LA PERSIA SASSANIDE

L’Impero sassanide della Persia, destinato a durare più di quattro secoli ed esteso al momento della sua massima potenza dal Golfo Persico all’Iberia e dalla Siria alla Persia, mantenne in larga misura l’organizzazione amministrativa di quello partico, ma fortemente centralizzata nelle mani del sovrano, che aveva uno dei massimi sostegni del suo potere nella classe sacerdotale. Per quanto riguarda la politica estera, i Sassanidi, come i loro predecessori, si sforzarono di escludere dall’Asia i Romani prima e i Bizantini poi. La questione dell’Armenia, che da secoli era uno dei principali motivi di contrasto con Roma, fu risolta verso il 390 da Teodosio e Bahram IV, che si spartirono la regione. La Persia, durante il V sec., più ancora che l’Occidente, fu sotto la grave minaccia degli Unni: le tribù eftalite (popolazione altaica, detta anche degli Unni Bianchi) erano comparse alle frontiere del Nord-Est già sotto il regno di Bahram V (421 - 438) e Peroz, due volte sconfitto, perdette la vita in battaglia contro di esse (484) e per due anni l’Impero sassanide dovette pagare il tributo.
Il VI sec. fu caratterizzato dal grande duello tra Cosroe I e Giustiniano I, senza tuttavia che i due imperi giungessero a una pace definitiva per l’alternarsi continuo di conflitti e tregue. Morto Cosroe (579), si riaccese la guerra contro i Bizantini: Cosroe II, che pur doveva il trono al loro appoggio, minacciò da vicino Costantinopoli, dopo aver occupato Siria, Palestina, Egitto e Asia Minore. L’imperatore Eraclio I in pochi anni di guerra vittoriosa si spinse fin nel cuore dell’Impero sassanide, in Mesopotamia. La campagna di Eraclio, capolavoro di abilità militare, non fu però un esempio di previdenza politica: indebolendo l’Impero sassanide, Eraclio non valutò quanto fosse necessaria la presenza di una Persia forte a fianco di Bisanzio proprio negli anni in cui stava per esplodere la potenza dell’Islam. Dal 633, infatti, gli Arabi iniziarono la serie delle loro vittoriose offensive contro la Persia.

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