili, la loro convocazione, il
loro trasferimento e scioglimento.
Circa la questione specifica della
riforma, furono emanate alcune buone
disposizioni riguardanti la nomina
ai benefici ecclesiastici, la
condotta del clero e dei laici,
l'esenzione, le tasse curiali, i
diritti dei religiosi rispetto
all'esercizio della cura d'anime,
ecc.; ma nel loro complesso erano
norme troppo superficiali e blande,
come dimostrarono le clausole
restrittive aggiunte. Ma il vero
problema era la mancanza di una
ferma volontà pontificia di una
energica attività riformatrice.
Quello della politica religiosa è
del resto un capitolo estremamente
controverso del pontificato leonino.
L'esaurimento delle già compromesse
finanze papali (il mantenimento
della corte leonina costava ben
100.000 ducati annui), la necessità
di reperire i fondi per l'immenso
cantiere di san Pietro, dove i
lavori per l'erigenda basilica
procedevano sempre piu a rilento,
costrinsero il papa a un sensibile
aggravio delle imposte, che aveva
già causato il complotto del
Petrucci (vedi sopra). A ciò si
assommava l'esigenza di fronteggiare
il pericolo turco, che ormai
spadroneggiava con numerose
scorribande per tutto il
Mediterraneo. Inoltre, le costanti
richieste di interventi di riforma,
specie nel nord Europa, dove la
situazione religiosa e politica era
ormai in rapidissima evoluzione,
convinsero Leone X a concedere, come
già prima di lui i suoi
predecessori, un'indulgenza plenaria
da divulgarsi in tutta la
cristianità.
L'indulgenza era (ed è) un condono
delle pene che il credente dovrebbe
scontare nel Purgatorio e in vita,
che il papa concede a quei fedeli,
sinceramente pentiti, disposti a
compiere particolari penitenze
(pellegrinaggi, elemosine, opere
meritorie). Lo "sconto" offerto da
questi certificati d'indulgenza era
proporzionato all'importo del denaro
versato. Quale commissiario
dell'indulgenza per grande parte
della Germania il papa nel 1515
nominò il giovane principe di
Hohenzollern Alberto di Brandeburgo.
I redditi ricavati dall'indulgenza
dovevano venire devoluti per la metà
alla fabbrica di san Pietro; l'altra
metà veniva rilasciata
all'arcivescovo, per dargli modo di
pagare le gravi tasse dovute alla
curia papale per la conferma della
sua elezione e per la cumulazione di
tre vescovadi (14.000 e 10.000
ducati), più esattamente per
estinguere il debito di 29.000
fiorini contratto a tale scopo
presso i banchieri Fugger di
Augusta.
Ma fu proprio in Germania che si
ebbero particolari abusi e scandali.
Addirittura il predicatore
domenicano Johann TETZEL giunse ad
affermare che ad ottenere
l'indulgenza per i defunti bastava
la sola offerta dell'elemosina ("...appena
il tintinnio della monetina tocca il
fondo della cassetta delle
offerte..."), anche senza lo
stato di grazia. Chi, pagando una
certa somma, riusciva ad entrare in
possesso del documento scritto (i
vivi direttamente, i morti tramite i
parenti ancora in vita), poteva
ottenere uno sconto sulla pena (per
i vivi anche sulle pene future!), a
prescindere naturalmente dalla fede
personale di chi lo acquistava o di
chi ne beneficiava. In tal modo i
benestanti potevano facilmente
mettersi la coscienza a posto.
Addiritture era stato creato un
tariffario (la 'taxa camarae',
composta di 35 articoli), che
catalogava le colpe in base alla
gravità; in questo modo tutti i
crimini, anche i più orrendi,
potevano essere perdonati in cambio
di denaro. Ne riportiamo alcuni
articoli più significativi: "[...] I
sacerdoti che volessero vivere in
concubinato con i loro parenti,
pagheranno 76 libbre, 1 soldo. [...]
La donna adultera che chieda
l'assoluzione per restare libera da
ogni processo e avere ampie dispense
per proseguire i propri i rapporti
illeciti, pagherà al Papa 87 libbre,
3 soldi. [...] Il vescovo o abate
che commettesse omicidio per
imboscata, incidente o per
necessità, pagherà, per raggiungere
l'assoluzione, 179 libbre, 14 soldi.
Colui che in anticipo volesse
comperare l'assoluzione di ogni
omicidio incidentale che potesse
perpetrare in futuro, pagherà 168
libbre, 15 soldi. [...] Il frate che
per migliore convenienza o gusto
volesse passare la vita in un eremo
con una donna, consegnerà al tesoro
pontificio 45 libbre, 19 soldi.
[...] I laici contraffatti o deformi
che vogliano ricevere ordini sacri e
possedere benefici, pagheranno alla
cancelleria apostolica 58 libbre, 2
soldi. Uguale somma pagherà il
guercio dell'occhio destro, mentre
il guercio dell'occhio sinistro
pagherà al Papa 10 libbre, 7 soldi.
Gli strabici pagheranno 45 libbre, 3
soldi. Gli eunuchi che volessero
entrare negli ordini, pagheranno la
quantità di 310 libbre, 15 soldi
[...]".
Come si può
vedere la Chiesa cattolica aveva
raggiunto l'apice massimo in fatto
di corruzione. Tra il malcontento
generale si levò una voce, quella
del monaco agostiniano tedesco
MARTIN LUTHER
(latinizzato in Lutero), nel
cui sistema teologico
(ricordiamo il voto di farsi
monaco, l'esperienza della
Torre, il suo commento alla
Lettera ai Romani) ormai non
c'era più posto per
l'indulgenza. Il 31 ottobre
1517 questi affisse, secondo
l'uso accademico,
all'ingresso della chiesa
del castello e
dell'università di
Wittenberg 95 tesi formulate
in latino, sul valore e l'efficiacia
delle indulgenze (Disputatio
circularis pro declaratione
virtutis indulgentiarum
) e altri problemi connessi.
Queste tesi ebbero una
risonanza enorme, in poche
settimane si diffusero in
tutta la Germania: molti
speravano che dal suo
intervento provenisse la
spinta decisiva per una vera
riforma della Chiesa.
Ma il suo scritto non fece
altro che suscitare
polemica: Tetzel contrappose
alle tesi luterane delle
tesi contrarie, il celebre
teologo cattolico Eck lo
accusò di sostenere le
stesse tesi di Jan Hus, vale
a dire la negazione
dell'autorità del papa e dei
concili. Frattanto la curia
romana aveva cercato di
ricondurre l'agostiniano
alla retta dottrina per
mezzo dei superiori del suo
ordine ma invano; poi nel
luglio del 1518, Leone
decise di convocare il
monaco a Roma, dove
quest'ultimo confermò
nuovamente le proprie
posizioni; il mese
successivo risolse ancora di
farlo convocare, in
Germania, dal cardinale
Caietano, suo inviato alla
dieta imperiale di Augusta,
e di farlo incarcerare e
mandare a Roma se avesse
perseverato nella sua linea;
se invece fosse stato
contumace, di scomunicarlo.
Accolse quindi
fiduciosamente le generiche
promesse di sottomissione
del monaco e attese fino al
1° giugno 1520 prima di
condannare i punti
fondamentali della sua
dottrina (bolla Exsurge
Domine). A sua volta il
10 dicembre il teologo
ribelle di Wittenberg,
bruciò in pubblico
platealmente la bolla
papale.
Leone rispose il 3 gennaio
1521 con la scomunica (bolla
Decet Romanum ponteficem).
Si stava prospettando la
rottura definitiva fra il
papato e il monaco. Ma
quando arrivò la
promulgazione dell'editto
imperiale di Worms (25
maggio 1521),
con cui Carlo V poneva
Lutero al bando dall'impero
e ordinava la distruzione
dei suoi scritti, il mondo
germanico e del nord Europa
aveva già avviato il
distacco dalla Chiesa
cattolica di Roma, e il
monaco tedesco aveva già
trovato ospitalità presso il
principe elettore Federico
di Sassonia.
Ricordando questi
avvenimenti, appare chiaro
come Leone X si sia mostrato
inadatto alla situazione
enorme che si era trovato a
fronteggiare ed è azzeccata
l'affermazione del Seppelt
secondo cui egli «fu per
la Chiesa una indicibile
sfortuna e una fatalità che
sulla cattedra di Pietro
sedesse lui. Quando la
catastrofe incombeva, egli
non si rese conto della sua
gravità e non fece nulla per
allontanarla, perchè il suo
buon senso si dissolveva in
frivolezze e in politici
intrighi».
Se la politica religiosa fu
un vero disastro, nel corso
dei nove anni di pontificato
di Leone X fu tanto lo
splendore a cui salirono le
arti e le lettere italiane,
da essere uno dei maggiori
papati più prolifici che la
storia ricordi. Ciò che
valse a rendere illustre
questo papa e a farlo
annoverare fra i grandi
italiani, fu l'aver riunito
intorno a sè e l'avere
incoraggiato e protetto i
maggiori ingegni dell'epoca.
Basti accennare a
Michelangelo, Raffaello,
Bembo, Sadoleto, Sannazzaro,
Castiglione, Guicciardini,
Erasmo, Giuliano e Antonio
da Sangallo, Sansovino,
Peruzzi, Romano ; piu freddo
verso l'Ariosto, ostile
verso il Machiavelli.
Leone X arricchì la
Biblioteca Vaticana,
restaurò e ampliò la
Biblioteca già voluta dal
padre (e detta appunto
Laurenziana) dopo i
saccheggi compiuti dai
seguaci di Savonarola:
compito, questo, che avrebbe
portato a termine il cugino
Clemente VII affidando i
lavori a Michelangelo. A
quest'ultimo commissionò la
facciata di san Lorenzo a
Firenze. Affidò a Raffaello
la decorazione delle Logge
del Vaticano. Mandò dovunque
dotti esploratori alla
ricerca di preziose
antichità, acquistò
manoscritti latini che erano
all'estero, contribuì allo
sviluppo e alla diffusione
della stampa, protesse e
favori la stamperia del
Muzio. Istituì scuole e
università che divennero
famose per gli uomini che vi
pose a insegnare.
Creò un collegio per gli
studi greci sotto la
direzione di Giano Lascaris.
Favorì gli studi di arabo ed
ebraico ed ebbe come
segretari ai Brevi umanisti
quali Pietro Bembo, Jacopo
Sadoleto e Angelo Colocci
(che fu anche segretario
apostolico). Bembo (a Roma
dal 1512 al 1519) raccolse
poi epistole e brevi papali,
esempi del suo gusto
ciceroniano, negli 'Epistolarum
Petri Bembi Cardinalis et
Patricii Veneti, nomine
Leonis X Pontificis Maximi
scriptarum libri XVI';
Colocci fece della sua villa
romana (detta anche
Horti Colotiani) un
importante luogo di
elaborazione e diffusione
dell'umanesimo romano dopo
l'esperienza dell'Accademia
romana di Pomponio Leto.
Su sollecitazione di Leone X
Jacopo Sannazaro attese
all'edizione del poemetto
cristiano, lungamente
elaborato, 'De partu
Virginis' e Marco
Girolamo Vida diede inizio
alla 'Christias',
un poema sulla vita e la
passione di Cristo, che
completò tuttavia soltanto
nel 1527, sotto il
pontificato di Clemente VII.
In questa vera e propria
"età dell’oro" delle
arti, giunge a maturazione
quel linguaggio
antichizzante e classicista
su cui si erano esercitati
gli umanisti
quattrocenteschi, e che
comincia davvero ad
affermarsi come strumento di
comunicazione universale.
Non da meno la passione
architettonica. Raffaello
progettò Palazzo Branconio
dall’Aquila e poi Palazzo
Vidoni-Caffarelli; Antonio
da Sangallo elaborò, in
Palazzo Baldassini, nuove
proposte tipologiche di
derivazione antiquaria che
poi troveranno applicazione
anche al momento della
costruzione di Palazzo
Farnese in via Giulia,
mentre in Palazzo
Alberini-Cacciaporci e in
Palazzo Maccarani Giulio
Romano mise a punto
ulteriori varianti
tipologiche dello stesso
segno. Baldassarre Peruzzi
realizzò la residenza
suburbana di Agostino Chigi
alla Lungara (la Farnesina)
che può ben dirsi il luogo
dove, grazie anche al
determinante appoggio
decorativo di Raffaello,
forse più che altrove si
raggiunge quell’auspicata 'unione
delle arti' che ne fa
ancor oggi uno degli edifici
più rappresentativi e ben
conservati dell’epoca.
Tutta la città si rinnovò su
iniziativa di molteplici
promotori. In questo
contesto il ruolo propulsivo
di Leone X è centrale e
determinante. Grazie al suo
mecenatismo possono prendere
il largo operazioni urbane
raffinatissime e svilupparsi
progetti di svariata natura.
La sua passione antiquaria,
inoltre, lo porterà a
cercare di prendere
provvedimenti anche in
materia di conservazione del
patrimonio monumentale
antico, minacciato dalle
attività edilizie più
disparate. In tal senso
risulta fondamentale la
nomina di Raffaello a
sovrintendente dei 'magistri
viarum', con mansioni
d’ispettore generale del
patrimonio artistico.
Raffaello svolse per il papa
anche il ruolo di architetto
della Fabbrica di san
Pietro, proponendo per la
chiesa un progetto a pianta
longitudinale che risentiva
di stilemi bramanteschi ed
elaborando un’idea di nuova
piazza rettangolare dominata
al centro dalla presenza di
un alto obelisco (1514).
Per il cardinale Giulio de’
Medici l’urbinate progettò
inoltre la Villa Madama a
Monte Mario, realizzata solo
in parte, che venne
esemplata dichiaratamente
sul modello della villa
pliniana di Tusci e
rappresenta una delle più
complesse opere
architettoniche realizzate
attingendo elementi
compositivi derivati dal
vocabolario progettuale
dell’antichità. La presenza
di Antonio da Sangallo in
qualità di assistente di
Raffaello in questi due
ultimi cantieri ricorda
l’alta considerazione che di
lui ebbe il papa, il quale
lo impiegò anche in progetti
più direttamente legati alla
sua persona, come nel caso
della complessa opera di
riprogettazione di piazza
Navona e adiacenze, per dare
forma a una vera e propria
'cittadella medicea'
nell’area più
rappresentativa dell’antico
Campo Marzio. Nelle
intenzioni del pontefice,
infatti, l’area tra il
Pantheon e piazza Navona
avrebbe dovuto accogliere
un’enorme residenza papale
(dapprima progettata da
Giuliano da Sangallo nel
1513 e poi da Antonio da
Sangallo), oltre ad altre
funzioni direzionali. La
facciata del palazzo si
sarebbe proiettata sulla
piazza, che veniva così a
essere a sua volta
l’emanazione fisica del
potere papale e principesco
dei Medici. Se questo
progetto urbanistico sfumò,
altri non meno importanti
vennero realizzati. Leone X
si rivolse alla zona più
orientale della città, verso
la porta del Popolo.
L’obiettivo era quello di
mettere in collegamento la
zona medicea di piazza
Navona con quella che era la
porta urbana più frequentata
dell’epoca, nell’idea di
rifunzionalizzarla in pieno.
Nel 1517 venne aperta la via
di Ripetta, denominata anche
Leonina, che costeggia il
Tevere fino alla porta. La
fama di Leone X si diffuse
ovunque e il fatto che il
suo pontificato coincise con
l'apogeo del Rinascimento
hanno spinto alcuni storici
e letterati a chiamare quel
periodo col nome di 'papa
Medici'.
Dopo aver da poco elevato
Carlo V a difensore della
fede cattolica contro il
luteranesimo dilagante, una
volta aver rivisto ritornare
Milano nelle mani degli
Sforza, assicurate allo
Stato Pontificio Parma e
Piacenza, per la quale a
Roma già si preparavano
grandi avvenimento, Leone X
morì improvvisamente, il 1°
dicembre 1521. La sua
improvvisa scomparsa, a soli
46 anni, dopo appena otto di
pontificato, fece circolare
la voce che fosse stato
avvelenato; per questo fu
arrestato il suo coppiere,
Bernabò Malaspina. Il
maestro delle cerimonie di
corte, Paride de Grassis
insistette presso i medici
per l'autopsia, ma non se ne
fece nulla e tutto fu messo
a tacere. La voce che parlò
invece, come sempre, fu
quella di Pasquino, che tra
sarcasmo e maldicenza così
salutava il papa mediceo:
Gli ultimi istanti per
Leon venuti,
egli non poté avere i
sacramenti.
Perdio, li avea venduti!
Di certo la continua
ebbrezza intellettuale e
materiale (non sono poche le
testimonianze intorno ad una
sua presunta omosessualità)
in cui visse questo papa
fece coincidere la sua
volontà di vita con la
voglia di vivere del suo
tempo. Il suo desiderio di
godere la vita e di evitare
grandi responsabilita gli
fece tollerare scandali di
prelati e cortigiani, lo
indusse a creare cardinali
indegni, per brama di
appoggi e ricchezze, senza
rendersi conto che ormai
l'unità cristiana
dell'Europa era
definitivamente compromessa.
Floscio e obeso come lo
dipinge Sebastiano da
Piombo, ci appare
idealizzato in una placida
signorilità nel celeberrimo
ritratto di Raffaello (oggi
ammirabile nella Galleria di
Palazzo Pitti a Firenze).
Sepolto momentaneamente in
san Pietro, fu poi
trasferito nel suo mausoleo,
disegnato dal Sangallo, in
santa Maria sopra Minerva.
ADRIANO VI
- Adriaan Florensz Dedel
(1459-1523)
(papato 1522-1523)
ADRIAAN
FLORENSZ Dedel,
nacque a Utrecht in
Olanda il 2 marzo
1459. Nonostante le
umili origini fu
teologo, professore
e rettore
dell'università di
Lovanio dove ebbe
come allievo Erasmo
da Rotterdam. Fu
scelto
dall'imperatore
Massimiliano come
precettore del
nipote Carlo, futuro
imperatore, fino al
1515, riuscendo ad
infondere una forte
religiosità sul
giovane. Questo tipo
di formazione
profondamente
meditativa e
contemplativa unita
al carattere già
profondamente
introverso del suo
protetto, diede vita
ad una personalità
di ottimo spessore
culturale, intrisa
di un fervente
cattolicesimo, quasi
mistico, che
portavano il futuro
sovrano, in casi di
particolare
difficoltà, anche a
lunghi periodi di
abbandono eremitico
e di preghiera.
La protezione
imperiale gli
facilitò la
carriera: vescovo di
Tortosa e
Inquisitore di
Aragona e Navarra in
Ispagna nel 1516;
nominato da Leone X
cardinale-presbitero
del titolo dei santi
Giovanni e Paolo nel
1517; Governatore
generale della
Spagna nel 1520.
Il conclave apertosi
alla morte di Leone
X era dominato da
due correnti: quella
filo-imperiale e
quella
filo-francese; non
mancavano, però,
rappresentanti di
Enrico VIII, quale
il cardinale Volsey.
Il favorito sembrava
fosse Giulio de'
Medici (futuro
Clemente VII). Dopo
lunghe discussioni i
suffragi furono dati
al fiammingo Adriano
di Utrecht, eletto
il 9 gennaio 1522,
malgrado la
nazionalità
straniera e le umili
origini. Pochissimi
a Roma lo
conoscevano e ci
volle poco a capire
che la scelta di un
tal cardinale si
doveva alla
preponderanza del
partito di Cesare.
Quando ricevette la
notizia della sua
elezione Adriano si
trovava a Vittoria,
città spagnola;
accettò
esclusivamente in
obbedienza a Dio,
cosciente della
grave responsabilità
a cui era stato
chiamato.
Assunto il nome di
ADRIANO VI, chiamato
dall'Aretino 'la
tedesca tigna', si
preparò a partire,
ma soltanto
nell'agosto del 1522
riuscì a giungere in
Italia, dopo aver
rifiutato gli inviti
di Enrico VIII,
Francesco I e Carlo
V che lo pregavano
di recarsi presso le
rispettive corti.
Durante la sua
assenza il governo
fu tenuto da tre
cardinali scelti a
sorte ogni mese. Una
volta entrato in
Roma, venuto a
conoscenza che si
stava per costruire
un arco trionfale in
suo onore, che
sarebbe costato
cinquecento ducati,
ordinò che fossero
subito sospesi i
lavori.
Con l'ascesa al
trono pontificio di
Adriano VI si passò
dal fiorente
mecenatismo e dalla
mondanità della
corte di Leone X
all'austerità di
questo monaco
fiammingo che
improntò la sua
missione apostolica
a rigore e severità.
In un messaggio
affidato ad un suo
Legato, Francesco
Chieregati, alla
Dieta di Norimberga
del 25 novembre 1522
riconobbe
apertamente "gli
abomini, gli abusi e
le prevaricazioni
della corte romana;
[...] malattia
profondamente
radicata, sviluppata
ed estesa dal capo
ai membri". Il
tentativo di riforma
intera incontrò le
resistenze venali di
una curia corrotta e
ostile; per questo
invitò a Roma Gian
Pietro Carafa
(futuro Paolo IV),
per affidargli la
riforma dei costumi
e della disciplina
del clero. Agli
ecclesiastici che
reclamavano perchè
venivano privati di
tanti emolumenti era
solito ripetere: "
Il papa deve ornar
le chiese con i
prelati e non i
prelati con le
chiese".
Tentò anche di
arrestare, in
Germania, i
progressi di Lutero,
invitando i principi
tedeschi all'unità,
rispettando la messa
al bando dall'impero
di Lutero. Ma a
causa dell'ostilità
largamente diffusa
contro Roma, il suo
appello incontrò una
ben scarsa eco.
Lutero potè
continuare senza
interruzione i suoi
attacchi violenti
contro la Chiesa;
libelli come il
"Monaco vitello" e
il "Papa asino"
uscirono in quel
tempo dalla sua
penna.
Si rese fautore di
un'intesa tra il
cattolico Impero,
con Carlo V, e la
cattolica Francia,
con Francesco I,
unendo le forze in
una spedizione
contro il pericolo
turco: Rodi era
caduta in mano
musulmana il 25
dicembre 1522. Ma
suo malincuore
dovette aderire alla
lega imperiale
contro i francesi
quando si accorse
che Francesco I
simpatizzava per gli
ottomani e si
preparava ad
impadronirsi del
Regno di Napoli.
Interessantissima
una sua
affermazione, tratta
da un suo
Commentario,
sull'infallibilità
papale: "Se per
Chiesa romana si
intende il suo capo
o pontefice, è
indiscutibile che
egli possa errare
anche su argomenti
concernenti la fede.
Lo fa quando predica
l'eresia nei propri
giudizi o nelle
proprie decretali.
In verità molti
pontefici romani
furono eretici, e
l'ultimo di essi fu
papa Giovanni XXII".
Nonostante la vasta
impresa di riforma
intrapresa, Adriano
VI, forse perchè non
amante delle arti e
delle lettere
(scrive il Negri:
"dubito molto
che un dì non faccia
quello che dice aver
fatto già san
Gregorio, e che di
tutte queste statue,
viva grandezza e
gloria romana, non
faccia calce per la
fabbrica di san
Pietro!"),
benchè assai
caritatevole, non fu
per nulla amato dai
romani, abituati a
spensierate baldorie
di feste
paganeggianti:
quell'integrità
morale non suonava
affatto bene.
L'insofferenza dei
romani fu
evidenziata dalla
voce poetica del
Berni che si scagliò
contro il papa con
versi pieni di
sarcasmi e vituperi,
talvolta pungenti,
spesso semplicemente
calunniosi. Nel 1523
Adriano VI allontanò
da Roma il poeta per
uno scandalo legato
ad un amore
omosessuale e,
forse, anche per
aver composto delle
rime contro il papa.
Ma la voce più
grossa, come sempre
in questi casi, fu
il Pasquino,
portavoce ufficioso
di sentimenti e
risentimenti di
nobili e non. E gli
insulti sulle carte,
affisse nottetempo
al torso di Parione,
si moltiplicarono al
tal punto che
Adriano pensò di
liberarsene
gettandolo nel
Tevere. Fu dissuaso
dal duca di Sessa
che "con ingegno
civile e arguto,
disse che ciò non si
doveva fare,
soggiungendo che
Pasquino, ancora nel
più basso fondo del
fiume, a uso delle
rane, non avrebbe
taciuto"!.
In questo clima
ingiustificato di
malcontento
generale, Adriano VI
improvvisamente si
ammalò e morì
(secondo alcuni
storici a causa
della sua smodata
passione per la
birra) il 14
settembre 1523, dopo
neanche due anni di
regno. La sua morte
fu salutata come una
festa; alla porta
del medico
personale, Giovanni
Antracino, fu
apposta l'iscrizione
'Liberator Patriae
S.P.Q.R.' (al
Liberatore della
Patria, il Senato e
il Popolo Romano).
Cardinali, curiali,
cortigiane, buffoni
e parassiti si
unirono all'assurda
euforia dei romani,
fiduciosi di
riguadagnare terreno
con il nuovo papa.
La Roma gaudente non
aveva compreso a
fondo questo
pontefice che aveva
gettato, forse
troppo precocemente,
forse in maniera
esageratamente
austera, i semi
della futura Riforma
cattolica.
Fu sepolto
provvisoriamente in
san Pietro tra Pio
II e Pio III; la
'pasquinata'
non tardò ad
arrivare: "Hic
jacet impius inter
Pios", 'Qui giace un
non pio tra i Pii".
Una semplice ma
amara iscrizione,
che ebbe comunque
una degna e nobile
risposta
nell'epitaffio che
egli stesso preparò
per il suo sepolcro:
"Adrianus VI hic
situs est, qui nihil
sibi infelicius in
vita quam quod
imperare ", 'Qui
giace Adriano VI,
che ebbe la maggiore
delle sventure,
quella di regnare'.
A farla incidere fu
l'unico fedele amico
su cui potè contare
anche da morto, il
cardinale Wilhelm
Enkenvoert, che
provvide nell'agosto
del 1533 a far
traslare le sue
spoglie in un
grandioso mausoleo,
opera dello scultore
Niccolò Pericoli il
Tribolo, nella
chiesa dei tedeschi
in Roma, santa Maria
dell'Anima. Adriano
VI fu l'ultimo papa
non italiano prima
dell'attuale
Giovanni Paolo II.
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