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| Carlo V figlio di Filippo d’Absburgo
(Filippo il Bello), arciduca d’Austria, e di Giovanna la Pazza, regina
di Castiglia, nato ed educato in Fiandra, fu prima di ogni altra cosa un
principe borgognone e dalla Borgogna trasse i suoi migliori consiglieri,
quali Chièvres, Carondelet e Mercurino di Gattinara. Ma una felice
combinazione di eredità, frutto dell’abile politica matrimoniale del
nonno paterno, Massimiliano d’Austria, finì per riunire sotto la sua
autorità un impero immenso. Massimiliano, avendo sposato Maria di
Borgogna, aveva in effetti preparato la trasmissione a Carlo V della
doppia eredità borgognona e austriaca. Fin dal 1506 Carlo, alla morte
del padre, diveniva signore dei Paesi Bassi (dalla Fiandra alla
provincia di Groninga) e della Franca Contea (feudo dell’Impero). Nel
1519, alla morte di Massimiliano, univa ai suoi domini i territori
austriaci degli Absburgo. Nel frattempo era venuto in possesso, alla
morte del nonno materno Ferdinando d’Aragona (Ferdinando il Cattolico)
[1516] e con l’esautorazione della madre Giovanna la Pazza, dei regni di
Castiglia, d’Aragona, di Napoli e di Sicilia, come pure delle immense
colonie spagnole d’America. Infine nel 1519 aggiunse a tutti questi
possessi e a tutti questi titoli quello di imperatore del Sacro romano
impero, in seguito a un’elezione rimasta famosa per le lunghe trattative
fra gli elettori e perché l’altro aspirante alla dignità imperiale era
Francesco I di Francia. Questa elezione, alla quale seguì
l’incoronazione ad Aquisgrana (1520), faceva di Carlo V, a soli 19 anni,
il signore di un “immenso Impero sul quale il sole non tramontava mai”.
In primo luogo i suoi possessi, troppo dispersi, mancavano di coesione,
non solamente perché lingua, costumi e privilegi erano diversi, ma anche
per l’effettiva distanza che li separava gli uni dagli altri e che
costringeva il sovrano a viaggi frequentissimi e spossanti, di cui egli
stesso ricordò il numero quando abdicò (9 in Germania, 6 in Spagna, 4 in
Francia, 2 in Africa, 2 in Inghilterra, 7 in Italia, 10 nei Paesi
Bassi). Fu quindi sovente costretto a delegare i più alti dei suoi
poteri a reggenti. Ma la causa essenziale della debolezza dell’Impero di
Carlo V risiedeva nell’anarchia regnante in Germania. Carlo V, quando la
conquista delle Indie Occidentali era appena terminata, cercò di
limitare gli eccessi dei conquistadores delegando i suoi poteri ai due
viceré del Messico (1535) e di Lima (1542). La lotta contro la Francia
era iniziata bene. Alleato di Enrico VIII d’Inghilterra, attirato dalla
sua parte il conestabile di Borbone, passato al partito imperiale, Carlo
V, con la vittoria di Pavia (1525) e la pace di Madrid (gennaio 1526),
costrinse Francesco I a cedergli Milano, la Borgogna e a rinunciare ai
diritti sulla Fiandra e l’Artois. Per di più Francesco I si alleò agli
Ottomani, che nel 1526 distrussero l’esercito di Luigi II d’Ungheria,
cognato dell’imperatore, a Mohács, s’impadronirono di Buda (1526) e poi
assediarono Vienna (1529), ove Carlo V spezzò la loro offensiva; Carlo V
ottenne un altro successo facendo eleggere re d’Ungheria il fratello
Ferdinando (1526) Nel 1529, intanto, Carlo V, con la pace delle Due dame
(o di Cambrai), aveva rinunciato alle sue pretese sulla Borgogna. In
Europa era ripresa la guerra tra Francia e Impero, soprattutto per il
ducato di Milano. Complessivamente la guerra si era però svolta
favorevolmente a Carlo V e nel 1544, con la pace di Crépy-en- Laonnois,
Francesco I rinunciava nuovamente a Milano. Ciò permetteva a Carlo V di
dedicarsi interamente a quella che egli considerava come sua missione
principale: eliminare l’eresia protestante e restaurare l’autorità
imperiale in Germania. Il regno di Boemia in rivolta si sottomise a suo
fratello Ferdinando e venne incluso nei domini ereditari degli Absburgo. Il nuovo re di Francia, Enrico II, mantenne l’alleanza con i Turchi Ottomani e con i principi protestanti di Germania. E sul territorio dell’Impero, dietro consiglio di un principe lorenese, Francesco di Guisa, Enrico II arrecò all’imperatore il colpo più grave, occupando con facilità i tre vescovadi di Metz, Toul e Verdun (1552), che poi il duca di Guisa difese efficacemente contro un ritorno offensivo degli imperiali (assedio di Metz, 1552-1553). Sempre in Germania Carlo V, che aveva ormai abbandonato l’assoluta intransigenza verso i protestanti, fu costretto, con la pace di Augusta del 1555, a riconoscere ai principi luterani la libertà di culto e la proprietà dei beni ecclesiastici secolarizzati prima del 1552. Carlo V, travagliato dalla gotta, fiaccato dalle molteplici sconfitte, rinunciò a un potere il cui peso gli era ormai troppo gravoso. Abdicò come sovrano dei paesi borgognoni (25 ottobre 1555), in favore del figlio Filippo II. Il 16 gennaio 1556 rinunciò alle corone spagnole d’Aragona, di Castiglia, di Sicilia e delle Nuove Indie, sempre a favore di Filippo II; finalmente, il 12 settembre 1556, rinunciò alla dignità imperiale a favore del fratello Ferdinando, atto che fu ratificato dagli elettori solamente nel 1558. Ritiratosi in Spagna nello stesso 1556, si stabilì nel convento di Yuste, in Estremadura, con l’intenzione di condurre una vita ritirata, che non significava però totale rinuncia a ogni attività politica, tanto che, tra l’altro, intervenne in seguito più volte per aiutare o consigliare il figlio. Morì a Yuste il 21 settembre 1558. L’anno seguente, la pace di Cateau-Cambrésis (3 aprile 1559) consacrava praticamente l’occupazione francese dei tre vescovadi e il predominio spagnolo in Italia. |