
LEONE IX,
Brunone, alsaziano (1049-1054)
Brunone della famiglia alsaziana dei conti di
Egisheim-Dagsburg, nato intorno al 1002 e già vescovo di
Toul fu nominato papa, rispettando così anche i voleri
imperiali il 12 febbraio 1049, con il nome di Leone IX,
dopo una vacatio al soglio durata oltre sei mesi.
Al suo arrivo a Roma, iI vescovo di Toul fu accolto fin
dall’inizio come un santo da una processione di popolo
che lo ricevette a porta Latina.
L’
operato di Leone IX fu subito improntato alla riforma ed
al risanamento morale della Chiesa con un concilio
tenuto a Roma dopo solo due settimane dalla sua
consacrazione e durante il quale rinnovò le abiure di
Clemente II nei confronti della simonia e del nepotismo,
nonché contro i concubinati clericali. Per la riforma
ecclesiastica e della Chiesa chiamò a sé le persone più
integerrime e dotte dal punto di vista teologale quali
Ildebrando di Soana (vero artefice della riforma
stessa), già monaco a Cluny o cluniacense , il quale fu
nominato suddiacono ed al quale fu affidata
l’amministrazione della basilica di San Paolo. Ma anche
il monaco Umberto di Moyenmontier già suo compagno di
viaggio fino a Roma ed in seguito suo ambasciatore, l’
arcidiacono Federico di Lorena in qualità di
bibliotecario, l’ abate Ugo Candido ed ancora l’abate
Ugo di Cluny, l’arcivescovo Alinardo di Lione e Pier
Damiani priore di Fonte Avellana vicino a Gubbio.
Dopo
aver deposto una miriade di vescovi e prelati che
avevano in qualche modo tenuto comportamenti poco
consoni ai decreti conciliari, Leone IX visitò il Nord
Italia , la Germania ed infine la Francia, convocando di
volta in volta i concilii di Pavia, Colonia, Reims e
Magonza , confermando i decreti del concilio romano. A
Colonia pronunciò l’anatema contro Goffredo di Lorena e
Balduino, principi ribelli all’imperatore Enrico III.
Nell’aprile del 1050 in un nuovo concilio di Roma , fu
ripresa la scomunica del canonico Berengario di Tours,
la quale eresia sconfessava la presenza di Cristo nell’
eucaristia. Un’ altra spinosa questione affrontata da
Leone IX fu l’accuirsi dello scisma tra oriente ed
occidente quando Michele Cerulario, patriarca di
Costantinopoli accusò di eresia la Chiesa romana facendo
chiudere tutte le chiese e le rappresentanze latine.
Ma se sul fronte delle riforme attorno a lui si creò un
alone di santità, sul campo temporale la sua aurea fu
piuttosto scalfita quando il 18 giugno del 1053 per
difendere Benevento, città pontificia in virtù della
donazione fatta da Enrico III, dalle scorrerie normanne
, per non aver voluto trattare, l’ esercito di Leone IX
fu sconfitto a Civitate a sud del Gargano dall’ esercito
di Riccardo di Aversa e di Roberto il Guiscardo.
Il pontefice sconfitto fu imprigionato e liberato solo
il 12 marzo del 1054, ormai ammalato e deluso si fa
trasportare in laterano dove arriva il 3 aprile e dove
il 19 aprile muore.
Seppure la sua fama santità fu leggermente offuscata per
aver brandito la spada contro fedeli cristiani, sulla
sua tomba si perpetrarono numerose guarigioni finchè nel
1087, papa Vittore III decise di dargli una più degna
sepoltura facendo trasferire la salma in San Pietro.
San Leone IX è stato proclamato patrono di Benevento nel
1762 ed il Martirologio lo festeggia il 19 aprile.
VITTORE II,
Gebeardo, conti Dollestein,
tedesco (1055-1057)
Gebeardo dei conti di Dollnstein-Hirschberg (famiglia
sveva) , cugino di Enrico III e vescovo di Eichstätt fu
proclamato pontefice il 16 aprile 1055 ed assunse il
nome di Vittore II, dopo oltre un anno di sede vacante.
Il
motivo di un così lungo interregno fu dovuto a parecchi
fattori, il primo tra i quali il fatto che la nobiltà
romana mandò a Magonza parecchie ambascerie al fine di
far propendere la scelta dell’imperatore su qualche
personaggio antiriformista. Ma nonostante Ildebrando di
Soana si trovasse ancora in Francia per far capitolare
il monaco eretico Berengario, cosa che per altro gli
riuscì durante il concilio di Tours del 1054, riuscì a
convincere l’imperatore a spostare la scelta sul di lui
cugino in maniera che l’opera riformatrice potesse aver
seguito.
Un ulteriore ritardo alla nomina papale fu dovuto allo
stesso Gebeardo il quale volle assumere l’impegno solo
dopo l’assicurazione di Enrico III che i territori
pontifici sarebbero stati posti sotto tutela imperiale.
Enrico
III la promessa la fece salvo poi nominare il pontefice
“vicario imperiale” nel giugno dello stesso anno in
occasione dei concilio di Firenze, scaricandosi così le
responsabilità temporali legate ai territori governati
dal papa.
Capito che avrebbe dovuto arrangiarsi nel campo
militare, Vittore II cercò quindi l’appoggio di Goffredo
di Lorena anche se questi era stato per lungo tempo in
contrasto con Enrico III, dal quale era stato spogliato
del ducato di Bassa Lorena e che dopo aver sposato
Beatrice, vedova di Bonifacio di Toscana ( morto nel
1052 per un incidente di caccia) ed essere diventato il
signore più potente d’ Italia, fu nuovamente attaccato
da Enrico III non dimentico dei torti subiti.
Goffredo era riuscito a resistere agli attacchi
dell’esercito imperiale lascinando però in mano a Enrico
III, la moglie Beatrice e la figlia Matilde, nata dal
matrimonio con il precedente marito.
Però la sorte non girò male al pontefice perché Enrico
III morì nell’ottobre del 1056 e con l’imperatrice
Agnese riuscì a trovare il giusto canale diplomatico per
ricondurla a più miti consigli.
L’influenza di Ildebrando di Soana fece si che ad Agnese
fosse riconosciuta la reggenza sul figlio Enrico di
appena sei anni ed in cambio questa lasciò liberi gli
ostaggi, restituendo a Goffredo la Lorena.
Rientrato in Italia, durante il concilio di Firenze del
1057 Goffredo fu proclamato “ patricius” e suo fratello
Federico, già abate di Montecassino proclamato cardinale
di San Crisogono in Transtevere.
Già provato per i duri viaggi Vittore II si spense ad
Arezzo il 28 luglio 1057, alcuni vescovi avrebbero
voluto far trasportare la salma ad Eichstätt ma fu
impedito dalle locali popolazioni pertanto il corpo fu
trasportato a Roma dove fu sepolto ( probabilmente nella
chiesa di Santa Maria in Cosmedin)
STEFANO IX,
Federico, dei duchi di Lorena (1057-1058)
Il
monaco tedesco Federico di Lorena, già cancelliere di papa
San Leone IX, poi monaco a Montecassino, alle isole
Diomedee, o Tremiti, a San Giovanni in Venere, ed in fine
abate di Montecassino; alla morte di Vittore II, fu
consacrato papa il 3 agosto 1057 con il nome di Stefano IX,
nella chiesa di Santa Reparata ( poi divenuta Santa Maria
del Fiore) in Firenze.
La sua consacrazione non fu ben accetta dagli imperiali
perché questa fu praticamente imposta senza il loro consenso
ma, grazie all’opera di mediazione di Ildebrando di Soana,
divenuto nunzio apostolico le cose si volsero al meglio per
il pontefice, d’altro canto l’imperatrice Agnese non fu
certo in grado di contrapporsi alla fine diplomazia dello
stesso Ildebrando.
Non
tutto fu chiaro nel breve operato di Stefano IX perché,
se da un lato tentò di rafforzare ulteriormente il
progetto di riforma, chiamando a sé il dottore della
Chiesa e priore dell’eremo Camaldolese, della Santa
Croce di Fonte Avellana Pier Damiani (già in odore di
santità), nominandolo cardinale di Ostia, dall’altro
macchinò tentando di crearsi un esercito personale, a
capo del quale avrebbe dovuto esserci il fratello
Goffredo, il quale ai suoi occhi avrebbe non solo potuto
diventare re d’ Italia ma forse anche imperatore.
Tanto
è vero che, il pontefice in vista di chissà quali
progetti, fece trasferire il tesoro dell’abbazia di
Montecassino, nonostante le riottosità dei monaci e fu
in procinto di incontrare il fratello a Firenze presso
la chiesa dove era stato consacrato, quando il 29 marzo
1058 morì improvvisamente.
Il
corpo di Stefano II fu sepolto in Santa Reparata stessa.
NICCOLO' II,
Gerardo, della Borgogna (1059-1061)
(con BENEDETTO IX antipapa)
Al
secolo Gerardo di Borgogna, nato a Chevron , nella
Savoia attorno i primi anni del 980 e vescovo di
Firenze, Nicolo II fu consacrato in San Pietro il 24
gennaio 1059 dopo una vacanza del seggio pontificio di
dieci mesi a causa delle ormai connaturate divisioni
interne alla Chiesa stessa.
Infatti, alla morte di Stefano IX la nobiltà romana
tentò il colpo di mano eleggendo pontefice Giovanni
vescovo di Velletri che si insediò con il nome di
Benedetto X grazie anche alla sortita dell’ esercito
capitanato da Gregorio di Tuscolo, fratello di Benedetto
IX il quale, il 5 aprile 1058 entrò in Roma.
L’elezione fu immediatamente condannata da tutti i padri
riformatori da Pier Damiani a Ildebrando di Sona e per
modificare la situazione, si riunirono in concilio a
Siena il 18 aprile, con l’appoggio di Goffredo di
Toscana e Lorena. Dal concilio uscì appunto la scelta di
Gerardo di Borgogna.
Nel
frattempo, Ildebrando di Soana che si già trovava in
Germania mando una sua delegazione presso l’imperatrice
reggente Agnese, ad Augusta, per convincerla ad
abbracciare la causa riformista. L’imperatrice
accondiscese ed ordinò al duca di Toscana di scortare a
Roma il neo eletto pontefice.
In un
nuovo concilio di Sutri Benedetto X fu scomunicato e
dichiarato deposto ma le cose furono tutt’altro che
semplici perché tutti sapevano che ogni tipo di
forzatura da una parte o dall’altra sarebbe costata un
bagno di sangue. L’escamotage fu come sempre trovato da
Ildebrando di Soana il quale nel frattempo era rientrato
ad Ostia: contattato il ricchissimo Leone Baruch,
parente per parte materna e figlio di un ebreo
convertito, riuscì a far circolare notevoli quantità di
denaro tanto da non far presa solo sul popolo ma anche
presso la nobiltà e tanto da riuscir a provocare una
sommossa popolare costringendo Benedetto X alla fuga
Ai
primi di aprile del 1059, Nicolò II tenne il suo primo
concilio in Laterano, con la presenza di oltre 100
vescovi che si concluse con la bolla papale <<In Nomine
Domini>> ( Nel Nome del Signore) del 13 aprile 1059 la
quale oltre ad esprimere nuovamente la condanna e la
scomunica di Benedetto X, la condanna della simonia e la
proibizione del concubinato clericale sancì in modo
inequivocabile che il compito dell’ elezione papale
spettava solamente ai vescovi cardinali, cardinali non
vescovi, clero nobiltà e popolo potevano solamente dare
il loro consenso. Inoltre il decreto stabilì che l’
elezione potesse avvenire anche fuori Roma se i
cardinali vescovi lo avessero ritenuto opportuno, che il
papa poteva anche non essere nativo di Roma pur in
considerazione dei degni e capaci che in Roma avessero
avuto i loro natali. All’imperatore fu riconosciuto il
diritto di essere considerato degno di considerazione e
rispetto.
Inutile dire che quanto stabilito dal pontefice provocò
il finimondo ma anche su questo i padri riformisti
furono pronti. Nicolò II si recò presso i feudi normanni
e nell’agosto 1059 tenne un ulteriore concilio a Melfi,
al quale furono invitati Roberto il Guiscardo e Riccardo
di Aversa, ad essi furono riconosciute tutte le terre
conquistate e ancora da conquistare con l’esclusione di
Benevento. A Roberto fu conferito il titolo di duca
signore di Puglia e Calabria, a Riccardo il titolo di
principe di Capua e la conferma dei suoi già vasti
possedimenti.
Davanti a tanta prodigiosità i normanni si sentirono in
dovere di dichiararsi vassalli del pontefice e pronti a
mettere a disposizione i propri eserciti per il bene
della Chiesa, e a riprova accompagnarono a Roma Nicolò
II allo scopo di porre fine alle velleità di quella
nobiltà che ancora riconosceva Benedetto X, il quale fu
stanato dal castello di Galeria dove si era
asserragliato ed imprigionato nella chiesa di Sant’
Agnese.
Nel
Nord Italia successe invece che il popolo si coalizzò in
una sorta di movimento definito “Pataria” che si
prefiggeva lo scopo di combattere il concubinato dei
preti e che arrivò talvolta a veri e propri tumulti con
relativi saccheggi. A dirimere la questione arrivarono,
nel 1060 Pier Damiani ed il vescovo di Lucca i quali,
non senza notevoli sforzi costrinsero Guido arcivescovo
di Milano e tutto il clero a fare atto di rinuncia al
concubinato e pronuncia di abiura nei riguardi della
simonia.
Mentre
ad Augusta per indorare la pillola alla corte imperiale
fu inviato il cardinale Stefano ma non fu ricevuto
dall’imperatrice, mentre quasi tutti i vescovi tedeschi
dichiararono nulle le decisioni papali ed in aperta
sfida, illegali le nuove modalità di elezione.
Ma l’aria dello scisma in essere Nicolò II non la potè
respirare: si spense a Firenze il 27 luglio 1061 e fu
sepolto nella stessa cattedrale.
ALESSANDRO II, Anselmo da
Baggio, di Milano (1061-1073)
Anselmo, nato a Baggio (oggi in provincia di
Milano), vescovo di Lucca fu consacrato papa alla
mezzanotte tra il 30 settembre ed il 1° ottobre
1061. Egli fu eletto secondo i dettami della bolla
del 13 aprile del 1059, per volere di Ildebrando di
Soana e di tutti i riformatori, con la protezione di
Riccardo di Capua, nonostante il tentativo del conte
Gherardo di Galèria di far eleggere il cancelliere
Guilberto, per il qual scopo si era recato con una
delegazione ad Augusta presso la corte imperiale. Ma
lo scisma accadde il 28 ottobre 1061, quando i
vescovi germanici venuti a conoscenza della
“forzatura” si riunirono nel concilio di Basilea
decretando patricius romanorum Enrico IV, figlio
decenne di Enrico III ed eleggendo papa Cadalo,
vescovo di Parma che assunse il nome di Onorio II.
Ma
l’investitura di Onorio II avrebbe potuto avvenire solo
a Roma, dove egli arrivò nel marzo del 1062, scortato
dall’esercito lombardo. Battute le truppe papaline si
impossessò della città leonina e di San Pietro. Nel
frattempo in Germania era accaduto una sorta di colpo di
stato da parte di Annone, arcivescovo di Colonia, il
quale più vicino ai riformisti aveva tolto la reggenza
all’imperatrice Agnese ed aveva preso sotto protezione
il giovanissimo Enrico IV. Annone infine convocò il
parlamento germanico affidando l’istruttoria per
dirimere lo scisma al nipote Burcardo, vescovo di
Halberstadt il quale alla fine decretò del tutto valida
l’elezione di Alessandro II. Anche a quei tempi, quando
si voleva far giungere una notizia importante a
qualcuno, questa spesso metteva le ali e Alessandro II,
appena venuto a conoscenza del pronunciamento di
Burcardo non attese il decreto parlamentare per
conferire a quest’ultimo l’arcivescovado di Pallium e ad
Annone il cancellierato di tutta la Chiesa. Alessandro
II fece ritorno a Roma nell’aprile del 1063 scortato
dall’esercito di Goffredo di Toscana. Convocato un
concilio in Laterano, Onorio II fu scomunicato e
destituito. La definitiva soluzione avvenne però
solamente il 31 maggio 1064 quando convocato il concilio
di Mantova costituito da vescovi tedeschi ed italiani ,
Alessandro II fu definitivamente riconosciuto il papa
legittimo . Le pretese di Onorio continuarono fino alla
sua morte avvenuta nel 1072 ma senza più seguito.
Gli
altri fatti salienti di questo pontificato furono
sicuramente la conquista dell’ Inghilterra del 1066, da
parte del duca Gugliemo di Normandia che sotto il
gonfalone di San Pietro schiacciò il partito degli
antiriformisti; nonché la conquista della Sicilia da
parte di Roberto il Guiscardo, con la cacciata degli
arabi. Intensi rapporti furono intessuti con il regno
cristiano di Spagna di Filippo I Capeto e soprattutto
diede il suo appoggio ai vescovi francesi contro la
persecuzione degli ebrei in Francia.
Un
altro gonfalone di San Pietro fu inviato al cavaliere
Erlembaldo che si era schierato a favore della Pataria e
di Pier Damiani per la tenacia nel sostenimento della
riforma e soprattutto per essere riuscito a sventare,
dopo l’abdicazione del arcivescovo Guido, l’elezione di
Goffredo, prete antiriformista fedele ad Enrico IV,
imponendo l’elezione di Attone, soprattutto dopo la
morte di Pier Damiani, avvenuta nei primi mesi del 1072.
Il
pontificato di Alessandro II finì comunque in maniera
turbolenta così come iniziato perché nel 1069 morì anche
Goffredo di Toscana la nobiltà romana si riaffacciò
rivendicando la signoria di Roma città attraverso
l’incarico di prefetto all’epoca detenuto da Cencio
della famiglia dei Crescenzi.
Alessandro II si spense il 21 aprile del 1073 e fu
sepolto in laterano.

GREGORIO VII,
Ildebrando, della Tuscia (1073-1085)
Ildebrando di Soana fu eletto papa il 22 aprile del
1073, in San Pietro, con il nome di Gregorio VII.
Nato intorno al secondo decennio dell’anno mille,
nel territorio di Sorano (attuale provincia di
Grosseto), dall’artigiano Bonizione e dalla madre
Betta, la sua vita fu subito improntata alla
religiosità, soprattutto per l’interessamento dello
zio materno Lorenzo, abate del monastero di Santa
Maria all’Aventino e successivamente di Giovanni
Graziano, arciprete di San Giovanni a Porta Latina,
divenuto successivamente papa Gregorio VI. Alla
morte di quest’ ultimo si ritirò nel monastero di
Cluny da dove fu richiamato da papa Leone IX per
essere affiancato nella riforma della Chiesa , della
quale si è sino a questo pontificato descritto.
Contrariamente a quanto disposto dal decreto di
Niccolò II che prevedeva l’elezione pontificia
proveniente dal conclave dei cardinali vescovi,
Gregorio VII fu invece proclamato papa a furor di
popolo lo stesso giorno delle esequie ad Alessandro
II, in presenza del suo feretro e nonostante un
primo diniego, accomodato dal cardinale Ugo Candido,
egli fu definitivamente consacrato il 30 aprile
dello stesso anno.
Enrico IV non ci mise molto a ratificare l’elezione
di questo papa che riconfermò subito tutta la
riforma, per altro da lui stesso fortemente voluta,
minacciando di scomunica chiunque non avesse aderito
alle volontà pontificali. All’imperatore le volontà
del papa furono comunicate da Goffredo di Lorena
detto “il Gobbo”, terzo marito di Matilde di Toscana
e Lorena.
Nel marzo del 1074 Gregorio VII convocò il suo primo
concilio in Roma alla fine del quale furono
scomunicati tutti i prelati in odore di simonia o di
concubinato. L’imperatore fu informato di tali
decisioni dalla stessa madre ed imperatrice Agnese,
la quale si aggregò alla delegazione pontificia in
visita alle terre germaniche.
La
contesa si innescò sul controllo dei territori e sul
dissidio dei vescovi germanici.
Gregorio VII anticipò tutto e tutti convocando un
ulteriore concilio nel febbraio del 1075 il quale
provocò un decreto ( Dictatus Papae)
che sosteneva la priorità assoluta del
pontefice nella nomina dei vescovi e la
scomunica di cinque prelati e vescovi,
consiglieri di Enrico IV, ovvero la netta
indipendenza del potere religioso, senza per
questo rinunciare ai diritti territoriali
ecclesiastici, là dove gli stessi territori
venivano considerati patrimonio della Chiesa
stessa, con i propri sudditi, in una sorta
di regno “teologico”.
La
fermezza e la convinzione del papa in queste
questioni non provocarono solo malumori ma,
dopo la sostituzione di cardinal Attone con
Tedaldo a Milano ed il completo dissenso del
cardinal Guilberto di Ravenna, la situazione
sfociò in una vera e propria sommossa
antipontificia. L’insurrezione fu comandata
da cardinal Ugo Candido ( lo stesso che
aveva voluto la sua incoronazione ed
improvvisamente - forse per mano imperiale –
divenutogli nemico) e capitanata dal
prefetto Cencio.
Mentre Gregorio VII stava celebrando la
santa messa la notte di natale del 1075, in
Santa Maria Maggiore , il prefetto con un
manipolo di uomini ferì il pontefice
sull’altare e lo arresto sino a rinchiuderlo
nella torre dello stesso monastero.
Gli stessi cristiani che avevano voluto la
sua elezione e che stavano assistendo alla
funzione, dopo qualche ora di sbandamento
riuscirono ad organizzarsi e a liberare il
papa già il 25 dicembre stesso. Gregorio
VII, liberato dalla torre calmò la folla
inferocita e riprese la funzione da dove era
stata interrotta. Sia il prefetto Cencio che
il cardinal Candido riuscirono a guadagnare
il largo fino a rifugiarsi presso la corte
di Enrico IV.
Nel gennaio del 1076 Gregorio VII invitò
Enrico IV a conferire in Roma al fine di
scagionarsi nei confronti della congiura
subita. Enrico IV rispose invece con
l’assemblea a WORMS del 24 gennaio dello
stesso anno, durante la quale il papa fu
messo sotto accusa perché: "attraverso
Matilde di Canossa ed altre stregonerie era
riuscito a convincere il popolo romano in
una sorta di antimperialismo".
L’assemblea deliberò la disobbedienza,
quindi, da tutti i decreti papali ed alle
future deliberazioni.
Il
pontefice rispose attraverso il concilio del
2 febbraio in Laterano con la scomunica di
Enrico VI, alla presenza propria madre,
l’imperatrice Agnese e di Matilde di
Canossa.
Secondo la cronaca, l’anatema papale colpì
con la morte molti dei consiglieri
imperiali, tra i quali l’arcivescovo di
Utrecht e lo stesso Cencio ex prefetto di
Roma, con la conseguenza che principi, e
tanti altri vassalli, duchi, marchesi e
conti, antagonisti alla dinastia dello
stesso imperatore, si ribellarono e si
auto-convocarono in Augusta per convincere
il re-imperatore ad abbandonare l’eventuale
intento di una lotta fratricida.
Superando la scadenza dell’ ultimatum
previsto per il 2 febbraio 1077, Enrico IV
con il proprio esercito diresse verso Roma e
giunse nei pressi di Mantova la mattina del
25 gennaio dello stesso anno, là dove il
papa era in visita e prontamente rifugiato
presso il castello di Matilde di Canossa.
Enrico IV dovette rimanere per tre giorni e
tre notti sotto la neve ed il gelo, prima di
essere ricevuto dal papa, al quale stava
andando a chiedere clemenza e dal quale
riceverà la comunione. (nda - da cui il
detto: "CI RIVEDREMO A CANOSSA!".
Enrico IV, nonostante la revoca
dell’interzione papale, al suo
rientro in Germania trovò un clima
piuttosto ostile. La nobiltà, in sua
assenza aveva nel frattempo
decretato re ed imperatore suo
cognato Rodolfo, duca di Svevia,
quando l’imperatrice Agnese moriva
il giorno di natale del 1077.
Le lotte fratricide all’interno
delle terre Germaniche iniziarono
subito dopo per terminare ( o quasi
) solamente nel 1080.
Le trame, le battaglie, le
usurpazioni anche tra consanguinei
non ebbero mai termine.
Per Enrico IV le vittorie arrivarono
una dopo l’altra fino alla morte del
suo più acerrimo nemico: il cognato
Rodolfo, avvenuta sulle rive dell
fiume Elster dopo una sanguinosa
battaglia accaduta il 15 ottobre
1080.
Il re o imperatore, si presentò
sotto le mura di Roma e nell’ aprile
del 1082 dopo essere entrato nella
“città leonina” assedia Castel Sant’
Angelo dove Gregorio VII si era
trincerato.
Questo avvenne essenzialmente per il
tradimento della nobiltà romana,
esclusa sin dall’inizio
dell’elezione di questo papa.
La stessa nobiltà si fece garante
delle volontà di Enrico IV, salvo
poi smentirsi e fu quindi un
andirivieni delle truppe imperiali
attraverso Roma, fino a che Enrico
IV non decise di insediare un nuovo
papa: Clemente III, ovvero il
patriarca Guilberto di Ravenna.
Inutili fino a quel punto furono gli
sforzi di Matilde di Canossa che per
finanziare e mantenere il papa, era
riuscita a vendere persino le
dorature del proprio castello.
Il 24 marzo 1083, ignorando
completamente l’assedio di Castel
Sant’Angelo e quindi la presenza di
Gregorio VII, Enrico IV entrò a Roma
con il proprio esercito decretando
papa, per l’appunto, Clemente III,
dal quale lo stesso giorno si fece
incoronare imperatore.
A quel punto intervenne il normanno
Roberto il Guiscardo il quale,
liberatosi temporaneamente dai
saraceni condusse il proprio
esercito verso Roma,rispondendo così
all’appello lanciato dal papa ben
due anni prima.
Il 27 maggio da porta San Giovanni
entrarono i normanni capitanati da
Roberto il Guiscardo dopo che 6
giorni prima, ovvero,
preventivamente, il Enrico IV
abbandonò il campo assieme al suo
antipapa rifugiatosi a Tivoli.
Il 30 maggio tutta la nobiltà
antipapale fu massacrata ed un
vastissimo incendio si propagò dal
Colosseo al Laterano distruggendo
case, chiese e monumenti. Le
devastazioni prodotte dai normanni
infliggono un ulteriore colpo alla
credibilità di Gregorio VII,
nonostante questi avesse tentato in
ogni modo di fermare le violenze.
Perduta la propria credibilità , il
pontefice fu costretto a seguire le
orme dei devastatori e a rifugiarsi
a Salerno, dove morì il 25 maggio
1085. Le sue spoglie dapprima
deposte in un sarcofago del III
secolo, nel 1953 furono traslate in
una nuova urna nel 1953, sempre
all’interno della chiesa di San
Matteo in Salero.
La sua canonizzazione in quanto
“omo” libero, casto e puro avvenne
nel 1606.
(nda: probabilmente le voci che
corsero sulle relazioni con Matilde
di Canossa non furono del tutto
“barbine”, nell’insegna di "fate
quel che dico non fate quel che
faccio".
Nel frattempo nel mondo circostante
altri eventi ebbero luogo:
a VENEZIA succedette a Domenico
Contarini ( 1043-1071) il doge
Domenico Silvo (1071-1084) e si
insediò poco dopo la morte di
Gregorio VII il doge Vitale Falier
L’ISLAM, ad oriente si suddivise con
Allah al Qaim (1031-1075), ultimo
erede della dinastia Abbassidas, di
Bagdad rigenerata in mille rivoli
sparsi per tutto il Nord Africa fino
alla penisola Iberica con le
roccaforti di Granada e Cordova, per
lasciare il posto al sultanato di
Konia, il cui primo capostipite fu
SÜLEYMAN I Jutalmisoglu
Nàrcsiruddevle Ebu’l-Fevàrcris Gazi
(1077-1086) della dinastia Selyúcida
(la prima turco-ottomanna)
VITTORE III,
Dauferio, di Benevento (1086-1087)
Al secolo Desiderio, nato a
Benevento ed abate della basilica di
Montecassino, egli fu sicuramente
proposto dal principe Giordano di
Capua, ma tra i suoi sostenitori vi
fu anche Matilde di Canossa (non
certamente poco importante all'epoca
dopo la debacle di Enrico IV presso
il castello di Canossa, dove matilde
aveva le sue terre di Toscana e
Lorena, in quanto figlia di
Bonifacio, marchese di Toscana e di
Beatrice di Lotaringia, sposa di
Goffredo il Gobbo duca di Lorena).
Stante come stavano le cose
socio-economiche nonchè le questioni
religiose volute dai suoi
predecessori riformisti, o forse più
probabilmente per motivi di
effettiva religiosità asceta,
Desiderio, nostante le pressioni
rifiutò. Egli sosteneva infatti che
solo un concilio lo avrebbe
costretto a ricevere la
consacrazione.
Ma tante e tali furono le pressioni
degli stessi cardinali italiani che
alla fine fu convinto ad andare a
Roma almeno per la Pasqua del 1086,
dopodichè il 24 maggio avvenne la
sua elezione, per la quale assunse
il nome di Vittore III.
Andirivieni ed opposti veti
incrociati tra il principe di Capua
e Roberto il Guiscardo scatenarono
però lotte ed insurrezioni interne
ai normanni ed il pontefice, già
restio per principio non fece altro
che raggiungere via mare Terracina,
dove si spogliò delle insegne
papali, pensando di ritornare a vita
monastica.
Ritornò però ben presto alla carica
il principe di Capua il quale,
accordatosi definitivamente con
Roberto il Guiscardo , su pressioni
di Matilde di Canossa al fine di
promuovere un nuovo concilio, quello
del marzo 1087 a Capua, anche per
scongiurare il nuovo reinsediamento
di Clemente III, reinsediatosi in
Laterano con l'appoggio imperiale di
Enrico IV.
Alla fine Vittore III fu consacrato
papa il 9 maggio 1087, ma non si
insedio nella cattedra di San
Pietro, sotto scorta di Matilde di
Canossa stabilì la sua cattedra
sull' isola Tiberina ( parte di Roma
sul fiume Tevere), dove però il
vecchio abate si ammalò, mentre
l'antipapa Clemente III
scorribandava per Roma avendo
fissato la sua dimora in Castel
Sant'Angelo.
Vittore III, ormai alle soglie della
morte, riuscì però a decretare
alcune funzioni essenziali,
attraverso il concilio di Benevento
tenutosi tra la fine di agosto e i
primi giorni di settembre dello
stesso anno. In pratica, egli definì
per sempre la scomunica di Clemente
III, rinnovò i canoni della riforma
e bandì un appello a tutti i
cristiani contro l'imperversare
dell'Islam in Nord Africa e nella
menisola Iberica, per il quale
appello risposero le città di
Amalfi, Pisa e Genova che riuscirono
ad imporre il proprio dominio sulla
città di Mahdia (nell'odierna
Tunisia).
Vittore III si spense nella sua
abbazia a Montecassino il 16
settembre 1087, ove tuttora dovrebbe
riposare a dispetto dei
bombardamenti avvenuti durante la II
guerra mondiale. Vittore III fu
beatificato solamente nel 1887 (nda:
forse avrebbe dovuto avere un
maggior tributo, sia in termini di
fede che di umiltà!).
Nel frattempo a Venezia fu insediato
il XXIII doge: Vitale Falier
(1084-1085)
Amalfi in quegli anni si stava
spegnendo a causa delle opressioni
normanne e delle continue
scorribande di Pisa, dalla quale
sarà definitivamente saccheggiata
nel 1135.
Genova stava appena nascendo
economicamente, commercialmente e
politicamente impostata sulla
gestione veneziana, il suo primo
doge a vita fu Simon Boccanegra( X
secolo).
Ad oriente il sultano Seljuk, dopo
aver messo in serie difficoltà
l'impero romano d'oriente, elesse la
capitale a Konya (bellissima città
della Turchia asiatica posta nel
bacino del Taro).
URBANO II,
Oddone, francese (1040-1099)
(pontificato 1088-1099)
Fu
eletto l’ 8 marzo 1088 a Terracina,
da un conclave formato da una
quarantina di vescovi e prelati e
dal prefetto Benedetto, in
rappresentanza del popolo, dopo una
vacanza di quasi sei mesi dovuta al
fatto che la Cattedra di San Pietro
era tornata in balìa dell’antipapa
Clemente III.
Eudes (Oddone) che assunse, appunto,
il nome di Urbano II nacque intorno
al 1040 a Châtillon-sur-Marne in
Francia, da nobile famiglia . Compì
i suoi studi a Reims e divenne
monaco nell’abbazia di Cluny. Nel
1077 accompagnò l’abate s. Ugo di
Cluny a Canossa presso il papa s.
Gregorio VII e l’anno successivo
venne eletto vescovo di Ostia,
succedendo a s. Pier Damiani. Per
due volte ebbe l’incarico di Legato
pontificio in Germania, nella
controversia con l’imperatore Enrico
IV.
Dopo l’elezione riuscì però a
raggiungere Roma solo nel novembre
del 1088 e se pur scortato
dall’esercito normanno dovette
comunque rimaner confinato entro l’
isola Tiberina, a causa
dell’antipapa che ancora
imperversava il quale arrivò persino
a pronunciargli contro la scomunica
in un concilio tenuto in San Pietro
nel gennaio 1089. Nell’ aprile dello
stesso anno Urbano II rispose a tale
provocazione inviando la rinnovata
scomunica ad Enrico IV, a Clemente
III e a tutti coloro i quali
sostenevano quest’ultimo attraverso
il vescovo Ghebardo di Costanza.
Nel frattempo Enrico IV si era
rafforzato ed aveva ormai l’adesione
di quasi tutto il clero germanico,
pertanto, incollerito nei confronti
del pontefice mosse il suo esercito
verso l’Italia dove riuscì a vincere
le prime battaglie e ad entrare a
Mantova per poi perdere
definitivamente la guerra negli
scontri prima, con l’esercito di
Matilde di Canossa e poi, con quello
formato dalla lega dei comuni
lombardi ( Milano, Cremona Lodi e
Piacenza). E mentre Enrico IV si
dovette ritirare prima a Verona e
poi in Germania, Urbano II potè
celebrare la Pasqua del 1094 in
Laterano, potuto riottenere grazie
ad una somma di denaro offertagli da
Goffredo abate di Vendome il quale
fu accompagnato a Roma dall’esercito
di Ugo de Vermandois costringendo
Clemente III a rinchiudersi in
Castel Sant’Angelo.
Subito dopo però Urbano II partì per
il suo ministero apostolico fuori
Roma; si recò a Pisa, a Pistoia, a
Firenze ed a Cremona; nel marzo 1095
indisse un Concilio generale a
Piacenza, che fu tenuto all’aperto,
visto la partecipazione di 4.000
chierici e 30.000 laici; furono
promulgati dei decreti pontifici,
con i quali Urbano II dichiarò di
non riconoscere le ordinazioni
simoniache, cioè comprate e quelle
ricevute da vescovi scismatici,
rinnovò le condanne delle eresie,
scomunicò l’antipapa e i suoi
fautori. Nei primi tempi del suo
pontificato, Urbano II si dimostrò
indulgente con vescovi e principi,
ad esempio concesse il pallio
arcivescovile ad Anselmo vescovo di
Milano e consacrò Ivo di Chartres,
tutti e due eletti dall’imperatore;
ma dopo aver consolidato la sua
carica, combatté tutte le ingerenze
dei laici nelle cose ecclesiastiche.
Mediò sulle dispute fra Guglielmo il
Rosso d’Inghilterra e s. Anselmo di
Canterbury; scomunicò Filippo I di
Francia per le sue vicende
matrimoniali. D’altra parte ebbe il
sostegno di Alfonso VI di Castiglia,
che stava liberando la Spagna dalla
dominazione dei Mori.
Nell’agosto 1095 si trasferì in
Francia, dove da Le Puy emanò una
Bolla per convocare un Concilio a
Clermont nell’anno successivo. In
detto Concilio vennero di nuovo
condannate le investiture laiche e
scomunicato il vescovo di Cambrai
perché l’aveva accettata
dall’imperatore.
Papa Urbano istituì la “tregua di
Dio” cioè una breve pausa tra le
battaglie per seppellire i morti;
poi sulla pubblica piazza di
Clermont, proclamò la “PRIMA
CROCIATA” per la liberazione dei
luoghi santi, provocando un grande
entusiasmo e organizzandola
personalmente, nominò come capo il
vescovo di Le Puy Ademaro di Monteil
e il duca Raimondo di Tolosa; incitò
principi e fedeli a prendere la
croce, trattò con i Genovesi per le
navi.
“Deus vult” : Appello alla
cristianità di Urbano II (27
novembre 1095 - Concilio di Clermont
d'Auvergne)
"...E' impellente che vi
affrettiate a marciare in soccorso
dei vostri fratelli che abitano in
Oriente... I Turchi e gli Arabi si
sono scagliati contro di loro e
hanno invaso le frontiere della
Romania (Impero bizantino) fino al
luogo del Mar Mediterraneo detto
Braccio di S.Giorgio (stretto dei
Dardanelli)... Hanno messo a
soqquadro tutte le chiese e
devastato tutti i paesi sottoposti
alla dominazione cristiana...
A coloro che, partiti per questa
guerra santa, perderanno la vita sia
durante il percorso di terra, sia
attraversando il mare, sia
combattendo gli idolatri, saranno
rimessi per questo stesso fatto
tutti i peccati...
Niente
dunque ritardi la partenza di quanti
parteciperanno a questa spedizione:
diano in affitto le terre,
raccolgano tutto il denaro
necessario al loro mantenimento e
non appena l'inverno sarà finito e
cederà alla primavera, si mettano in
cammino sotto la guida del
Signore..."
(Testo riportato da Fulcherio di
Chartres).
Inizio della crociata (15 agosto
1096)
"...Quelli tra voi che sono
ispirati da Dio a fare questo voto
sappiano che potranno unirsi con i
loro uomini alla partenza fissata,
con l'aiuto di Dio, per il giorno
della Beata Vergine..." (da una
lettera di Urbano II al principe di
Fiandra).
L’esito della Crociata portò alla
conquista di Gerusalemme il 15
luglio 1099, anche se con numerose
perdite umane, ma il papa non lo
seppe perché morì a Roma il 29 dello
stesso luglio 1099. Urbano II fu
sepolto nella cripta di San Pietro,
accanto ad Adriano I. Considerato il
gran seguito che ebbe in Francia il
pontefice fu beatificato ed il suo
culto fu riconfermato il 14 luglio
1881, la sua festa si celebra il 29
luglio.
In Medioriente nel frattempo avevano
preso piede le dinastie ottomane e
la prima fu quella selyùcida di
Konya (Turchia): SÜLEYMAN I
Jutalmisoglu Nàrcsiruddevle Ebu’l-Fevàrcris
Gazi (1077-1086)
KILIÇ-ARSLAN I Kilids Arslan
(1092-1107)
Nel 1066 ebbe inizio la guerra
marinara fra Genova e Pisa. I
Genovesi offesi per le troppe
conquiste pisane in Corsica e in
Sardegna incominciarono a dare
guerra ai navigli pisani. Poichè
bande corsare scorazzavano sempre
lungo le coste tirreniche, il Papa
Vittore III invitò le due
Repubbliche marinare a combattere
insieme contro questi nemici.
Le due città si unirono e vinsero
definitivamente i nemici.
Nell'anno 1089 Papa Urbano II
concesse ai Pisani ed al loro
Vescovo l'isola della Corsica ed
innalzò il Vescovado di Pisa ad
Arcivescovado.
Nel 1099 i Pisani parteciparono
largamente alla Guerra Santa
compiendo notevoli atti di valore.
Altre conquiste sia pisane che
genovesi seguirono e le due città
acquistarono sempre più potenza e
ricchezza.
Furono così riconquistate le coste
della Siria e le isole Baleari.
Amalfi fu la più antica delle
repubbliche marinare. Essa aveva
fatto parte del dominio bizantino,
ma verso la metà del secolo IX,
quando, a causa dei continui
attacchi dei Musulmani, dovette
provvedere con mezzi propri alla sua
difesa, ed acquistò piena autonomia
politica.
A capo dello Stato era il Duca,
eletto dai cittadini nel pubblico
parlamento o arengo.
Amalfi combatté ripetutamente contro
i Musulmani. Si deve ricordare al
riguardo, la famosa vittoria di Osti
(849), quando una potente flotta di
Musulmani, che minacciava Roma, fu
quasi distrutta. Nel complesso,
tuttavia, Amalfi cercò di vivere in
pace con i turchi per i suoi
traffici commerciali. Aveva colonie
fiorentissime a Costantinopoli, in
Siria, in Egitto, sulle coste
dell'Africa, e poiché queste colonie
erano già in decadenza all'epoca
delle Crociate, non poté, come le
altre repubbliche marinare, prendere
parte attiva alle stesse e trarne
vantaggio.
Amalfi è inoltre famosa per le sue
Tavole Amalfitane del sec. XII, una
specie di codice mercantile e
marittimo, che rimase in vigore per
secoli in quasi tutto il
Mediterraneo.
Tuttavia la potenza di Amalfi durò
poco: oppressa dai Normanni (1076),
vinta e saccheggiata dalla rivale
Pisa (1135), cessò praticamente di
esistere nei primi anni del secolo
XI.
A Venezia si succedettero due dogi :
VITALE FALIER - Dodoni (1084-1095) e
VITALE I MICHIEL (1095-1102) ambedue
ufficialmente non impegnati nella
prima crociata!
PASQUALE II,
Raniero, nativo di
Bieda (RA)
(1054-1118)
(pontificato
1099-1118)
GELASIO II,
Giovanni Caetani, di
Gaeta
(pontificato
1118-1119)
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