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Carlo Alberto non si era
rivelato nè un capace condottiero nè un capace diplomatico, e non aveva
saputo scegliere nemmeno collaboratori in grado di aiutarlo. Aveva
tuttavia pagato onestamente di persona i propri errori con la rinuncia
alla corona e l’esilio. Il suo successore, Vittorio Emanuele II, trovò
invece un ministro di grande capacità: Camillo Benso conte di Cavour.
Aveva affrontato una serie di viaggi a Parigi, a Bruxelles e a Londra
che gli avevano permesso di conoscere realtà politicamente e socialmente
più avanzate di quella italiana. Tornato in Piemonte, aveva sostenuto le
riforme economiche, lo sviluppo industriale del Paese e i principi della
libera concorenza e della libera circolazione delle merci, senza dogane
fra un Paese e l’altro. Nel 1852, fu nominato Presidente del consiglio
dei ministri e ministro delle finanze. Camillo Benso puntò a promuovere
il progresso economico e civile del Piemonte. Questo elemento spiega la
spregiudicazione con cui Cavour attuò la politica del cosiddetto
connubio: nel 1852 si alleò con la sinistra. I risultati furono
rilevanti soprattutto in campo ecomico: Cavour svillupò una politica
economica liberista, riducendo le barriere doganali, strigendo accordi
commerciali con le princiali nazioni e utilizzando la spesa pubblica per
costruire strade e ferrovie. In tale posizione Cavour potè mettere mano
alla realizzazione del suo progetto politico per l’indipendenza
italiana. Egli sosteneva che solo il Piemonte poteva realizzarla, perchè
non era sottomesso all’Austria e poteva garantire alle monarchie europee
che l’Italia non si sarebbe spinta troppo in là, verso ideologie
democratiche e radicali. Avuta questa garanzia, pensava Cavour , le
potenze europee come la Francia e l’Inghilterra avrebbero potuto aiutare
il Piemonte, sia per indebolire l’Austria, sia per evitare che il
nazionalismo italiano si indirizzase verso soluzioni meno moderate.
Inoltre, l‘Inghilterra poteva sostenere la situazione italiana per
creare nel Mediterraneo una nuova nazione per limitare l’influenza della
Francia. Per realizzare il piano di Cavour era però necessario che il
piccolo regno di Sardegna trovasse il modo di farsi prendere in
considerazione dalle potenze di cui ricercava l’appoggio. L’occasione fu
trovata nella guerra di Crimea. Nel 1854 la Russia aveva dichiarato
guerra alla Turchia, per impadronirsi delle regioni affacciate sul mar
Nero. Francia e Inghilterra, preoccupate dell’impero russo aveva
sostenuto militarmnte la Turchia. Ottenuta l’approvazione del
parlamento, Cavour decise che era opportuno partecipare alla guerra, a
fianco di Turchia, Francia e Inghilterra. Poco meno di 200 uomini
morirono sul campo. Le consegienze politiche furono positive: Vittorio
Emanuele II, in visita ufficiale a Parigi e a Londra, fu accolto con
grandi simpatie, il giornale inglese Daily Telegraph salutò il giovane
sovrano “come nostro aleato, come rarità che è un re costituzionale”;
nel congresso per la pace, riunitosi a Parigi nel 1856, a Cavour fu
riservato un giorno nel quale, nonostante le proteste dell’inviato
austriaco, egli potè parlare della questione dell’indipendenza italiana.
Dopo il congresso di Parigi i rapporti di amicizia fra il governo
piemontese e l’imperatore dei francesi si fecero più stretti. Tuttavia
nel 1858 un drammatico episodio aveva richiesto di far crollare l’abile
costruzione politica di Cavour. Un fervente repubblicano italiano,
Felici Orsini, attentò la vita di Napoleone III, gettando una bomba
contro la sua carozza. L’imperatore si salvò. Orsini (che volleva punire
Napoleone per l’intervento militare del 1849 contro la repubblica
romana) venne condannato a morte: ma, prima di essere giustiziato,
scrisse all’imperatore chiedendo perdono per il proprio gesto e
raccomandandogli la causa della libertà italiana. Dopo lunghe trattative
diplomatiche fra Napoleone III e Cavour, un accordo segreto fu firmato a
Plombières, nel 1858: Cavour ottene l’impegno di un intervento militare
francese in caso di aggressione austriaca al Piemonte; Napoleone III
ebbe la promessa della cessione di Nizza e la Savoia alla Francia. Il
trattato di alleanza stabiliva che la Francia sarebbe intervenuta per
difendere il Piemonte da un attacco all’Austria, non per aiutarlo per
attaccare il Lombardo-Veneto. Occorreva quindi provocare la guerra, ma
non iniziarla. Nel 1859 il Piemonte iniziò la mobilitazione
dell’esercito, radunando le sue truppe presso il confine con il Ticino.
Il governo austriaco cadde in trappola: il 23 aprile inviò un ultimatum
a Torino, invitando Emanuele II a disarmare l’esercito, sotto pena di
un’invasione militare. Il re rifiutò e il 29 aprile le truppe
austriache, attaccarono Novara e Vercelli, e quindi la Francia aiutò il
Piemonte. La prima battaglia avenne presso Magenta, dove i francesi
sconfissero nettamente gli austriaci. Gli austriaci lasciarono libera
Milano, dove entrarono trionfalmente Napoleone III e Vittorio Emanuele
II; contemporaneamente Garibaldi liberava Varese, Como, Bergamo e
Brescia. Pochi giorni dopo i francesi batterono nuovamente gli austriaci
a Solferino, mentre l’esercito piemontese otteneva un’altra vittoria
presso San Martino. Firenze, Modena, Parma e Bologna scacciarono i
rispettivi sovrani, formarono nuovi governi provissori e chiesero
l’annessione al regno di Sardegna. L’11 luglio 1859 Napoleone III firmò
un’armistizio a Villafranca, presso Verona, con lo stesso imperatore,
senza consultare gli alleati piemontesi. I due imperatori concordrono
che solo la Lombardia venisse ceduta al regno di Sardegna. Cavour diede
le dimissioni di capo del governo. Cavour fu richiamato a capo del
governo e riprese a trattare con Napoleone III. Cavour offrì nuovamente
Nizza e la Savoia in cambio del riconoscimento delle annessioni della
Toscana, dell’Emilia-Romagna, di Parma e Modena. La scelta fu affidata
alla libera volontà del popolo. Il 12 marzo 1860 l’Italia centrale
approvò a stragrande maggioranza dei votani (97% di sì) l’annessione al
regno di Sardegna. Francesco II, re del regno di Napoli, figlio di
Ferdinando II e Maria Cristina di Savoia, aveva solo 23 anni quando
successe al trono e non aveva nulla di un Re, data la sua educazione non
proprio adatta ad un erede al trono. I presupposti per la fine c'erano
tutti: un Re bigotto, incapace, senza polso, impaurito da tutto e da
tutti (basti pensare che il matrimonio fu consumato dopo oltre un mese e
grazie all'intervento di padre Borrelli) e che commise il grande errore
(nonostante consigliato del contrario dal Principe di Satriano, Carlo
Filangieri) di non allearsi col Piemonte, in ultimo l'inettitudine dei
comandati delle forze militari. Poi Garibaldi ! I mille (che mille non
erano), male armati ed ancora peggio in arnesi, mai e poi mai avrebbero
potuto quel che hanno fatto, ma nemmeno verso il più piccolo staterello
o paesello. Basta pensare che i Borbone sapevano della partenza delle
camice rosse, della loro rotta e del luogo dello sbarco, una flotta
ricca di 14 navi incrociava al largo delle coste siciliane. A Calatafimi
4000 soldati del regno si ritirarono. La puzza é forte, é troppo forte,
l'Europa sbigottita assiste all'impossibile. Fu soprattutto Crispi che,
con altri profugho siciliani, convense Garibaldi a organizzare una
spedizione militare in Sicilia. Vittorio Emanuele II era segretemente
favorevole, mentre Cavour inizialmente fu molto contrario, ma alla fine
accettò il progetto, purchè l’impresa si realizzasse spontaneamente,
senza il consenso del governo. Nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860,
1070 garibaldini (i Mille) si imbarcarono presso lo scoglio di Quarto,
vicino a Genova. Erono volontari che lasciavano famiglia, lavoro e
studio. In Calabria stanziava un esercito forte di 12000 uomini, 10000
si arresero senza sparare un colpo, fu rotta completa. A Napoli
tardivamente il re Francesco II di correre ai ripari e si affretò a
concedere una Costituzione, ma il 6 settembre del 1861 alle ore 18,
Francesco II, scappava a Gaeta consegnando il suo regno, su di un piatto
di platino a Giuseppe Garibaldi che entrò in Napoli alle 13,30 del
giorno dopo. A questo punto Cavour decise di prendere in mano la
situazione: temeva che Garibaldi potesse proclamare nel Mezzogiorno una
repubblica, infine non volleva che Garibaldi attaccasse Roma. Cavour
dichiarò che era costretto a far intervenire l’esercito. Questa scusa
servì per penetrare le truppe regolari in Umbria e Marche. Le truppe
pontifici furono battute. Le truppe piemontesi, evitando Roma, si
diresse verso la fortezza di Gaeta. Garibaldi aveva intanto sconfito le
truppe borboniche definitivamente. Nel mese di novembre 1860 la Sicilia
e il regno di Napoli votarono con il 99% di sì all’annesione al regno
d’Italia. |