LA RIVOLUZIONE FRANCESE

La Francia settecentesca fu caratterizzata da una significativa contraddizione: patria dell’Illuminismo e del movimento riformatore, fu anche il paese in cui si dimostrò impossibile condurre a termine qualunque significativa riforma; patria dell’assolutismo, fu lo stato in cui la monarchia, in apparenza dotata di ogni potere, si rivelò incapace di imporre ai ceti dominanti, la nobiltà e il clero, una rinuncia, sia pur parziale, ai propri privilegi.
Durante il lungo regno di Luigi XV (1723-74) la situazione economica della Francia era andata progressivamente peggiorando: la guerra e i crescenti bisogni della vita di corte (Versailles) richiedevano l’imposizione di continue tasse. Il governo era ricorso a manovre finanziarie assai pericolose: concessione di alti tassi d’interesse sui prestiti dei cittadini, indiscriminata vendita di uffici pubblici, alterazioni del valore della moneta, riduzione arbitraria dei debiti dello Stato (bancarotta). Tutto questo perché le classi privilegiate (nobiltà e clero) erano riuscite, per interi decenni, a bloccare ogni provvedimento fiscale che estendesse anche a loro il peso tributario. La borghesia si era arricchita notevolmente, ma non aveva alcun potere politico. Solo una piccola parte s’era procurata titoli nobiliari ereditari mediante l’acquisto degli uffici pubblici. Le piccole aziende manifatturiere si erano trasformate in opifici di vaste dimensioni. La ricchezza dovuta ai commerci, all’industria, alle società per azioni e agli istituti bancari aveva indotto la borghesia a chiedere la fine del regime del privilegio di clero e nobiltà, la libera disponibilità della terra, la piena libertà dei commerci (senza vincoli doganali e corporativi).
Nel 1774, fu incoronato Luigi Luigi XVI, aveva vent’anni, era privo di qualsiasi esperienza di governo e anche per il futuro prometteva ben poco, essendo non particolarmente dotato intellettualmente e privo di forza volontà. In corte non emergeva nessuna figura in grado di assumere saldamente le redini del governo. Già da alcuni anni era stato allontanato il potente ministro di Luigi XV, Choseul, che nel 1770, per consolidare l’alleanza con la casa degli Asburgo, aveva combinato il matrimonio del future re con la principessa Maria Antonietta d’Austria, figli dell’imperatrice Maria Teresa. Al pari del marito, la giovane regina mostrò di non essere all’altezza dei compiti. Da tempo il re di Francia, versava in gravissime difficoltà finanziarie. Nel 1774, quando divenne controllore generale, Turgot calcolò un disavanzo annuale, stabilendo che il debito totale dello Stato ammontava a 235 milioni. La Francia rimaneva tuttavia uno Stato ricco, sostenuta da un’economia piuttosto florida. Sopravviveva la tradizionale struttura giuridica basato sulla divisione in tre classi: clero, nobiltà, terzo stato, riconoscendo ai primi due particolari privilegi, fra cui esonerandoli dal pagamento delle tasse. I cambiamenti, col passare del tempo, si erano andati determinando all’interno di ciascuna classe. Mentre l’alto clero, si era ulteriormente arricchito grazie i vasti possedimenti terrieri, il basso clero si era invece impoverito. All’alta nobiltà, che in certe zone possedeva oltre la metà delle terre, si contrapponeva la condizione dei nobilotti di provincia, gli hoberaux, molti dei quali risultavano più poveri degli stessi contadini, per cui l’unica loro ricchezza consisteva nell’orgoglio di apparteneva a una casta chiusa. Più considerevoli del terzo stato, di cui facevano parte tutti coloro che non appartenevano né al clero né alla nobiltà: al vertice stavano i ricchi mercanti, industriali e finanzieri e alla base il proletariato industriale e agricolo. Le calamità naturali contribuirono ad aggravare la situazione: i raccolti del 1787 e del 1788 furono gravemente danneggiati. Il numero dei disoccupati era andato aumentando. Fu in questo contesto che si ebbe il primo scontro tra borghesia e ordini privilegiati. Nel gennaio del 1789 vennero pubblicate le ordinanze per regolare l’elezioni dei deputati e per proporre i Cahiers de dolènces che avrebbero dovuto servire come guida ai lavori dell’assemblea parlamentare: quali del clero e della nobiltà ribadivano l’attaccamento agli antichi privilegi; quelli del terzo stato condannavano gli abusi fiscali, gli arbitri, le irregolarità, le vessazioni dei dazi interni e chiedevano libertà di stampa, di parola, di riunione e di commercio. La situazione precipitò quando Luigi XVI, per agire l’enorme decifit del bilancio pubblico, cercò di imporre una nuova imposta sulla terra: il parlamento di Parigi si oppose. Luigi XVI, pur di far accettare i provvedimenti fiscali, fu allora costretto a convocare gli Stati generali. Dei 1139 eletti all’assemblea, 291 spettarono al clero, 270 alla nobiltà e 604 al terzo stato: all’assemblea, prevedeva il regolamento elettorale, si sarebbe votato per testa (ogni rappresentante un voto) e non per ordine (cosa che avrebbe garantito la maggioranza alla nobiltà e al clero). La nobiltà e il clero contavano di utilizzare questa dissobedienza per infliggere un colpo all’autorità del sovrano, ma le cose andarono diversamente. Il 10 giugno 1789 il terzo stato decise di partire all’azione, il 17 giugno si autoproclamò Assemblea Nazionale, ottenendo l’adesione di alcuni rappresentati del clero e della nobiltà, tra cui anche il duca d’Orlèans (un cugino del re). Il re fece chiudere la Camera delle riunioni, ma il Terzo stato si trasferì in una sala adibita dalla Corte al gioco della pallacorda, giurando di riunirsi finché la Costituzione non fosse stabilita (Giuramento della Pallacorda). Sospinto dagli aristocratici, Luigi XVI licenziò il Necker e ammassò truppe mercenarie svizzere e tedesche nei pressi di Parigi. Il 14 luglio la folla dei dimostranti rispose assalendo l’antica fortezza della Bastiglia. Il 4 agosto si ebbe la famosa rinuncia ai privilegi feudale degli aristocratici e del clero. L’atto di morte dell’ancien régime viene ratificato con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Principi fondamentali: sovranità popolare, diritti di libertà (opinione, stampa, religione, riunione), uguaglianza giuridica, tutela della sicurezza personale e della proprietà individuale. La Costituente si preoccupò non solo di convogliare le forze popolari contro i ceti privilegiati, ma anche d’impedire che queste forze potessero dirigere il corso della rivoluzione. Venne perciò introdotto il principio della separazione dei poteri dello Stato: quello esecutivo spettava al re, che aveva il diritto di veto, col quale poteva bloccare per 4 anni le decisioni dei rappresentanti eletti; la borghesia inoltre si riservava l’assoluta preminenza nella funzione legislativa. Fu approvato il sistema monocamerale (cioè senza una Camera Alta da riservare alla nobiltà) e viene sancito il criterio censitario come condizione per l’esercizio dei diritti politici (solo i cittadini, cioè i maschi con almeno 25 anni di età, che pagassero un’imposta diretta pari a 3 giornate lavorative, potevano votare ed essere eletti). Il re rifiutò l’abolizione dei diritti feudali, la suddetta Dichiarazione e la Monarchia costituzionale, ma una folla affamata si recò a Versailles (5 ottobre 1789) per costringerlo ad approvvigionare la capitale, a ratificare le decisioni della Costituente e a trasferire la corte a Parigi. Questa parte di popolazione venne sempre più definendosi come Quarto Stato o Sanculotti. Dieci giorni dopo anche l’Assemblea Nazionale lasciava Versailles per Parigi dove si accinse a elaborare una nuova costituzione. Ma i fatti più importanti e inattesi avvennero nelle campagne: a partire dal 20 luglio una violenta rivolta contadina divampò in molte regioni del paese. I contadini si armarono e assalirono uffici delle imposte, castelli, abbazie, dando alle fiamme i registri catastali e gli archivi dei tribunali signorili dove venivano custoditi i detestati terrier, i documenti di proprietà che fissava tributi e prelievi. E’ in questo contesto che si giunse alla prima conquista della rivoluzione, l’abolizione della feudalità, decisa nella notte del 4 agosto 1789. I deputati dell’Assemblea erano impegnati in una discussione fondamentale: quella sui caratteri della nuova costituzione. Si scontravano due linee: quella dei moderati, che volevano una monarchia costituzionale, con il potere legislativo affidato al parlamento e quello esecutivo al sovrano (che avrebbe avuto anche il diritto di pore il veto ai decreti del parlamento), e quella che si richiamava alla sovranità popolare, propugando una costituzione in cui il potere del re fosse subordinato a quello del parlamento. Prevalse la prima tendenza. Venne la decisione di procedere alla requisizione, nazionalizzazione e vendita dei beni del clero, presa nel novembre del 1789. Fino alla metà del 1791 la rivoluzione rimase entro limiti riformisti. Il sovrano, mentre giurava fedeltà alla Costituzione, al tempo stesso manovrava, con i nobili lealisti che erano emigrati all’estero, per riassumere le redini del potere. La sifuducia in Luigi XVI sembrarono trovare conferma il 20 giugno 1791, quando il re fu bloccato presso Varnnes mentre, fuggito di nascosto con la famiglia reale, tentava di raggiungere i Paesi Bassi austriaci dove regnava il fratello della regina Maria Antonietta, Leopoldo II). Per i moderati la rivoluzione poteva dirsi conclusa. Cresceva, intanto, l’influenza dei gruppi più radicali, di orientamento democratico. Nell’Assemblea legislativa non esistevano veri e propri partiti, ma si era venuta un’area di orientamento moderato, i cui deputati sedevano alla destra della presidenza, e un’area più radicale, collocata a sinistra di questa: i giacobini, che presero una decisione gravida di conseguenze: quella di portare la francia in guerra, copn la parola d’ordine di difendere la rivoluzione. Il 10 maggio 1792, di fronte alla minaccia di un’invasione di Parigi da parte degli austro-prussiani, il popolo della capitale si armò.
L’Assemblea il 21 settembre 1792 deliberò l’abolizione della monarchia e proclamò la repubblica. La repubblica giacobina, così chiamata per l’assoluta direzione politica che questo movimento esercitò al suo interno, resse la Francia rivoluzionaria sino al 27 luglio 1794. Nel ‘93 la Convenzione votò la Costituzione dell’Anno I della Repubblica: per la prima volta in Europa s’introdusse il principio del suffragio universale, sopprimendo la discriminazione censitaria dei cittadini in attivi e passivi, e attribuì il diritto’ di voto (segreto e diretto) a tutti i francesi maschi maggiorenni; prevede anche l’intervento assistenziale dello Stato a favore dei ceti indigenti. Il gruppo dirigente giacobino era in realtà diviso dalla contrapposizione crescente fra i girondini e i montagnardi, i seguaci di Robespierre e di Danton. Entrambi i gruppi avevano un orientamento democratico e repubblicano, ma li divideva un diverso modo di guardare al processo rivoluzionario e al movimento sanculotto. Mentre i girondini prendevano le distanze dal radicalismo sanculotto, Robespierre riteneva l’ealleanza con il movimento popolare fosse necessaria per portare a termine la rivoluzione.Un primo significativo momento di scontro si ebbe quando si trattò di decidere la sorte del re: i montagnardi chiesero la condanna a morte; i giacobini si batterono in una soluzione di clemenza. Prevalsero i montagnardi e Luigi XVI fu giustiziato sulla ghigliottina il 21 gennaio 1793.
Una drammatica crisi colpì la Francia rivoluzionaria nella primavera-estate 1793. Si trattava di una crisi militare, perché l’armta francese fu travolta dagli eserciti coalizzati di Austria, Prussia, Inghilterra, Spagna; di una crisi politica, perché il governo rivoluzionario perdeva consensi nelle province. Per arginare la crisi, fu decisa l’istituzione di un Comitato di saluta pubblica, composta da nove membri. Robespierre entrò a far parte del Comitato di salute pubblica nel luglio 1793. La costituzione venne sospesa e il Comitato di salute pubblica accentrò tutti i poteri. Con il settembre 1793 iniziò il cosiddetto Terrore, che portò a migliaia di esecuzioni nell’intera Francia, sconvolgendo profondamente la coscienza dei contemporanei. Il governo giacobino eliminò il gruppo di Danton, accusato di eccessivo moderatismo, e il gruppo di Hébert, accusato di eccessivo estremismo e impose come religione di stato il culto dell’Essere Supremo. Le vittorie militari francesi (conquista del Belgio) fecero capire alla borghesia che non c’era più bisogno di una dittatura rivoluzionaria. La borghesia approfittò del fatto che i giacobini, eliminando i seguaci di Danton ed Hébert, si erano inimicati le masse popolari, per compiere un colpo di stato e rovesciare Robespierre e Saint-Just, accusati di voler imporre una tirannia personale (reazione termidoriana). Robespierre e i suoi venivano ghigliottinati. Gran parte dei provvedimenti assunti dai giacobini in campo economico fu cancellata e la nuova Costituzione, emanata nel 1795, limitò nuovamente il diritto di voto ai ceti benestanti. Il potere di governo fu esercitato da un Direttorio composto di cinque membri. Gli anni del Direttorio furono caratterizzati da una grande instabilità; attivissimi i gruppi monarchici nell’organizzare veri e peropri massacri di giacobini (il cosiddetto Terrore bianco). La Francia stipulò trattati di pace col Granducato di Toscana, Prussia, Olanda e Spagna. La guerra contro la Francia era continuata dall’Impero d’Austria, che non voleva rinunciare ai Paesi Bassi austriaci occupati dalla Francia (in questo l’Austria era appoggiata dal Regno di Sardegna), mentre l’Inghilterra continuava a mantenere attiva la guerra sui mari. Fu così che il Direttorio decise d’impegnare contro l’Austria tutto il potenziale bellico a disposizione. Si progettò di attaccare l’Austria invadendo la Germania meridionale e l’Italia settentrionale. E’ in questo contesto che si colloca l’ascesa politica del giovane generale corso Napoleone Bonaparte.

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