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| Tra il XV e il XVII secolo si consolidò in
Europa quella forma di organizzazione politica che va sotto il nome di
stato moderno. Lo stato moderno è una forma di organizzazione politica
le cui fondamentali caratteristiche sono: l’accentramento territoriale
del potere, associato all’esercizio esclusivo della sovranità; la
creazione di un apparato burocratico e amministrativo; l’allestimento e
il mantenimento di un esercito permanente; l’organizzazione e la
gestione di un apparato fiscale. Caratteristica essenziale dello stato
moderno fu la capacità di imporre un’unica volontà e il rispetto della
legge nei confronti di tutti i cittadini e sull’intero territorio
soggetto alla giurisdizione, cioè delle leggi dello stato. La burocrazia
svolse una funzione decisiva nell’evoluzione della struttura politica
statale. I funzionari non eseguivano la volontà del re in quanto
persona, ma del re in quanto espressione della sovranità dello stato. Nel mondo feudale la guerra era un affare riservato alle classi superiori e il re richiamava a raccolta i suoi cavalieri in caso di necessità. Se in gran parte le guerre vennero ancora condotte assoldando di volta in volta truppe di soldati mercenarie si avviò contemporaneamente la tendenza a costituire i primi nuclei stabili di un esercito nazionale permanente. Il monarca feudale sostenave le spese per l’esercizio del potere con il suo patrimonio personale, le cui fonti erano le renditi signorili e le imposte indirette (dazi, tassi sui consumi), le uniche considerate normali. Le imposte dirette, cioè il prelievo sul reditto, avevano un carattere straordinario, eccezionale: erano un aiuto che, nel quadro degli obblighi inerenti al rapporto di dipendenza personale, i vassalli dovevano al loro signore. Essendo tradizionalmente altissimo il prelievo esercitato sui ceti contadini e popolari, quantomeno in proporzione ai modestissimi redditi di cui essi godevano in quel tempo, la politica fiscale delle grandi monarchie si indirizzò progressivamente ad assoggettare al prelievo le rendite e i patrimoni dei ceti superiori, aristocratici laici ed ecclesiastic, riducendone essenioni e privilegi. Analizziamo ora l’evoluzione storica in cui le monarchie nazionali realizzarono più rapidamente l’unificazione territoriale e l’accentramento del potere, in particolar modo la Francia. La guerra due cento anni, che contrappose, con alternate vicende, Inghilterra e Francia tra il 1337 e il 1453, ebbe un’importanza decisiva nell’evoluzione politia di qusti due paesi. Allo scoppio del conflitto, la Francia costituiva, dal punto di vista territoriale, un mosaico di domini regi, feudi signorili, possedimenti feudali del re d’Inghilterra. Il consolidamente della monarchia francese doveva dunque inevitabilmente passava attraverso il recupero dell’intero territorio nazionale e quindi, in primo luogo, attraverso l’abolizione degli anacronistici possedimenti feudali della monarchia inglese. Carlo VII il Vittorioso (Parigi 1403 - Mehun-sur-Yèvre 1461), re di Francia (1422-1461), figlio di Carlo VI e di Isabella di Baviera. Escluso dalla successione al trono secondo i termini del trattato di Troyes (1420), alla morte del padre fu riconosciuto re dagli Armagnacchi mentre, in forza del medesimo trattato, Enrico VI d’Inghilterra era anche re di Francia, dove, oltre alla parte occidentale della Guienna, possedeva quasi tutte le province a nord della Loira. Il paese era in preda all’anarchia: da una parte, ribellioni o resistenza passiva nelle regioni occupate dagli Inglesi; dall’altra, insufficienza di Carlo VII, il quale disponeva di un embrione di governo a Bourges (fu detto ironicamente “il re di Bourges”) e di un parlamento a Poitiers e, se faceva leva sul sentimento nazionale, mancava però di energia, di denaro, di un esercito regolare e di solide alleanze, talché le sue truppe conobbero le sconfitte di Cravant (1423), di Verneuil (1424) e della giornata delle Aringhe [journée des Harengs] (12 febbraio 1429). Perduta ormai la speranza di vincere, meditava di rifugiarsi in Scozia, quando la suocera, Iolanda d’Aragona (Carlo aveva sposato Maria d’Angiò), favorì l’ascesa di Giovanna d’Arco la quale, liberata Orléans (8 maggio 1429), restituì a Carlo la fiducia in se stesso e alla Francia la fiducia nella dinastia, legittimata dopo la consacrazione del sovrano a Reims (17 luglio). Nonostante il successivo declinare della fortuna di Giovanna e la sua cattura ed esecuzione, che Carlo non fece nulla per impedire, le sorti del regno erano ormai risollevate e il sovrano, di lì a qualche anno, sbarazzatosi della tutela di La Tremoille, profittatore senza scrupoli e rivale del conestabile Richemont (1433), e concluso il trattato di Arras (1435), in base al quale il duca di Borgogna Filippo il Buono rompeva l’alleanza con l’Inghilterra, poté procedere alla liberazione del territorio nazionale: nel 1436 con l’ingresso di Richemont a Parigi; nel 1450 con la campagna di Formigny e la riconquista della Normandia; nel 1453 con la vittoria di Castillon e l’occupazione di Bordeaux e della Guienna. Così agli Inglesi, in Francia, rimase solo Calais. Nel campo della politica interna, Carlo VII sottomise il clero all’autorità del monarca (Prammatica sanzione di Bourges, 1438), represse la rivolta della Praguerie, riorganizzò le finanze (grazie, soprattutto, a Jacques Coeur), e diede inizio alla formazione di un esercito regolare. L’abilità dei suoi consiglieri gli valse l’appellativo di Bien-Servi. Ma gli ultimi anni della sua vita, nella quale, dal 1443, era entrata Agnès Sorel, furono rattristati dai continui intrighi e complotti del Delfino, il futuro Luigi XI. Dal XII al XIVsec. la Piccardia fu progressivamente annessa alla Corona. Col trattato di Arras del 1435, Carlo VII cedette le città della Somme al duca di Borgogna Filippo il Buono; Luigi XI le riacquistò nel 1463, ma, venuto a conflitto con Carlo il Temerario, dovette privarsi di parte del territorio piccardo, che rioccupò peraltro interamente alla morte del rivale (1477) e che assicurò definitivamente alla Corona col trattato di Arras del 1482 imposto a Massimiliano d’Austria, erede del Temerario. Anche nel regno di Ungheria il potere dei nobili impedì a lungo la formazione di uno stato accentrato, sul modello occidentale. Dal 1308 nel paese si era insediata la dinastia d’Angiò, che sotto Luigi il Grande (1342-1382) aprì la capitale Buda alle influenze culturali francesi e italiane, ma il periodo di maggior prestigio del paese iniziò nel 1458, quando la corona passò a Mattia I Corvino (1443-1490). Oltre ad allargare notevolmente i suoi territori, egli fece di Buda un centro dell’Umanesimo, grazie anche all’opera della moglie Beatrice d’Aragona, principessa di Napoli. Per buona parte del XIV secolo la corona polacca dovette lottare sia contro il potere dei feudatari, sia contro i Cavalieri Teutonici che occupavano un vasto territorio lungo le sponde del Mar Baltico precludendo alla Polonia lo sbocco al mare. La svolta si verificò nel 1386 quando sul trono polacco salì il granduca di Lituania, Ladislao II (1386-1434), fondatore della dinastia degli Jagelloni destinata a regnare sul paese per oltre due secoli. I cavalieri dell’Ordine Teutonico furono sconfitti nella battaglia di Tannenberg del 1410, poi nel 1466 il re di Polonia Casimiro IV (1447-1492) strappò loro la Prussia occidentale e la Pomerania con l’importante porto di Danzica. La Prussia orientale restò all’Ordine, ma solo come feudo della monarchia polacca. Intanto dua altri paesi nazionali si formarono a sud dei Pirenei: la Spagna e il Portogallo. Il Portogallo completò precocemente la propria unificazione con la conquista dell’Algarve (1248) e rivolse subito l’attenzione verso le coste atlantiche dell’Africa. I due regni di Aragona e Castiglia, nechè assai vitali economicamente rimasero a lungo preda all’instabilità politica. Tuttavia, seppure lentamente, in entrambi i regni la monarchia riuscì a consolidarsi: la svolta si ebbe nel 1469, quando il matrimonio fra Isabella di Castilgia e Ferdinando, principe ereditario, gettò le basi per l’unificazione del paese. In un solo anno, il 1492, la Spagna completò la recoquista, cn l’annessione del regno di Grenada. Tra la fine del XV e il principio del XVI sec. il secolare movimento d’ascesa della potenza moscovita culminò nella creazione di uno Stato nazionale russo unitario e indipendente. Ne furono artefici due tra i maggiori sovrani della storia russa, Ivan III il Grande (1462-1503) e Basilio III (1505-1533), sotto i cui regni la Moscovia riuscì ad allontanare definitivamente i Mongoli e affermò stabilmente la sua egemonia in Russia. La cacciata dei Mongoli avvenne nel modo più inaspettato: nel 1480, approfittando dello sfaldamento dell’Orda (divisasi nei canati rivali di Crimea [1430] e di Kazan’ [1440], appoggiati dalla Moscovia, e in quello di Astrachan [1466], sede del khan legittimo) Ivan III cessò di pagare il tributo. Il khan dell’Orda rispose marciando su Mosca, ma dopo una breve scaramuccia con le forze moscovite sul fiume Ugra si ritirò precipitosamente verso le sue terre. Con tale episodio, che segnò il completo declino dell’Orda d’oro (la quale tuttavia cessò di esistere anche di nome solo nel 1502), ebbero virtualmente fine due secoli e mezzo di dominazione mongola. Più laboriosa fu invece la realizzazione dell’unità nazionale. Occorsero quasi un secolo e una serie ininterrotta di guerre perché la supremazia moscovita sulla terra russa fosse saldamente affermata. Il principale impedimento all’attuazione di quest’impresa venne dall’aggressività dello Stato polacco-lituano, stabilmente inserito dal XIV sec. nei territori sudoccidentali del paese che già avevan fatto parte della Russia di Kiev e preoccupato d’impedire ogni possibile ingrandimento di Mosca che ne intaccasse l’ancor forte predominio politico e religioso sul mondo slavo. Di qui l’importanza che ebbero per la Moscovia e per il compimento dell’unità nazionale russa le lotte condotte da Ivan III e da Basilio III contro lo Stato polacco-lituano (guerre del 1492-1494; 1500-1503; 1507; 1522), lotte che, se si conclusero con limitati acquisti territoriali per i Moscoviti (città della Desna e del Soz [1503] e Smolensk [1514]) e senza che la minaccia lituana venisse allontanata dalla Russia, ebbero però un decisivo peso storico, giacché ottennero, a partire dal 1495, che i sovrani di Polonia e Lituania riconoscessero ai regnanti moscoviti il diritto esclusivo di fregiarsi del titolo di gran principe di tutta la Russia: in tal modo veniva sancita anche formalmente l’identificazione della Moscovia con lo Stato nazionale russo. Di pari passo con l’unificazione politica della Russia, Ivan III e, in minor misura, Basilio III procedettero al consolidamento della compagìne interna del nuovo Stato. Ivan III gettò le fondamenta di quell’originale forma d’assolutismo che fu l’autocrazia russa: avocando a sé l’esclusivo diritto di proprietà su tutte le terre; privando i boiari e i principi della facoltà di abbandonare il suo servizio (reato di tradimento); creando la nuova classe dei “servitori dello Stato”, in condizioni di stretta dipendenza dal sovrano, cui dovevano assoluta dedizione e dal quale erano ricompensati con elargizioni di terre a titolo vitalizi; accentuando l’autorità del potere centrale (istituzione dei prikazy, limitazione delle prerogative della duma dei boiari) a spese dei privilegi della nobiltà (Libro di giustizia in 68 articoli, 1497). Il figlio di Basilio III, Ivan IV chiamato poi il Terribile, succedette al padre nel 1533, all’età di tre anni. Cresciuto in un clima di odi e di violenze ed educato fin dall’infanzia nel culto dello Stato e dell’assolutismo monarchico, nutrì per tutta la vita un’inestinguibile avversione per la turbolenta nobiltà russa. A partire dall’incoronazione col titolo imperiale di zar (1547) [titolo di cui Ivan per primo fece uso ufficiale e regolare], fino al regime terroristico dell’opricnina(1565), tutto il suo regno fu una lotta senza quartiere contro ogni forma residua di autorità in contrasto con quella dello Stato: i principi vassalli vennero ridotti al rango di semplici boiari e questi a loro volta furono sottomessi al servizio obbligatorio; la Chiesa, la nobiltà e le città libere persero gran parte della loro indipendenza; i contadini cominciarono a esser legati alla terra; finanze, amministrazione e diritto vennero parzialmente unificati e sottomessi al diretto controllo del sovrano. Buon esito, anche se non durevole, ebbero i tentativi di avvicinamento con le potenze dell’Europa occidentale: risalgono infatti agli inizi del regno di Ivan i primi contatti commerciali con gli Inglesi della Compagnia di Moscovia, cui fu aperto il porto di Arcangelo (1553). Ma Ivan il Terribile riscosse i maggiori successi a Oriente. Grazie all’intraprendenza degli Stroganov di Novgorod e dell’atamano cosacco Ermak, per opera dei quali iniziò la conquista dei territori a est degli Urali (sottomissione del khan di Siberia Kucium, 1581-1582; distruzione del canato uzbeko dei Shaybanidi 1598-1600), la dominazione russa si estese in Siberia fino a Tomsk (1604). Tuttavia nonostante questi imponenti acquisti territoriali, alla fine del regno di Ivan, la Russia si trovava in una situazione estremamente precaria. Le ininterrotte guerre con gli Stati vicini e ancor più il regime di terrore instaurato da Ivan il Terribile ne avevano profondamente indebolito la compagine interna. L'impero ottomano è fondato da Osman I che regnò dal 1299 al 1326. Gli ultimi Paleologhi dell'impero bizantino, indeboliti dalle guerre civili, tentarono invano di ristabilire l’unione religiosa con Roma (concilio di Firenze, 1439) per ottenere l’aiuto dell’Occidente contro i Turchi Ottomani, i quali si impadronirono a poco a poco delle province europee dell’Impero. Gli Ottomani conquistarono infine Costantinopoli (29 maggio 1453), la Morea (1460) e Trebisonda (1461); gli ultimi stanziamenti bizantini e latini non tardarono anch’essi a soccombere. Nonostante i suoi motivi di debolezza, l’Impero ebbe dunque più di mille anni di esistenza (395-1461). Nel XVI secolo gli spagnoli conquistarono alcuni porti del territorio nordafricano, tra cui Algeri, e imposero ai musulmani il pagamento di tributi. Gli algerini chiesero aiuto a Selim I, sultano dell'impero ottomano, califfo di tutto l'Islam, che inviò la sua flotta comandata dai corsari Baba'Arug e Khayr al-Din, detto Barbarossa. I corsari sconfissero gli spagnoli e nel 1518 Khayr al-Din fu nominato beylerbey, rappresentante del sultano in Algeria. |