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Attività
Le fonti storiche che raccontano dei
Celti sono svariate: Erodoto, Cesare, Livio, Polibio (il più accurato),
Posidonio, Diodoro Siculo, Dionigi di Alicarnasso, Strabone, Dione
Cassio, Tacito.
I Celti erano una popolazione prettamente nomade. Furono i primi ad
introdurre l’uso dei mantelli colorati e dei pantaloni (brache) entrambi
ereditati dagli Sciti. Molto bravi dunque nell’arte della tessitura e
della tintura.
Abilissimi, poi, nella lavorazione dei minerali, in particolare del
ferro, introdussero l’ottone e per molto tempo lavorarono la smithsonite,
un particolare minerale, sostitutivo dello zinco. Conoscevano molto bene
le varie tecniche di fusione. Erano anche capaci nella cottura del vetro
(bianco e colorato), nell’uso dello smalto e nella lavorazione
dell’ambra. Tali pratiche furono perfezionate nel corso del passaggio
dalla cultura hallstattiana a quella lateniana.
Era dedito all’allevamento del bestiame (la parola pecus la
ritroviamo anche tra i Galati), in particolare mucche e pecore; da
queste ultime si traeva la lana. Popolo guerriero, utilizzavano
splenditi elmi piumati ed alcune volte corazze (anche se combattevano
quasi sempre nudi), tipo quelle medioevali. La spada celtica era corta e
veniva impiegata come arma da taglio. Più tardi ne furono forgiate di
più lunghe, tutte intarsiate e adornate di pietre, ma si parla di dopo
il 500 d.C..
Amavano radersi il volto e pettinare i biondi capelli all’insù,
indurendoli con del gesso. In battaglia si coloravano il viso e, dopo
aver danzato, si lanciavano nudi addosso al nemico urlando:
prediligevano il corpo a corpo ed il primo assalto. Per questo con le
spade colpivano, menando dei fendenti, che non si rivelavano mai colpi
mortali. Polibio racconta che le loro piccole spade si piegavano dopo i
primi colpi. Fu questo uno dei motivi che li fece perdere contro i
Romani, che invece usavano la spada e le lance, colpendo con dei colpi
mortali, evitando il corpo a corpo. Solo successivamente gli Etruschi
ridestarono l’uso del carro da guerra che avevano prima appreso sia
dagli Sciti che dai popoli del nord (ex Atlantidi) e poi dimenticato.
Gli scudi, poi, ben rifiniti ed incisi, erano piccoli rispetto al corpo,
sempre perché i Celti confidavano nell’impeto dell’assalto. I Romani
avevano scudi lunghi; fu anche questo un motivo della disfatta celtica.
Tra l’altro i loro eserciti non erano ben organizzati e le loro tattiche
di guerra si basavano prevalentemente sul furore bellico.
Dunque i Celti, per via del loro furore e della scarsa tattica, erano
destinati a perdere le battaglie contro un esercito organizzato. Questa
particolarità costituì un serio pericolo per Annibale, nella sua calata
in Italia, poiché, in battaglia, la parte celtica del proprio fronte di
attacco era la prima a cedere. Il generale punico seppe utilizzare
questo potenziale difetto a proprio vantaggio, inserendo i Celti al
centro del proprio schieramento, dando origine alla sua famosa tattica a
tenaglia, nella quale il centro cedeva e risucchiava il nemico che
veniva finito dalle ali, ove era presente la cavalleria.
L’unico re celtico che capì che, in battaglia, bisognava usare una
strategia oltre al furore fu il gallo Vercingetorige, che,
impiegando la tattica della "terra bruciata", minava a colpire gli
approvvigionamenti dei Romani, ottenendo qualche successo. In
particolare, aveva capito che se avesse accettato lo scontro diretto con
i Romani avrebbe perso.
Dal punto di vista dell’edilizia, i Celti abitavano prevalentemente in
capanne di legno, circolari o rettangolari, ed in villaggi.
Cesare chiama Vici i villaggi non fortificati e oppidum le
costruzioni - roccaforti, di cui le terre celtiche sono piene. I Celti,
invece, indicavano con il termine dunum la fortezza e con
nemeton un luogo sacro. Soprattutto in Gallia, le loro città avevano
mura di cinta spesse.
Con l’influenza degli Etruschi e dei Greci, che avevano fondato
Marsiglia ed influenzavano il commercio di quelle regioni, costruirono
case di pietra con piccoli vani. Amavano vivere all’aperto, sotto le
querce, ritenute sacre, secondo la cultura del drynemeton (luogo
delle querce), ove si tenevano riti sacri e processi.
Un esempio è la città di Manching, nelle paludi del Danubio,
crocevia tra Ungheria e Baviera, distrutta nel 15 d.C. in modo
misterioso e violento. Città grandissima (7 km mura di cinta), conteneva
tante fabbriche, vicine tra loro, basate sul prototipo della catena di
montaggio, introdotto dai Greci. Si trattava di una città tipica
dell’espressione lateniana, dove c’erano schiavi e signori, dove il
commercio aveva il suo valore (specie quello di massa), dove il denaro
aveva la sua importanza.
Come sepolture dapprima utilizzarono le tombe a tumulo, tipiche della
cultura indoeuropea ereditata dai Kurgan (si ritrova tra gli italici, i
sanniti, gli illiri….), poi predilessero l’inumazione.
Commerciavano e lavoravano il sale, in celtico hal: molte città
della zona del sale hanno come suffisso iniziale questo termine.
Prediligevano l’uso delle botti a quello delle anfore. Inoltre
lavoravano l’ambra, con la quali arricchivano le loro collane.
Amanti del vino, producevano anche la birra. Inventarono il servizio
turistico della pensione completa, che si teneva nelle stazioni di
cambio.
In generale, erano dediti alla manifattura (questo fu trasmesso loro
dagli Etruschi) ed al commercio, anche per questo si frazionarono molto
(di cui Roma approfittò): si può dire che ciascuna unità economica era
una tribù (questo fu un difetto della cultura lateniana). Quindi davano
una grande importanza al denaro.
I Celti che vivevano in zone marittime svilupparono un’abile capacità di
navigazione. Possedevano navi più robuste di quelle romane: erano fatte
di quercia, con vele di pelle. Le caravelle della Lega Anseatica del
1300 erano fatte su questa stessa base, mentre le navi vichinghe erano
più sul modello leggero. I Bretoni ed i Britanni in particolare
esercitarono un’attività piratesca.
Il popolo celtico amava molto la musica (in particolare l’arpa) che
veniva impiegata per celebrare riti sacri e di preparazione bellica, per
raccontare le gesta di eroi e per impiegare la propria fantasia, luogo
di rifugio dalle storture della vita. Infatti era molto diffusa la
divinizzazione di eroi espressa attraverso le saghe.
Per i Celti la fama era tutto, soprattutto nella misura in cui gli altri
ti ricordavano.
A tale proposito espressero una tradizione soprattutto orale. Un esempio
relativo a questo argomento è dato dai Celti d’Irlanda, che, per mezzo
del loro isolamento storico, rappresentano una razza celtica
incontaminata. Essi usavano molto le saghe ed i miti.
Erano anche conoscitori della magia e delle scienze esoteriche.
Religione
Secondo la tradizione Eracle, divinità - eroe ellenico, giunto in
Gallia, fondò Alesia e si invaghì di una principessa locale. Questa
colpita dal suo vigore e dalla sua possenza fisica, si unì all’eroe
orientale. Frutto dell’unione fu il giovane Galates, che salito
al trono, diede il suo nome al popolo: galati o galli. Questa tesi
propagandistica dimostra il legame tra Occidente ed Oriente
La religione celtica ha molte affinità con le religioni delle culture
indoeuropee, in particolare con quella scita. Essa si basa su concetti
molto semplici: la reincarnazione della vita, la rigenerazione, la
resurrezione, l’amore per la natura, la sacralità di alcune piante (la
quercia in Gallia e Galizia, il tasso in Britannia, il torbo in
Irlanda). Gli alberi erano il tramite con il firmamento e separavano
l’uomo dagli dei celesti. Attorno ad ogni villaggio c’erano dei boschi
sacri (drynemeton) dove si eseguivano riti e dove veniva
giudicata la gente dai druidi.
Si usavano spesso anche i dolmen ed i menir megalitici,
già realizzati dalle precedenti civiltà, per rappresentare una
continuità tra l’uomo ed il firmamento.
La morte rappresentava per i Celti una breve pausa per una vita eterna:
esisteva infatti la reincarnazione (in cui si crede anche in India), per
questo si amava la natura, perché si poteva rinascere in altre forme di
vita. Il concetto di rigenerazione era fondamentale ed a simboleggiarlo
c’era la croce celtica. Il tema della resurrezione è importante, perché
indica una continuità della vita ai danni della limitatezza della morte.
Dunque il celtico non si preoccupava se in battaglia moriva, anzi questo
gli dava più onore, tanto poi risorgeva. Andavano nudi in battaglia
perché, in preda al loro furore bellico, comunicavano con gli dei
direttamente e quindi emettevano calore. Non è escluso che i druidi
conoscessero delle tecniche yoga, atte a creare uno stato di trance nei
guerrieri nella fase pre-bellica. Essi infatti eseguivano dei passi di
danza prima di combattere, proprio per entrare in contatto con le
divinità.
I Celti, specialmente quelli d’Irlanda, credevano che alcune divinità
vivessero sottoterra. Con loro si entrava in contatto attraverso pozzi e
stagni. Attorno ad ogni villaggio c’erano zone ritenute sacre anche per
questo. In Vandea sono stati trovati pozzi contenenti alberi e resti
umani e animali: agli dei si sacrificava tutto, sia il simbolo della
fertilità che la vita stessa. Esistevano cerimonie celtiche, presiedute
da druidi, in cui, con un sottofondo musicale, si portavano in
processione alberi che, alla fine, venivano sepolti in pozzi.
I Celti non credevano nel peccato, quindi la loro morale era molto
semplice.
Collezionavano le teste dei nemici (in Irlanda il cervello) sopra le
porte delle loro capanne o su pali conficcati nel terreno, sia perché
questo accresceva la loro fama, sia perché quando il nemico fosse rinato
lo avrebbe fatto senza testa, quindi più debole.
I Galati trasmisero ai loro cugini europei il mito scita del piccolo dio
Attis e della sua madre Cibele, dispensatrice di coraggio e gran madre
di tutti, che poi, se vogliamo, è lo stesso mito fenicio del dio Baal
e della dea Baalat.
Dunque la donna rappresentava il coraggio, che specialmente in battaglia
era molto utile, e la fertilità che si ricollega alla rigenerazione
della vita: esisteva una forte venerazione per la madre. Non è escluso
che esistessero druidesse, come le abitanti dell’isola bretone o la
sacerdotessa di Vix della Baviera.
Il ruolo del druida è molto simile a quello del bramino indiano la
società celtica e quella indiana sono simili: il re - cavaliere
assomiglia al rajas indiano). A tale proposito si sottolinea che alcune
parole del gaelico sono molto simili al loro omologo indiano.
I druidi erano il centro della religione celtica. Ebbero anche una
valenza politica. In Gallia, in particolare, sotto la dominazione
romana, difesero i costumi celtici e portarono avanti un sentimento
rivoluzionario antiromano che sfociò secoli dopo durante la fine
dell’Impero Romano. Essi non pagavano tasse, non espletavano il servizio
militare, non erano legati al loro territorio come il resto della
popolazione. Erano, in pratica, i veri capi della tribù. Avevano un
falcetto in mano che li rappresentava, anche perché erano conoscitori di
erbe mediche, che venivano raccolte con una certa ritualità. Alcune,
perché velenose, erano raccolte con la mano sinistra (era quella che
valeva di meno), altre con la destra. Essi seppellivano i morti in
tumuli, secondo la tradizione dei kurgan.
I druidi si riunivano in assemblee e c’era il majestix (il grande
re) che affidava i vari compiti a loro. Si diventava druida solo dopo
aver superato una prova che consisteva nel ritirarsi nel bosco sacro e
giungere all’aldilà (attraverso prove di allucinazioni ed ipnosi): solo
chi vi era stato ed aveva fatto ritorno tra i mortali poteva guidare un
popolo.
I Celti avevano 374 divinità. In realtà molte erano copie di altre, per
cui se ne contano circa 60. Tra questi si ricorda: Teutate, dio
barbuto, presente nei riti sacrificali, Beleno omonimo di Apollo,
Arduinna da cui presero il nome le Ardenne, Belisama
omonima di Minerva, Nemetona dea della guerra. Il più importante
di tutti era Lug, che diede il nome a Lione e Leida.
Simboleggiava un grande druida e sapeva suonare l’arpa, lavorare il
ferro, combattere da valoroso, fare magie. Questi fu il progenitore del
germano Wotan, che era chiamato anche Odino ed era il
signore del Walhalla.
Wotan era il grande druida ed era il signore del calore magico che
infiamma il guerriero. Dunque tra Germani e Celti c’è questa trinità
divina in comune: Wotan-Odino, Donar-Thor, Ziu-Tyr, presso i primi;
Teutate, Eso e Tarani presso i secondi. Teutate era il più potente e si
placava con sacrifici di sangue. Eso era identificato con il toro, anche
egli assetato di sangue. Tarani era il dio della guerra e preferiva il
rogo. Successivamente, Lug prese il potere su tutti. La volta celeste
era la proiezione della vita terrena, per questo si ipotizzavano lotte e
nascite di dei. Alla fine uno prevalse e fu il successo dei druidi. Il
concetto di trinità è molto ricorrente nelle religioni dei popoli di
origine orientale.
Roma
Nel 322 a.C. i Senoni ed i Boi avevano colonizzato la
Gallia Cisalpina ed erano scesi sino alle Marche, annientando gli
Etruschi, che avevano fondato la Lega delle Dodici Città, e le
popolazioni italiche.
Il primo contatto di Roma con i Celti fu nel 387 a.C., quando Brenno,
capo dei Senoni, presso il fiume Allia ottenne una grande vittoria e
marciò su Roma, saccheggiandola ed incendiandola.
I Romani si rifugiarono sulla rocca del Campidoglio dove furono presi
d’assedio, senza capitolare. Qui si assistette all’episodio di Brenno
che, per andare via, pretese dell’oro (probabilmente quello del sacco di
Veio), pronunciando la famosa frase: "guai ai vinti". In realtà
sembra più probabile che tra i Senoni ed i Romani fu siglato un accordo
di pace e che la propaganda romana abbia enfatizzato questo episodio al
fine di esaltare la gloria capitolina. Successivamente la città fu
ricostruita sotto la guida di Furio Camillo, che riuscì a convincere la
popolazione a non trasferirsi a Veio, città etrusca appena conquistata,
ancora intatta. Dopo questo avvenimento i Romani svilupparono un certo
terrore verso i Celti.
L’episodio appena descritto nacque a seguito di un’invasione celtica
presso l’Etruria (avevano già conquistato il nord Italia che
precedentemente era stato sotto l’influenza etrusca), avvenuta
esattamente a Chiusi, centro di produzione vinicola di cui i Celti erano
particolarmente ghiotti.
L’aneddoto legato a questo episodio narra di un certo Aruns di
Chiusi, la cui moglie era stata tradita da un lucumone locale, che
chiamò i Celti in suo aiuto. Quando videro l’orda gallica alle porte i
chiusini chiamarono i Romani, che bramosi di conquista nei confronti
etruschi, ma diffidenti verso gli invasori, si limitarono ad inviare tre
ambasciatori a trattare la pace. Tuttavia questi offesero i Celti e
combatterono al fianco degli Etruschi contro di loro, perdendo. In
seguito a questo episodio, Brenno, dopo aver distrutto la tirrenica
Melpun, marciò verso Roma come rappresaglia. Naturalmente c’è una
ragione più pratica dietro questa guerra: i Celti avevano bisogno di
terre e di ricchezze ed effettuavano continuamente delle migrazioni.
I Celti ricompaiano contro i Romani nella battaglia di Sentinum
del 295 a.C., nel corso della terza guerra sannitica, accanto ai
Sanniti, Umbri, Etruschi , Lucani e Sabini dove subiscono una sconfitta.
I Romani erano risoluti nell’allontanare il pericolo celtico dall’Italia
e nel 285 a.C. perpetuarono un genocidio (uno dei primi nella storia)
nei confronti dei Senoni, erigendo sul luogo Sina Gallica
(Senigallia) e più a nord Rimini. Inizia, così, la conquista
dell’ager gallicus, cioè le alte Marche. Di conseguenza i Galli
della regione minacciata (Boi, Senoni, Taurisci, Insubri) si alleano con
gli Etruschi e marciano su Roma. Nel 283 a.C., presso il lago Vadimone,
i Romani li massacrano, tingendo di rosso le acque del Tevere. Si
racconta in proposito che i cittadini dell’Urbe appresero dalla notizia
vittoriosa vedendo il colore delle acque, ancora prima che facessero
ritorno i soldati.
Successivamente i mercenari celtici si alleano ad Asdrubale in Spagna.
Questi però firma il trattato dell’Ebro (226 a.C.), con il quale
Cartaginesi e Romani si spartiscono la Spagna e riconoscono i Celti come
comuni nemici. Questo trattato fu la fine per i punici che non capirono
che solo alleandosi con le tribù locali potevano battere Roma.
Nel 225 a.C. i Celti (50.000 fanti e 25.000 cavalieri, come racconta
Polibio), aiutati dagli Etruschi, sono sconfitti a Talamone dai
Romani. Nella circostanza vengono sottomessi anche i Liguri, popolazione
italica, abile nella pesca e nella navigazione marittima, che aveva
frequenti commerci con i Celti ed i greci di Marsiglia. Dopo questo
episodio, Roma si rende conto che le tribù celtiche si possono
sconfiggere con un esercito addestrato e organizzato.
Nel 222 a.C., dopo la vittoria di Clastidium, la Valle Padana
viene conquistata agli Insubri (Milano, loro capitale, distrutta) e
alcune roccaforti celtiche, già città etrusche, vengono prese: Piacenza,
città dei Boi; Cremona, città degli Insubri; Aquileia. Tra il 189 a.C.
ed il 183 a.C. sarà la volta delle città dei Boi di Parma, Modena e
Bologna.
I Celti appoggiano Annibale che cala in Italia, uscendone di nuovo
sconfitti. In particolare il loro impeto bellico si rivelava dannoso per
le battaglie del generale cartaginese, come successe nella battaglia sul
fiume Trebbia. In Gallia Cisalpina continua la guerriglia celtica
fino al 175 a.C., data in cui l’Italia settentrionale è romana.
Tra il 123 a.C. ed il 121 a.C. i consoli Caio Sestio Calvino, Domizio
Adenobardo e Quinto Fabio Massimo conquistano la Gallia Narbonese.
Nel 113 a.C. i Celti si ripresentano ai Romani al di là delle Alpi
(parola di origine celtica) a Noreia, l’odierna Klagenfurt, dove Norici
e Taurisci, in una fase di migrazione verso il nordeuropa sconfiggono le
truppe di Papinio Cambone.
Nel 109 a.C., presso Arausio (odierna Orange), sempre in una fase di
migrazione, i Cimbri e i Cimmerri, popolo celtoscita, apportano una
nuova sconfitta ai soldati romani. Dunque, i Celti diventano di nuovo
uno spettro per la città capitolina. Si può osservare che in questo
periodo si assiste a diverse fasi di migrazioni celtiche, con influenze
sia germaniche che orientali, nessuna però valica le Alpi. Nel 107 a.C.
gli Elvezi ed alcune tribù germaniche sconfiggono presso Agen truppe
romane al comando di Longino.
Per allontanare definitivamente la paura celtica i Romani devono
attendere l’avvento di Mario, terzo eroe di Roma dopo Furio
Camillo e Romolo. Questi identifica subito il punto debole dei Celti nel
furore del primo assalto ed addestra con una rigida disciplina le truppe
romane, facendole diventare una perfetta macchina da guerra. Così nel
102 e 101 a.C. prima ad Aquae Sextiae (odierna Aix en Provence) e
poi a Vercelli furono massacrati migliaia di Cimbri e Teutoni. In
entrambe le circostanze, durante le battaglie, Mario fece attendere le
sue truppe in zone fortificate, in modo che i soldati si abituassero
alle urla ed all’aspetto terrorizzante dei Celti. Una volta diminuito il
furore bellico, i soldati romani assalirono i nemici, ormai esausti e
indeboliti. Il pericolo celtico era cessato e Roma poteva dedicarsi ad
una espansione in Europa.
La politica di conquista estera dei Romani si basava sul concetto di
eliminare eventuali pericoli che li potessero minacciare. Per questo
motivo presero la Gallia Cisalpina che era abitata da popolazioni
celtiche che potavano minacciarli, poi la penisola iberica, che aveva
delle fortificazioni cartaginesi e, successivamente, la Gallia Narbonese
come territorio di collegamento tra i due conquistati.
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