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Le cronache non ci dicono
quali sentimenti manifestasse il Cardinale Giovanni Mastai Ferretti
quando divenne Papa, assumendo il nome di Pio IX. Ma di certo, in cuor
suo, il novello Pontefice, nonché Sovrano degli Stati della Chiesa, non
poteva essere molto felice. Il cardinale Mastai Ferretti sicuramente non
poteva gioire nel raccogliere la pesante eredità lasciata da Sua Santità
Gregorio XVI, morto il primo giugno del 1846. Lo Stato Pontificio era
quello che maggiormente pativa di arretratezze sociali, conservazione di
privilegi, miseria diffusa nelle classi più deboli. Pio IX era cosciente
di questa situazione e infatti la sua politica ebbe subito una marcata
impronta riformista. Ed iniziando a far nascere speranze, ma non potendo
certo risolvere da solo ed immediatamente problemi che avevano radici
secolari, mise involontariamente in moto il meccanismo che avrebbe
portato alla creazione di una realtà che fu effimera, ma estremamente
interessante: la Repubblica Romana. La tradizione voleva che il nuovo
Papa, tra i suoi primissimi atti, elargisse anche un’amnistia. Pio IX
non si limitò a questo atto di clemenza: con disposizione del 24 agosto
1846 venivano creati a Roma un Consiglio dei Deputati e un Alto
Consiglio, quasi un Parlamento. Si dava inoltre inizio alla costruzione
di ferrovie, si sanzionava un accordo di libero scambio col Regno di
Sardegna, si completava la costituzione della Guardia Civica.
Inoltre col pontificato di Pio IX si dava inizio ad una serie di lavori
pubblici che avevano anche lo scopo di diminuire la disoccupazione, che
costituiva una delle prime ragioni di una criminalità diffusissima.
Valga l’esempio dei lavori pubblici: concepiti per lottare contro la
disoccupazione, il loro onere ricadeva però sui Comuni, che fino ad un
certo punto poterono indebitarsi, ma poi dovettero far ricorso alla leva
fiscale per ripianare i conti. Lo stesso discorso può valere per diversi
provvedimenti di calmieramento dei prezzi, e in genere per una politica
economica e finanziaria che, non riuscendo ad agire sulle radici malate
del sistema, adottava misure slegate tra loro e spesso dettate solo
dalla necessità di porre rimedio temporaneo a problemi che erano invece
ciclici, quali la mancanza del grano. In questa situazione prendevano
sempre più forza le correnti politiche dei democratici e dei radicali,
che si contrapponevano ai liberali. Questi propugnavano una graduale
innovazione delle strutture dello Stato, senza però mettere in
discussione l’autorità costituita. Quelli invece, che trovavano nel
messaggio della Giovine Italia di Mazzini la loro base ideologica,
lottavano per un capovolgimento radicale della realtà politica, che
vedesse finalmente la sovranità esercitata da masse popolari elevate
moralmente e socialmente; e lo sbocco naturale di una concezione
politica di questo tipo non poteva essere che repubblicano. Le richieste
dei manifestanti erano la chiara espressione delle molte anime del
malcontento: si andava dalle semplici richieste di ulteriori riforme
sociali e di abolizione di privilegi, alle aspirazioni ad una
partecipazione alla guerra contro l’Austria, alla costituzione di un
ministero democratico, alla formazione di una Costituente Italiana. Pio
IX ordina al Cardinale Sogliano di mettersi d’accordo con Giuseppe
Galletti, una delle figure liberali più care al popolo, per la
costituzione di un nuovo governo. Pio IX si sente ferito nella sua
dignità e autorità e decide di abbandonare Roma, come estrema forma di
protesta; il 25 novembre si trasferisce a Gaeta, nel regno di Napoli.
lasciando a Galletti, Ministro dell’Interno, l’impegno a garantire
l’ordine e la quiete.
Il nuovo Governo, nato dal tumulto del 16 novembre del 48, presieduto da
monsignor Carlo Emanuele Muzzarelli, una figura allora non rara di prete
liberaleggiante, e comprendente diverse personalità di convinzioni
riformiste, si scontrò subito con la difficile situazione delle finanze
dello Statoi. La lotta contro la disoccupazione, alcune riforme del
commercio e altre misure sulle proprietà dei terreni e sull’elettorato
attivo e passivo nei Municipi palesavano comunque il carattere
“borghese” del nuovo Governo. Si venne così a creare, attorno al Governo
Muzzarelli, una situazione curiosa: considerato rivoluzionario dalle
personalità del cosiddetto partito clericale (clero e patrizi), che via
via abbandonavano Roma per raggiungere il Papa a Gaeta, era però
considerato ancora troppo moderato dai radicali. Si stava vivendo
insomma uno di quei momenti storici in cui si verifica la peggiore delle
contingenze: tutte le parti in conflitto hanno, a ben guardare, ragione.
Così anche Pio IX, il Papa che inizialmente aveva suscitato tante
speranze di rinnovamento, reagì in modo intempestivo, dando fiato ai
suoi avversari: da Gaeta dichiarò di nessun valore e di nessuna legalità
tutti gli atti del nuovo Governo, che pur lui stesso aveva ordinato di
costituire, e nominò una Commissione Governativa, presieduta dal
cardinale Castracane, una sorta di governo in esilio.
Il 5 febbraio (siamo ormai nel 1849) si inaugurava in Roma, con un
discorso di Armellini, la Costituente, che dopo soli quattro giorni di
lavori, con 120 voti favorevoli, 10 contrari e 12 astenuti, proclamava:
“Il Papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello
Stato Romano. Il Pontefice avrà tutte le guarentigie necessarie per
l’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale. La forma del
governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura, e prenderà il
glorioso nome di Repubblica Romana. La Repubblica Romana avrà col resto
d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune”. Era il 9
febbraio 1949. Si iniziava un’avventura che sarebbe durata poco,
esattamente sino al 4 luglio di quello stesso anno. In meno di cinque
mesi la Repubblica Romana volle fare la strada per la quale sarebbero
serviti anni. Così il 21 febbraio l’Assemblea votò un provvedimento che
suscitò enorme scalpore: il sequestrare beni immobili ecclesiastici per
farne abitazioni per le classi più umili, da sempre avvezze a vivere in
veri e propri tuguri malsani. Si potrebbe obiettare che quando la
situazione è di patria in pericolo un governo deve anzitutto occuparsi
di difendere la patria, e quindi dedicarsi ai problemi militari. Ma
abbiamo visto che c’erano da salvare dei valori morali, questa fu la
grande scommessa e la grande utopia di Mazzini, che proclamava: “La
Repubblica è anzitutto principio d’amore, di maggior incivilimento, di
progresso fraterno con tutti e per tutti, di miglioramento morale,
intellettuale, economico per l’universalità dei cittadini... è il
principio del bene su quello del male, del diritto comune sull’arbitrio
di pochi, della Santa Eguaglianza sul Privilegio e il Dispotismo... “
Un’ultima parola vorremmo spenderla sull’accusa di anticlericalismo: è
vero che lo stesso Mazzini esagerò proclamando che il Papa aveva scavato
un abisso incolmabile tra la Chiesa e i credenti. Ma è anche vero che la
politica della Repubblica Romana non fu anticlericale o antireligiosa,
né mai, nei brevi mesi della sua esistenza, essa ostacolò in alcun modo
la professione della religione. Fu una politica rivoluzionaria in uno
Stato in cui l’autorità era rappresentata da uomini di Chiesa, in cui la
ricchezza era detenuta dalla Chiesa. L’avventura della Repubblica Romana
si concluse definitivamente il 4 luglio 1849, quando le truppe francesi,
al comando del generale Oudinot, invasero le sale dell’Assemblea,
ordinandone lo scioglimento. Nelle due settimane di bombardamenti e
combattimenti che precedettero la fine la partecipazione popolare fu
scarsa, disorganizzata, e numerose furono le diserzioni. Come tante
altre volte vedremo nella Storia nazionale, rifulsero alcune figure,
Luciano Manara, Giuseppe Garibaldi e altri, ma i romani, per lo più
restarono alla finestra. L’utopia era finita, le baionette avevano
riportato ordine. |