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| Mentre nascevano le prime civiltà urbane
della Mesopotamia e dell’Egitto, in Europa la preistoria non si era
ancora conclusa. Basti pensare che la scrittura fece la sua prima
comparsain Italia non prima dell’VIII secolo. Le civiltà neolitiche
europee conservavano a lungo un’organizzazione tribale e un grado di
sviluppo di gran lunga inferiore a quello vicino-orientale. Analizziamo
il passaggio tra la fase finale dell'Età del Bronzo (metà XII-fine X
secolo a.C.) e l'inizio dell'Età del Ferro: il territorio della
provincia di Viterbo in questa fase del Bronzo Finale è immerso
nell'aspetto culturale protovillanoviano. Come nelle precedenti fasi
dell'Età del Bronzo, essi sono situati soprattutto in posizione elevata
e spesso, data la natura vulcanica di gran parte della regione, su
speroni tufacei circondati da corsi d'acqua; ma si conoscono anche
abitati posti nei pressi della costa tirrenica o sulla riva dei laghi
vulcanici, come ad esempio il Villaggio del Gran Carro nel Lago di
Bolsena. La tipologia prevalente d'insediamento vede la diffusione delle
cosiddette aree con difesa perimetrale, porzioni di territorio con
difese naturali (fossi, corsi d'acqua, pareti rocciose), talvolta
potenziate dall'opera dell'uomo per renderle inespugnabili. La
superficie coperta dagli insediamenti protovillanoviani, il 70 % dei
quali situata su altura difesa, è mediamente di 4-5 ettari: gli abitati,
in cui vivevano alcune centinaia di individui, controllavano un
territorio di qualche decina di chilometri quadrati. Nel periodo del
Bronzo finale, caratterizzato dagli aspetti culturali protovillanoviani,
si nota una sostanziale aderenza ad alcuni degli aspetti del periodo
successivo, quello Villanoviano nell'età del Ferro. Parlare del
villanoviano significa fare un vero e proprio salto nel tempo di quasi
tremila anni per arrivare quasi al IX secolo a.C. i villanoviani non
inumavano i propri morti, tranne in rari casi. Di solito li cremavano e
metevano i resti dentro a delle urne. Molti esperti ritengono che i
villanoviani praticassero dei sacrifici umani, o più semplicemente che
un congiunto o un servitore venisse ucciso per seguire il defunto
nell’aldilà. Si dormiva e si viveva in un unco ambiente. In grandi vasi
c’erano le provviste. Al centro c’era il focolare. Il tetto era di canne
e in cima c’era un’apertura per il fumo. La civiltà etrusca fiorì a
partire dal IX-VIII secolo a.C. nella regione compresa tra i fiumi Arno
e Tevere; sul finire del VII secolo a.C., per l’acquista vitalità
economica e commercia, gli Etruschi estesero la loro influenza a Sud,
nel Lazio e poi in Campania, e a Nord, nella pianura padana, fondando
nuove città. Essi si stabilirono anche in Corsica e Sardegna. Da sempre
le vicende e la cultura di questo popolo sono avvolte di mistero,
favorita dalla sua incerta provenienza. C’è, infatti, che ritiene che
gli Etruschi siano giunti attraverso il mare, accreditando l’opinione
dello storico greco Erodoto, vissuto nel V secolo a.C. Dionigi di
Alicarnasso, vissuto dal 60 a.C. al 7 d.C., asseriva, che gli Etruschi
erano autoctoni. Oggi si ritiene che i villanoviani accolsero gli
apporti, nella lingua come nell’arte, della cultura orientale, di quella
greca e degli altri popoli dell’Italia antica, grazie al flusso di genti
ed esperienze nell’intesa rete di scambia commerciali e culturali che
percorreva tutto il Mediterraneo. Infatti, nel 750 a.C. sbarcarono in
Italia i greci e colonizzarono tutto il meridione. I villanoviani
cominciarono a scrivere, prima l’alfabeto era sconosciuto. Le loro città
fatte di capanne si trasformarono in città con case e templi. I
discedento dei villanoviani erano sempre villanoviani dal punto di vista
genetico, ma culturalmente erano molto diversi e si chiamavano etruschi.
Il nome che noi diamo agli Etruschi corrisponde ai nomi loro dato dai
latini (etrusci, tusci). I greci li chiamavano Tyrrenoi. Gli etruschi si
chiamavano se stessi Rasenta. Occore però precisare che gli Etruschi non
costituirono mai un vero e proprio stato unitario, bensì una
confederazione di 12 città autonome, organizzate secondo il modello
della città-polis greche e fenicie, federate in una lega, al contempo
religiosa e politico. A questa lega appartennero le città di Arezzo,
Volterra, Perugina, Chiusi, Populonia, Vetulonia, Orvieto, Roselle,
Vulci, Tarquina, Cerveteri e Veio. Le città etrusche rette in un primo
tempo a monarchia, in seguito subentrarono le repubbliche
aristocratiche. I sovrani (detti lucumoni) concentravano nelle loro
mani, per un anno, i poteri civili, militari e sacerdotali. Erano
assistiti da un consiglio degli anziani, scelti tra i capi delle
famiglie nobili, e da un’assemblea popolare. L’Etruria nel VI sec. a.C.
aveva ormai una struttura sociale schiavistica. Oltre ai contadini
sottomessi (molti dei quali era discendenti degli umbri e dei latini
vinti un tempo) vi erano gli schiavi comperati e i prigionieri di
guerra. La servitù domestica, i musicanti, le danzatrici, i ginnasti
erano tutti schiavi. Anche se la lingua degli Etruschi non è stata del
tutto interpretata, conosciamo bene l’arte di questo popolo,
testimoniata da oggetti, statue e pitture murali rinvenuti nelle loro
tombe. Questi reperti attestano che essa ha sviluppato caratteri
autonomi rispetto a quella degli altri popoli della penisola e del
Mediterraneo. Gli Etruschi furono molto abili nella lavorazione dei
materiali che il loro territorio offriva: metalli, argilla. Altra
occupazione fondamentale era l’agricoltura: coltivavano cereali d’ogni
specie; sulle colline l’ulivo e la vite. Gli Etruschi furono i primi ad
utilizzare sistematicamente l’arco, a partire del IV secolo a.C., nella
penisola italica e in tutto l’occidente mediterraneo, ma è forse giunto
in Italia dall’Asia Minore attraverso le colonie greche. Il suo utilizzo
ha rappresentato una tappa fondamentale: nel vecchio sistema trilitico
il peso del muro sovrastante grava sull’architrave, che tende a
flettersi fino a spezzarsi; l’arco a tutto sesto, ovvero a forma di
semicerchio, tende a distribuire tale peso lungo le pareti; in questo
modo consente di praticare aperture di grandi dimensioni lungo i muri di
qualsiasi altezza e spessore. Il tempio etrusco aveva forma e concezione
spaziale diversa rispetto quella greco. Diversa era anche la sua
utilizzazione: esso non era più la casa degli dei, ma luogo in cui il
sacerdote interpretava i segni divini. Non ci sono pervenuti templi
nella loro forma originaria. L’architettura funeraria degli Etruschi è
documentata dalle ricce tombe, organizzate in vere e proprie città dei
morti, la necropoli. I falisei, popolo dell'Italia antica, di ceppo
linguistico differente a quello degli Etruschi, ha un'entità etnica
diversa da questi ultimi, nonostante in alcuni periodi della sua storia
si notino dei chiari contatti con la cultura etrusca. Il territorio dello stato falisco era compreso tra i confini naturali del fiume Tevere, dei Monti Cimini e Sabatini, corrispondente a parte della provincia di Roma a nord della capitale ed al settore meridionale della provincia di Viterbo. Le città principali della nazione falisca erano, da nord a sud, Vignanello, Fescennium (Corchiano ?), Falerii (Civita Castellana,la capitale), Sutri, Nepi, Capena e Narce (presso l'odierna Calcata). Sutri e Nepi erano poste in un'area di confine tra lo stato etrusco e quello falisco e la loro posizione ha talmente permeato della cultura di questi due popoli le cittadine da rendere difficile, agli storici, stabilirne l'appartenenza ad una nazione piuttosto che all'altra. La capitale dei Falisci, Falerii, raggiunge il massimo splendore nel periodo arcaico (VI secolo a.C.): in questo periodo si assiste ad una forte ellenizzazione della cultura falisca con la conseguente rielaborazione dei temi iconografici provenienti appunto dal mondo ellenico. La vicinanza con gli Etruschi fu spesso causa di scelte politiche comuni tra i due popoli: abbiamo notizia di alleanze strette per contrastare Roma che, dal V secolo a.C., diviene sempre più minacciosa nell'avanzata per la conquista dei territori dell'Italia centrale. I primi veri nuraghi vengono costruiti intorno al 1500 a.C. La parola nuraghe deriva da un'antica radice nur che significa mucchio cavo. I nuraghi sono torri tronco-coniche di pietra a base circolare costruite sovrapponendo grandi massi fra loro. Ma la Sardegna è un'isola distante dalle terre continentali e dalle altre isole del Mediterraneo; da chi dovevano difendersi, dunque, i nuragici, perché costruirono così tanti nuraghi? I nuragici avevano un'unità etnico culturale molto forte, però erano organizzati in tribù e le tribù in clan. Erano pastori erranti, anche agricoltori, ma soprattutto pastori: le società pastorali sono storicamente guerriere, portate allo scontro e alla divisione più che all'unione perché il pastore ha sempre bisogno di pascoli liberi per i suoi armenti e per procurarseli entra in conflitto con i suoi vicini. Così non dovevano essere rari gli scontri fra le diverse tribù, o persino fra clan. Un popolo di pastori dunque, organizzati in piccole comunità fortemente gerarchizzate, a capo delle quali stava un re-pastore, un capo tribù che deteneva i massimi poteri religiosi, politici e militari. Il re-pastore viveva nel nuraghe, la sacra dimora fortezza e intorno al nuraghe sorgeva il villaggio. Le abitazioni dei sudditi non erano nuraghi bensì capanne a pianta circolare con alla base un muro in pietra a secco e una copertura a cono di legno e frasche o in pietra. Queste comunità, clan e tribù, spesso in conflitto o comunque divise erano pur sempre unite dal medesimo sentire culturale, morale, religioso. Nel periodo di massimo sviluppo della civiltà nuragica, intorno al X secolo a.C., la Sardegna cominciò ad essere frequentata da altre popolazioni mediterranee che instaurarono con i sardi una serie di rapporti, inizialmente solo commerciali, poi anche politici e militari; i primi furono i Fenici. Inizialmente i Fenici crearono piccoli centri che utilizzavano come scali marittimi; ma nel giro di un secolo questi insediamenti si trasformarono in città vere e proprie. Il contatto con i Fenici portò ai popoli dell'isola vantaggi sia di carattere spirituale sia materiale. Oltre alla scrittura i Nuragici conobbero la città, una forma di organizzazione della comunità per loro nuova e conobbero dei diversi rispetto a quelli che avevano adorato per secoli. Ai Fenici si deve l'introduzione delle coltivazioni della palma e dell'ulivo; le tecniche per la produzione del sale, e per la pratica della pesca. I Fenici aiutarono i Sardi a sfruttare i giacimenti minerari, fecero conoscere loro il ferro e l'oro. |